Sorprendenti Laura Giordano ed il Coro Cilea per “La Traviata” al Rhegium Opera Music Festival

di Marta Cutugno

Reggio Calabria, 21 settembre ’18. Si apre il sipario sul Rhegium Opera Music Festival, per la direzione artistica di Domenico Gatto e Renato Bonajuto, un’iniziativa coraggiosa nell’area dello Stretto ed è subito entusiasmo e partecipazione. Ad inaugurare gli eventi in programma, il melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi per la regia di Andrea Merli, assistente alla regia e coreografa: Sofia Lavinia Amisich, disegno luci : Renzo Di Chio. In scena, il dramma di Amore e Morte che, ai tempi, la censura snaturò rispetto alle originali intenzioni. Nel febbraio del 1854, Verdi comunicava per iscritto a Vincenzo Luccardi che non sarebbe andato a Roma per tanti motivi, tra questi la scure della censura che “ha fatto la Traviata pura e innocente […] così ha guastato tutte le posizioni, tutti i caratteri. Una puttana deve essere sempre una puttana. Se nella notte splendesse il sole, non vi sarebbe più notte. Insomma non capiscono nulla! […]”. 

Per la Traviata reggina si attendeva Marie Pierre Roy nel ruolo del titolo sostituta poi da Laura Giordano, al debutto come Violetta Valery. Il soprano dalle già affermate e conosciute doti, artista di acclarato talento, si accosta al personaggio della cortigiana per la prima volta e con giusta enfasi, tirandone fuori carattere e drammaticità, dal più conosciuto brindisi all’ultimo anelito di vita tra le braccia dell’amato. Laura Giordano riesce a tenere il pubblico letteralmente con il fiato sospeso e tocca l’animo dei presenti: prorompente la passionalità di “Amami Alfredo”, eteree le finezze del “Dite alla giovine”. Le sonorità che ne convengono sono intatte, cristalline e cariche di significato nella pienezza dei registri. Ma non solo. La limpidezza di un acuto, da sola, non può fare un grande interprete. Il soprano palermitano può vantare una compartecipazione totale del suo essere al servizio della messa in scena. Ogni sguardo, ogni minimo gesto ed ogni espressione del viso convogliano alla perfetta resa del personaggio e lo spettatore non può fare a meno di seguirne movenze e portamento anche quando la partitura ne detta il silenzio vocale. Brillante e appassionata nel primo atto, sorprende e raggiunge le più alte vette della drammaticità verdiana nel secondo, fino all’abbandono del finale che costituisce il punto di più intimo contatto con la parte. 

La presenza di Salvatore Grigoli, che debutta nel ruolo di Germont padre, ne sostiene le motivazioni e lo scambio nel giardino del rifugio amoroso in campagna si rivela il momento più intenso e commovente dell’intera opera. Grigoli ha stoffa ed ottimo timbro. Il personaggio è da lui restituito in maniera piena e sentita e sembra ben predisposto ad una maturazione definitiva con la cura delle perfette sfumature. L’innamorato Alfredo è Giuseppe Talamo. Dal punto di vista scenico, il tenore regge anche piuttosto bene i tre atti e riesce ad entrare in sinergia con il flusso narrativo dell’opera ma non è supportato da una vocalità nitidamente definita e non convince. Nel cast sono presenti la Flora Bervoix di Gabriella Grassi, Stefano Tanzillo/ Gastone, Alessio Gatto Goldstein/ Barone Douphol, Demetrio Marino/Marchese d’Obigny, Marcello Siclari/ Commissario. Menzione a parte per Ilenia Morabito come Annina che, in voce ed azione, bene interpreta la domestica di casa Valery e per la buona performance di Giuseppe Zema nel ruolo del dottor Grenvil. Qualità alta risiede e si registra nei pezzi d’insieme in cui convergono le energie di tutti ed il cast può lasciare esplodere la forza comunicativa del dramma qui scandito dalla regia di Andrea Merli che, inoltre, alla prima apertura del sipario, figura in scena in prima persona nei panni di un pittore, munito di tavolozza e pennelli alla mano, nell’atto di rappresentare su tela le sinuose forme di una modella senza veli, morbidamente adagiata sul canapè. Nella sequenza formale dell’opera, la presenza di pochi arredi è compensata dalla tridimensionalità scenica suggerita da proiezioni di ambientazioni tipiche e diverse per i tre atti. Tra queste la più naturale è senz’altro la ricostruzione della Véranda “de la Salle” (1904) di Jacques Gruber, con tendaggi e drappeggi in verde smeraldo al primo atto. Si prosegue con l’immensità ed i verdi germogli della campagna, con la sontuosa scalinata del palazzo di Flora e si conclude con un fondo nero che accompagna la dipartita della protagonista. Le scene e i costumi sono di FantasiainRe – Reggio Emilia. In scena anche i danzatori del Centro Studi Danza di Gabriella Cutrupi, danzatore solista: Francesco Rodilosso.

Alla guida dell’Orchestra del Teatro Cilea, il M° Manuela Ranno che, in chiusura, insieme agli interpreti tutti, saluta il pubblico e scioglie le tensioni nella commozione. Una direzione, la sua, che suggerisce quel trasporto psicologico misurato e consono all’opera ma non brilla particolarmente in personalità e spesso opta per velocità sostenute, generando momenti di scollatura e scompenso temporale tra la buca ed il palcoscenico. A volare altissima la performance del Coro Cilea diretto dal M° Bruno Tirotta. La sicurezza vocale e la somma partecipazione scenica della compagine assicura un ottimo risultato da capo a fine. La nitidezza, la potenza e l’espressività del singolo suono corale risultano curate nel minimo dettaglio, omogenee all’inverosimile e vanno ad impreziosire in maniera sostanziale la resa generale dell’opera tutta. Molti gli applausi a scena aperta che hanno segnato il successo della rappresentazione e ottimo il riscontro da parte del pubblico che ha affollato il Teatro Cilea. Prossimo appuntamento per la stagione del Rhegium è Norma di Vincenzo Bellini prevista per il 2 e 4 novembre.

foto di Marta Cutugno

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