CONSONANZE E DISSONANZE / Nomea senza nome: “Nummunat’” (Arcipelago Itaca, 2017) di Salvatore Pagliuca

Prima di Nummunat’, la prima e unica volta in cui mi sono imbattuto in Salvatore Pagliuca e nella sua opera risale ad alcuni anni fa, in occasione di un omaggio alla produzione poetica neodialettale di un’autrice sua conterranea, Assunta Finiguerra, scomparsa nel 2009. Un incontro emozionato ed emozionante – come raramente accade nelle occasioni pubbliche dedicate alla poesia contemporanea – propiziato, in primo luogo, dalla potente voce poetica dell’autrice in questione: Nun m’abbaste cchiù scrive poesije, “non mi basta più scrivere poesie”, scriveva, del resto, Finiguerra nel suo ultimo Questo dolore che mangia (ed. Le Voci della Luna, 2009).

Al di là di questo ricordo (che mi è sembrato d’obbligo, se non altro come umile spunto per continuare nella diffusione dell’opera di Assunta Finiguerra), non mi pare vi sia una contiguità netta e precisa tra i due poeti neodialettali lucani, l’una di San Fele e l’altro di Muro Lucano.

Non si tratta, però, di una contrapposizione meramente localista o campanilista tra i due autori. Da un lato, infatti, è opportuno ricordare come molta poesia di Finiguerra sia caratterizzata da un afflato “panmeridionale”, a partire dalla brillante definizione adottata da Pier Mattia Tommasino nella prefazione a Tunnichje (ed. Lietocolle, 2007). Si tratta di una declinazione identitaria molto peculiare; come ha ricordato Carla Saracino in un bell’intervento del 2010 su La Poesia e lo Spirito, infatti, “il panmeridionalismo dell’autrice è ancora una volta corpo in congestione, corpo in diretta. L’affastellarsi di figure mitiche, le imprecazioni, le comparazioni fra gli oggetti e l’umano o l’umano e la legenda archetipica dei sentimenti, sono colori sgargianti sulla tavolozza di una poetessa che non rinuncia ad entrare nella classicità del sentire mostrandosi al pari d’un oracolo, una bocca della verità sguaiata, talvolta, nel senso della crudezza del dire. Chi è classico non può rinunciare alla crudeltà, intesa come atto di coraggio verso la nominazione del male”. Vi è dunque una molteplicità di piani, dal livello comunitario e sovra-comunitario a quello individuale e biologico, che non trova intersezioni stabili, o armonia, nella poesia di Finiguerra, lasciando così spazio ad un’energia pulsante e disarmonica che è incaricata, vitalisticamente, di riprodurre incessantemente la forza del canto.

La poesia di Salvatore Pagliuca, invece, risulta più armonica – senza che quest’aggettivo prenda qualità assiologiche o di giudizio di valore – e in Nummunat’ si manifesta, infatti, una più decisa compenetrazione tra livello collettivo e individuale. Come si ricorda nella motivazione per la vittoria ex-aequo del premio “Arcipelago Itaca” per le raccolte inedite, il modello di riferimento di Nummunat’ è la Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, ossia un “un lavoro corale per singole voci” (p. 6).

Ad ormai un secolo di distanza dalla pubblicazione, il modello poetico di Lee Masters può apparire forse trito e ritrito (e per certi versi lo è), ma consente, almeno, di mettere in moto quel lavorio della memoria sul quale si concentra l’autore, assecondando così anche la propria vocazione professionale di storico e archeologo. Questo, però, non vuol dire che Nummunat’ sia semplicemente la restituzione alla contemporaneità di una narrazione corale, radicata nella peculiare temporalità della provincia italiana, e in particolare delle campagne del Sud.

Oltre a non presentare tracce di quel meridionalismo che spesso affligge la produzione neodialettale e, in generale, la produzione culturale radicata nel Sud italiano, Nummunat’ è anche un lavoro sulla “nomea”, come vuole il titolo stesso, dei “senza nome”, in senso benjaminiano. Di conseguenza, “nomea” non è qui da intendersi nell’accezione deteriore di fama negativa, ma come ciò che gravita attorno a un nome: gli aneddoti e le storie di vita, certamente, recuperati all’interno dell’operazione memoriale, ma anche le immagini che tale recupero produce e che si mescolano inevitabilmente con quelle dei ricordi autobiografici dell’autore, contribuendo quindi a ricreare un immaginario e, quindi, un mondo specificamente poetico.

Del resto, come scrive lo stesso Pagliuca, “nu nom’ è na campanegghj” (“un nome è una campanella”, p. 49) che, ri-suonando, attiva la memoria sia personale che altrui. Si tratta qui di un processo che ha significato e valore non soltanto come testimonianza, ma anche come esplorazione dei propri limiti umani (Rr’ gent’/ “Umanità”, è il titolo della seconda sezione del libro, dopo l’omonima Nummunat’/”Nomea”), fino a identificare quella precarietà esistenziale che travalica le memorie e le esistenze individuali: “C’ n’ sciam senz canosc’, / vacch’ senza campan’” (“Ce ne andiamo senza conoscere, / vacche senza campanella”, p. 61).

Si può osservare come, in queste ultime citazioni, si ripeta almeno due volte una significativa discrasia tra la versione dialettale e quella italiana: rr’ gent’ non è propriamente “l’umanità”, ma, al tempo stesso, il titolo in italiano identifica, per contrasto, una sezione dove la “Spoon River lucana” è in realtà sostituita da una popolazione più che altro animale; campanegghj e campan’ non sono propriamente la stessa cosa, ma anche qui l’identica traduzione italiana con il termine “campanella” aiuta a illimpidire la forte connessione tra i testi.

Si manifesta così la peculiare capacità del dialetto di Pagliuca di imprimere torsioni espressionistiche anche alla lingua italiana (si veda ad esempio S’ ‘mpuntugghiaj ra sott’, “s’appuntellò di sotto”, p. 22). In fondo, come scrive Pagliuca, trovando una singolare consonanza tra dialetto e reminiscenze gaddiane: “E lu gliuommer’ vaj appriess’ / a la lengh’”: “E il gomitolo segue / la lingua” (p. 19). E la poesia di Pagliuca segue, umile e coscienziosa, il gomitolo, allo scopo quanto mai attuale di tenere insieme la nomea dei senza nome.

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