Consonanze e dissonanze di Lorenzo Mari: Poemetto senza poema (apparente). Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello, “Mano morta con dita” (Valentina editrice/Prufrock Spa 2012)

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. “Consonanze e dissonanze” di Lorenzo Mari si occupa di “Mano morta con dita” di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello (pubblicato il 4 febbraio 2015).


Consonanze e dissonanze

Poemetto senza poema (apparente). Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello, “Mano morta con dita” (Valentina editrice/Prufrock Spa 2012)

mano-morta-con-dita-copertinaDopo aver collaborato con Luca Rizzatello per la realizzazione dell’e-book cordature di Daniele Bellomi per Diaforia, dopo avere stabilito una collaborazione proficua con la sua casa editrice, Prufrock Spa, per la realizzazione del Premio per la Critica di Poesia organizzato da “In Realtà, La Poesia”, dopo aver verificato più di una volta possibili consonanze e dissonanze nel corso delle nostre chiacchierate bolognesi di poesia, musica e altro, mi ritrovo tra le mani Mano morta con dita. Un libro che mi costringe ad andare a ritroso, a rimettere tutto a verifica.
È un libro del 2012, nasce dalle mani di Luca Rizzatello e Nicola Cavallaro (anche se poi si legge nella finale “Notizia sugli autori”: «Nicola Cavallaro è Luca Rizzatello. Luca Rizzatello è Nicola Cavallaro.») e intreccia undici testi con altrettante incisioni a puntasecca su zinco e rame. È per quest’ultimo motivo che manterrei ora separati i nomi di Cavallaro e Rizzatello – non tanto per accentuare un effetto di schizofrenia, quanto per tentare di approfondire la lettura di un testo che nasce e si costituisce in ogni suo passo come “doppio”.
Inoltre, è nella costruzione serrata testo-incisione che va rintracciata la vicinanza di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello ai cosiddetti “nuovi oggettivismi”: mentre il solo testo rinvia alle modalità di un poemetto senza poema (almeno in apparenza), l’accavallamento del testo verbale e del testo visuale (pur nitidamente distinti sulla pagina) produce altri esiti, meno narrativi e – posto che abbia un qualche valore, ad esempio euristico, questa parola eretica – meno comunicativi.
Sia la dizione che l’immagine si fanno ibridi, garantendo a Cavallaro/Rizzatello una collocazione, nell’ambito del nuovo oggettivismo, che non è del tutto congruente con quella di altri autori accostati a questa definizione come ad esempio Manuel Micaletto, Fabio Teti o Daniele Bellomi. Nessun “gruppo”, nessuna “corrente” – posto che questa definizione abbia un qualche significato, dubbio che traggo da questa interessante riflessione di Sonia Caporossi al proposito – riesce a produrre allineamenti e congruenze totali, questo è vero, ma la precisazione deve forse esserci, e deve forse essere più che altro politica, al fine di evitare la cooptazione tassonomica di autori anagraficamente giovani entro forme di riconoscibilità che, paradossalmente, non consentono di ascoltare pienamente voci che sono già autonomamente riconoscibili.
L’andamento poematico, la costruzione almeno superficialmente narrativa, l’aggiornamento dei registri quotidiani (tra un «part time» e uno «spanking»), il tono che evoca continuamente una coloristica grottesca se non propriamente dark («miss massachusetts sculaccia nei mesi / estivi in successione la collega / anonima sé stessa il nano avanti / con gli anni travestito da neonato) si avvicinano forse ad alcuni tentativi di Manuel Micaletto – assai distanti dal Piombo a specchio (2012) – pubblicati sulla rivista Nuovi Argomenti (n. 66, 2014), ma con ben altri esiti.
In fondo, Cavallaro e Rizzatello, come il solo Rizzatello ammette esplicitamente in calce a questo post, rincorrono l’arte della dissimulazione e non lo fanno solo nella ricerca dello pseudonimo o dell’alter ego come nominazione continua, e rastremata, dell’alterità.
Sul piano metrico, la costruzione in apparenza compatta di undici testi composti da undici endecasillabi dissimula la presenza di metriche diverse, di zoppie tronche o sdrucciole che non di rado sabotano la forma geometrica del passo (si veda già il secondo verso del primo testo: «la distanza standard tra la monaca»).
Sul piano figurale, vi sono personaggi ripetutamente evocati, o solo citati, che non giungono mai a completa descrizione, se non sul piano simbolico: «l’appesa», «la mistica isterica», «la stagista», «il nano», «la monaca» o «miss massachusetts» sono talora personaggi segnaposto, talora rivestono significati profondi e dalla complessa articolazione reciproca. Viene dissimulata spesso tale complessità, così come, in direzione eguale e contraria, l’apparente narratività evoca una piccola epica, poi franta, e infine dissolta.
Ciascuno vi può leggere una poesia diversamente, ma sempre – per quanto poco, per quanto in articulo mortis – indissolubilmente legata al piano storico, sociale, economico o politico attraverso la mediazione simbolico-allegorica: anche la pluralità delle interpretazioni, in questa direzione, è sempre garantita, non essendo mai del tutto affermata né mai del tutto negata.
Si prenda ad esempio la figura del nano – «il nano lo gnomo o come si dice» – che ha al tempo stesso un carattere favolistico (per tornare al verso appena citato), archetipico (minimamente, in parte o per intero, a seconda delle prospettive), politico (volendo forse esagerare) e al tempo stesso metalinguistico («o come si dice»), ergo normativamente meta-letterario.
Come ha osservato Andrea Lorenzoni, infatti, il nano è anche riferimento, ottenuto per minuto gioco linguistico – a tal proposito si veda anche il titolo: Mano morta con dita, o “condita”, o ancora “còndita”: la mano può essere morta ab urbe condita, per mislettura decostruzionista, la poesia può nascere morta sin dalla sua fondazione e per questo farsi altro – a Rossano Onano, cui pure è dedicata tutta l’opera, e in particolare al suo Nano di Velázquez (2007), al quale in effetti Rizzatello ha dedicato tutto uno studio, pubblicato sempre su “In Realtà, La Poesia”.
Forse il tratto che può accomunare Cavallaro/Rizzatello e Onano è, come appunta Lorenzoni, una «indagine psicologica per agnizione», dovuta all’arte della dissimulazione utilizzata a profusione nel testo di Cavallaro/Rizzatello. Anche l’amore per il calembour linguistico può avvicinare i due autori, diventando poi parossistico, ossessivo ricorso alle figure di suono in Cavallaro/Rizzatello («pare di psoriasi psicosomatica» o ancora «la delicatezza / dello stecchetto sul controsoffitto»).
Di certo in questa relazione si può intravedere il problema di una filiazione/affiliazione eterodossa, rilanciata nel libro dal padre e dalla madre «(dell’appesa)» – sempre posta, quest’ultima tra parentesi, a denotarne la possibile fagocitazione di soggettività da parte dei genitori e antecedenti.
Non accade esattamente lo stesso tra Cavallaro/Rizzatello e Onano, la cui lettura a Rizzatello-critico insegna, infine questo:

Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.
Il problema sembra essere quello che succede dopo.

*

4.

Entra la bara ma non i conigli
neri come l’inchiostro la sorreggono
due becchini part time intimoriti
dal trofeo dell’alce nero che sbarra
la strada ai due suddetti operatori
del mortuario ai quali per ingannare
l’attesa della scala autocarrata
non resta alternativa che encomiare
la padrona di casa nonché madre
(dell’appesa) per la delicatezza
dello stecchetto sul controsoffitto.

5.

Il nano lo gnomo o come si dice
sta tanto bene nello sgabuzzino
dei detergenti chimici perciò
la seduta d’analisi la fa
stando dietro la porta e così fa
l’analista che sta dietro la porta
per il resto l’atmosfera si carica
di varechina che produce sempre
la medesima visione con charles
dickens visto di scorcio e gli orfanelli
contriti col tritacarne a testuggine.

Lorenzo Mari


Foto di copertina: Diego Velázquez, Diego de Acedo, el Primo (particolare)1644 – olio su tela (107×82 cm), Museo del Prado, Madrid.

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