Vi presento Toni Erdmann

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Ogni volta che sembra cedere a una soluzione più prevedibile, “Toni Erdmann”, o secondo il titolo italiano “Vi presento Toni Erdmann”, trova una soluzione inattesa. Così la sceneggiatura e la regia di Maren Ade, Orso d’argento al festival di Berlino per il precedente “Allen Aderen”, ribalta i luoghi comuni e racconta in una chiave originale il rapporto padre-figlia.

Una relazione inquinata da elementi affettivi e familiari che rimangono fuori campo, ma che continuano ad alimentare i mancati dialoghi e i confronti pieni di non detto che vedono contrapposti il dimesso insegnante di musica in pensione Winfried Conradi e la figlia, la manager Ines. Un’ambiziosa dirigente impegnata, in Romania, nel lavoro “sporco” di tagliare i posti di lavoro in funzione di imprenditori immersi nella nuova economia. Un cane morto e una madre anziana e in fin di vita, un’ex moglie e una figlia che vive solo di lavoro e di piani aziendali, fanno di Conradi uno sconfitto e potrebbero delineare un quadro patetico ma non è così.

Il film mescola la dimensione tragica implicita nella storia con situazioni più leggere che rientrano nel quadro di un sovvertimento creativo sul piano narrativo. Di conseguenza, sin dall’inizio il personaggio di Winfried si trucca e si traveste, camuffa la voce e in modo rozzo ironizza su tutto, per poi trasformarsi in Toni Erdmann. Così il padre cerca un ponte surreale con la figlia, nell’impossibilità di comunicare in modo diretto, incarnando l’anima di una narrazione che impiega una cifra stilistica non abituale per descrivere l’oggi.

Un film pure politico, in fondo, che evoca, in sequenze non didascaliche, il disagio sociale e la tristezza di una realtà capitalistica liquida attraverso un rapporto personale e senza banalità. Con la fotografia di Patrick Orth e il montaggio di Heike Parplies, la regista e sceneggiatrice dissemina di sequenze buffe e acute, drammatiche e divertenti, dal respiro esistenziale e a tratti tragicomico, un film che trova in Peter Simonischek e  Sandra Hüller (il cui ruolo cresce d’intensità) due interpreti di rara finezza. Cinque gli European Film Award, Premio Fipresci a Cannes e una candidatura all’Oscar come miglior film straniero.

 

Marco Olivieri

 

Dalla rubrica “Visioni” del settimanale “100nove Press” del 16 marzo 2017.

Immagini tratte dalla pagina Facebook in italiano del film.

Il commento

“Tra le (poche, pochissime) certezze imparate in 39 anni di vita, c’è quella per cui un film tradotto male e spacciato come “commedia che fa tanto tanto ridere” dopo due giorni dalla visione ti dà ancora il magone. “Toni Erdmann” – a cui l’Italia ha aggiunto “Vi presento…” – è il più bel film sul girare a vuoto per non pensare che abbia visto da molto tempo a ora. Ed è anche un film in cui ogni volta che una scena sembra imbroccare una deriva l’aspettativa viene delusa e si racconta invece un’altra cosa. Sì, è anche un film che mette in scena un padre e una figlia che non si parlano più e forse non si sono mai parlati, e per abbracciarsi hanno bisogno di stare nuda (lei) e vestito da scimmione apotropaico (lui). Poi è anche un film sui tagliatori di teste e sulla manodopera all’Est, ma questo per me è l’aspetto meno interessante (non socialmente, intendo nel film). Meno, molto meno, di quanto una dentiera e una grattugia per produrre forfora finta misurano la nostra piccola e per ciò ontologicamente incolmabile distanza dalla felicità umana. Raccontare questa cosa senza fare la moralina facile sui valori semplici mi sembra infinitamente più difficile, e ho un grande rispetto per chi ci riesce” (la scrittrice Nadia Terranova, dalla sua pagina Facebook, 12 marzo 2017).

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