Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 25) July Skies

July Skies

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Ero in viaggio. Forse l’unico vero viaggio che abbia mai davvero compiuto. Non avevo mete; l’unico impulso che attraversava il mio corpo era andare. Io, la mia automobile e qualche vestito nel bagagliaio. Era Estate, e gli anni che si erano accumulati nella mia testa imploravano di trovar loro un tramonto adeguato. Sopra ogni cosa, v’era il bisogno di interrompere una lunga serie di eventi in cui avevo smesso di riconoscermi, e questi eventi trascinavano con sé il mio nome, le mie abitudini, le mie paure. Mie aveva iniziato a suonare come un aggettivo terribilmente stanco.

Mentre guidavo cessai d’avvertire la presenza delle mie mani sul volante e dei piedi sui pedali; restavano solo gli occhi, e anche loro presto smisero di separarmi da ciò che i vetri andavano mostrando. Attraversai campi coltivati, mulattiere, terreni incolti, paesi fantasma; incrociai ruderi di ogni tipo: vecchie abitazioni, chiese diroccate, case coloniche abbandonate, acquedotti romani, monumenti che prendevano il sole a picco in mezzo a piazze deserte. La mia attenzione prese a escludere tutto ciò che non si confacesse a tale condizione d’assenza. Io stesso non appartenevo a quanto andavo vedendo, così disarcionai ogni funzione fisiologica che richiedesse la mia partecipazione. Di tanto in tanto fermavo il motore e cercavo uno spicchio d’ombra che mi accogliesse. Fermo, e circondato da materia infuocata, potevo sentire il silenzioso fruscio dei corpi che si disfanno. Tenere gli occhi aperti o chiuderli sembrò la stessa cosa: venne meno il bisogno d’introiettare. Nello stesso istante in cui mi accorgevo di mancare di tutto, tutto era presente in me. Sospeso il bisogno di riconoscimento, d’identità; abolita la lista delle azioni da compiere; divenni respiro, ed era la Terra stessa a fornirmelo: i polmoni erano bottiglie vuote a cui la brezza insufflava battiti di ciglia. Gli atomi delle cose attraversavano la mia testa portandovi immagini imprevedibili e sensazioni acutissime di ubiquità e onnipresenza. Come degli spasmi erotici, come un sonno profondo, appena disturbato da rumori e voci distanti, attraverso le grate della culla. Il quieto dondolio dell’appartenenza, la gioia di non appartenere a niente se non a quel battito flebile e totale. Come tornare indietro e osservare le immagini sfocarsi, perdere i bordi e confondersi in un’unica invadente luminescenza. Per essere tenuto in braccio dalla forza di gravità, e portato via su una barchetta leggera perso in un mare senza delimitazioni, o scivolare giù verso la luce, dalla mia età fino alla nascita.

Alcuni autori descrivono simili condizioni spirituali come estasi (ex-stasis, essere fuori; fuori da tutto ciò che raccoglie in piccola misura un sentire prevalentemente auto-riferito). Ne ho letto in lungo e in largo, e tutte le parole che ho incontrato avrei potuto prenderle in prestito per descrivere quei giorni, e in quei giorni certi particolari momenti in cui l’assenza di ombre dovute al sole del meriggio divenne effettivamente l’assenza di qualsiasi forma di ombra. Da allora associo il disfacimento, la morte, a quella condizione di pienezza. Ontologicamente parlando io sono un ottimista.

Ma per il tempo che resta, occorre che qualcosa ci porti a intravedere quell’ex stato di beatitudine. Vi sono delle musiche e v’è l’armonia da cui provengono. V’è la collaborazione di materiali vibrazioni che entrano in unisono con l’assenza. Quei cieli di Luglio li ho ritrovati nella musica di July Skies, perché quella musica era presente (era effettivamente nella mia autoradio) e, come me, assente.

“Dreaming of Spires” (2002) riproduce, con una formula davvero semplice, la densa, erotica, rarefatta, disfatta, numinosa estasi di tutto ciò che va in rovina. Una chitarra elettrica, una voce e tutti quegli effetti sonori che rifiutano la possibilità di trattenere le note nel tempo meccanico presente dell’ascolto. La sua misuratezza vellutata si apre a ogni passaggio alla dis-misura dell’eterno, come un requiem d’istanti passeggeri, come una Bellezza che raggiunge il suo acme nell’istante in cui inizia a sgretolarsi.

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La campagna inglese di Antony Harding trascende così in qualunque spazio aperto divenuto reliquiario della vita, museo senza porte né finestre che raccoglie ogni singulto vitale (umano e non) dai primordi a oggi e lo concentra in melodie cariche d’una commozione insopportabile.

Se siete fortunati tra i cespugli vedrete fuggire il dio Pan; attraverso echi distanti di altre dimensioni spazio-temporali vi giungerà il suono della sua chitarra elettrica, accarezzata come un’arpa.

Alessandro Calzavara


In copertina: Dreaming of Spires (front cover, July Skies, 2002).

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