La metafora assoluta. Viaggio nella poesia di Angelo Scandurra

di Diego Conticello

Dimentichiamoci per un istante di tutta quella poesia “narrativa” (e prosaica in quanto a stile) che ha caratterizzato tanta letteratura italica del secolo scorso. La poesia di Angelo Scandurra è ancora l’estremo baluardo di un’incommensurabilità lirica purtroppo oggi quiescente e non è per nulla una poesia “facile”, anzi abbisogna di continui svisceramenti di senso, di perpetue estrapolazioni di significati dalla massa cangiante e complessa delle metafore che ne contraddistingue l’andamento visionario e fortemente oracolare. I risultati sono di grande efficacia, grazie ad un “lirismo scarnificato” che si serve spesso del verso aforistico, della sentenza diretta e spiazzante nella quale s’insinuano vaste pause riflessive; versi dunque di avveduto raziocinio che lasciano pochissimo margine all’approssimazione, anzi lavorano di tecnica per diffondere un retro-pensiero spigoloso e difficile da comunicare, ma denso e sentimentale fino al totale “spasimo orfico” («[…] sono un cavaliere errante,/ mi attardo nei frontespizi/ per fissare un’espressione/ che apra il velo di te Proserpina.»).
Quando allora il nostro poeta giunge a dire: «La primavera fonde i colori/ in geometriche valenze:/ le farfalle hanno chiara la mappa/ degli intrattenimenti,/ misurano in volo/ la prevalenza dei profumi.», intende la capacità, propria solo della vera “Poesia”, di organizzare le nostre percezioni, dandone un’esatta rispondenza fonico-retorica nei versi, sottolineando poi che sono davvero pochi i poeti (‘farfalle’) ad avere un progetto formale lungimirante adatto a indicare una direzione chiara da seguire nello spaesante labirinto della letteratura (dell’esistenza?).
Purtroppo risulta oggi difficilissimo – specie per il lettore spiccio e distratto – posto il generale svilimento di una parola sin troppo mercificata, confrontarsi con una poesia ‘difficile’, che preveda l’incalzante crescita del proprio ‘tasso’ simbolico poiché ormai, nelle tenebre della contemporaneità, «Non incombe altro/ che il desiderio asciutto/ della parafrasi che assolva/ prima del pubblico i poeti./ Il costo troppo alto/ lascia la mercanzia sui banconi;/ i clienti osservano i colori,/ controllano le cuciture,/ probabili giunture,/ rivoltano dalla storta…/ alla stregua di accattoni/ giocano al rialzo,/ cercano complici gli specchi.».
Scandurra tenta tuttavia di rivivificare questa Poiesis che rischia di crollare sotto le spinte di moderni registri prosastici, i quali hanno già assestato duri colpi ad una lingua lirica progressivamente emarginata e accantonata; reagisce torcendo il lessico e i fonemi con la perizia di chi maneggia del filo spinato per erigere un ‘limite’, un confine oltre il quale mantenere a distanza tutta quella non-poesia fatta di eccessiva discorsività.
Un poeta consapevole dell’insidioso ruolo assunto all’interno di una società sempre più devastata, ha dunque il dovere di non fermarsi ad un livello, per così dire, ‘immediato’ della parola («[…] l’angelo della bestemmia/ va sempre un rigo oltre/ il concerto di fughe.») ma, spiccando «[…] voli improvvisi/ fra rami attorcigliati/ alla vetustà dei segni.», tentare di superare le stolte banalizzazioni del lessico con un’intensa e selettiva ricerca che permetta, infine, di «[…] Scorticare fino al midollo/ il ragguaglio dei veggenti,/ ripassare sul margine/ di affastellati impulsi;/ difendere con strenuità/ il tono perché entrare/ nella morte è passo breve.». Il linguaggio massificato sembra ormai aver preso il sopravvento su quello lirico, spodestando l’arte poetica dalla funzione salvifica che aveva in tempi ormai remoti. Non resta che decretarne la condanna a morte, con un ironico ribaltamento basato su scenografie che rinviano – argutamente – ad un’epoca in cui la poesia rivestiva ancora un posto fondamentale nella società. «[…] Queste urla giungono dal confine:/ la poesia va imparata a memoria./ Bla, bla, bla. Il poeta nacque…/ il poeta è morto, la poesia è morta./ […] Sulle scale della storia/ siamo saliti a colpi di trovate./ L’uditorio è sminchiato, assoggettato./ […] Bisognerà dimostrare che la letteratura/ non è una minagione di parole,/ che la poesia non si vende a chilo, etcetera.». Qui si giunge a prefigurare addirittura una possibile “morte della poesia” imputabile all’odierna “perversione dello stile”. Il poeta però si ostina, in tale imminenza apocalittica, a serrare le file con l’aiuto di un linguaggio visionario e di un certosino labor limae che depurino l’irruenza dei sentimenti, arginando questo tramonto triste della poesia («Ma i silenzi enunciati/ su lune d’intesa con mani/ che cercano metafore;/ gira a vuoto la scansione/ degli schiavi che vogliono/ parole da innalzare ai re.»). Da qui inizia un’estenuante lamentazione per questa morte imminente della poesia, ma Scandurra non si abbandona a eccessi languidi o patetici piuttosto, pervaso da un’ossessiva smania razionalizzante, accumula metafore su metafore, come avviene, ad esempio, nelle kenningar della tradizione lirica norrena, costruite con quella particolare tecnica che permetteva agli ‘scaldi’ (bardi scandinavi) di descrivere ogni parola per mezzo di una perifrasi, formando così lunghissimi poemi interamente giocati sulla metafora. Il loro esponente più significativo fu Snorri Sturluson con la sua Edda in prosa: «Udite, al “banchetto del sire/ dei ceppi” pei prìncipi inizio./ Il silenzio chiediamo, poiché/ degli astanti il lutto sappiamo.» (qui il “sire dei ceppi” è Odino, divinità che si nutre della poesia stessa, che è dunque definita come “banchetto”. Il lutto è mancanza di parola).
Nel riscrivere questo codice primigenio, Scandurra procede per simbolismi galoppanti, scavalcando il punto critico della prosaicità per attestarsi su un ritmo che sia distante dalla metrica tradizionale, sebbene pregno di quei pacati accordi musicali in cui la parola possa risuonare per meglio “andare a segno”, sfondare il mortifero bersaglio del silenzio. Non sempre però un alto tasso di liricità deve per forza coincidere con l’armonia del dettato, il quale può anche essere dissonante sia a livello fonico (e Scandurra usa molto bene questo accorgimento, senza lasciarsi mai trasportare da facili accordi melodici o da singole sonorità forzosamente eleganti) sia a livello lessicale (per cui si incontrerà di rado la parola tornita o aulica ad ogni costo): «[…] Abbassa lo spartito/ l’iracondo musicista,/ inventa note fuori tempo:/ si tocca l’armonia/ nel gallo che canta tre volte/ o nel martirio giustificato./ La luce cade in letargo/ sull’inventività dei colori.». Anzi, un ordine armonico in poesia potrebbe rivelarsi pericoloso o destabilizzante, perché fuorvierebbe dalla consistenza del messaggio, pertanto Scandurra crede fermamente ad una sorta di “elogio della disarmonia e dell’improvvisazione”, privilegiando le idee rispetto all’ossessivo inseguimento di una forma perfetta: «Lo spazio della verità/ è chiuso/ nella lingua del villaggio./ Il chiodo fisso/ non stravolge più di tanto/ l’alibi della controversia./ […] Basta niente per rimandarci al fondo,/ all’inizio dei confronti./ […] Ma io conservo l’idea.».
Lo sperimentalismo di Scandurra, perché di sperimentalismo si tratta (ma non di quello asettico che gioca, in maniera quasi infantile, a narcotizzare il lettore con calembours e non-senses a profusione), è agitato da surrettizî moti di riconquista di uno spazio concettuale («[…] il segno prevarica l’idea./ La nostra teoria/ è filosofia di serenate./ Si deforma l’illusione.), peraltro molto simili all’ultimo Zanzotto di Conglomerati: «[…] che delizia/ che letizia di vedere e non vedere,/ di scender dentro mente e uscir di mente,/ il significante ha guidato l’utente/ l’ha pilotato in begli scioglilingua/ sciogli niente.».
E la grande forza di questa ‘traccia’ poetica non disattende la nostra fiducia anzi, con potenti iniezioni di metafora, spiana la strada decifrando il reale, spalanca pienezze di conoscenza travalicando ogni conformismo per riappropriarsi delle perdute illusioni («[…] Se torneremo alla luce/ sarà per filamenti, per orme, per gocce,/ per schizzi sformati, per sapori,/ per connotazioni inverse,/ linguaggi sparsi,/ per figure nascenti nella notte.»).
È una poesia che non disdegna una massiccia dose di visionarietà, quasi un ritorno sconnesso a fantasie infantili, nelle quali l’arte del paradosso poteva essere esercitata nel gioco oppure, in una vecchia piazzetta etnea di carrozzoni e retablos, dove ci si fermava incuriositi ad assistere allo spettacolo del “puparo”, che imprimeva nell’esaltata memoria dei bambini le furenti imprese dei paladini e, perché no?, anche la melanconica pazzia amorosa del misero Astolfo.
La poesia diventa così strumento privilegiato di conoscenza, poiché veicola un desiderio di catarsi tramite l’altezza dei contenuti e delle forme. Scandurra, che è poeta del disinganno assoluto, la concepisce quale improvvisa apertura alla verità, massima mediatrice, presso il mistero della vita, di tutte quelle amarezze che incatenano l’animo umano: «Non vale il cavallo di Troia/ per contrabbandare idee;/ in prospettiva// l’immagine si fonde/ allo stratagemma.». Questi versi brevilinei, la parola isolata ermeticamente a fungere da icona irripetibile e definitiva, rispecchiano un inaridimento esistenziale che è possibile ravvivare solo con l’amore. Il tema erotico diviene così il precario riempimento di quel vuoto, metafora della ricerca spasmodica di una ‘conoscenza’ che possa liberare l’uomo dal secolare giogo dell’ipocrisia: «[…] Ti prendo per mano/ per rompere l’ennesimo agguato/ e cogliere l’infinito risveglio/ di questo falso tempo.».
Angelo Scandurra – si è visto – adotta una parola recalcitrante ad ogni abbassamento del tono e, finalmente, certa di un’efficacia che proviene dalla potenza di chi traccia graffiti nelle oscure caverne dell’apatia per trovare un possibile percorso di ‘conoscenza’. Utilizza spesso un lessico guerresco, come per assediare l’invulnerabile scorza dell’esistenza al fine di darvi un senso: intende equiparare la poesia ad una costruzione di pensiero solida, articolata, frutto di accorti e precisi stratagemmi propedeutici alla cattura di quell’intuizione (“orgasmo di petali”) che permetta di dare significato alla vita sfuggendo all’ovvietà («La lucertola guizza nelle tempie,/ assorbe l’interesse e le cellule/ sono segmento di fame./ La massiccia ragnatela/ stringe il circuito dei sensi,/ è trappola di consuetudini./ Fermenta la cognizione/ e il tocco magico/ è orgasmo di petali…»).
La parola si rivela dunque l’unico possibile nucleo di salvezza nella rischiosa avventura della conoscenza. Essa incide talmente in profondità sul poeta da sfatarne le resistenze, per ‘incarnarvisi’ in maniera dolorosa ma necessaria («Ci prende all’improvviso,/ sapiente, scaltra, risoluta;/ ci trafigge nel costato./ Cerca complicità imperdonabili/ come giocare col filo di luce/ che taglia la ringhiera o soffocare/ con perizia il gatto o aprire/ lo sportellino della gabbia./ Scava con testarda compiacenza/ smentendo ogni esattezza/ per appropriarsi di filtri e di refusi./ Ci stringe ancora oltre/ mentre gli angeli maturano riscosse/ per il tempo passato ad espiare.»). Questa redenzione tutta mentale passa dunque per la cruna di un’“incarnificazione”, un processo per cui il corpo si fa tramite di una “ritualizzazione della sofferenza” che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – condurre ad una piena maturità esistenziale.
Scandurra è poeta di assoluta estrazione neo-barocca. Egli stesso sembra suggerirci una via orfica di intendere la poesia ed, in effetti, il suo è un linguaggio oracolare, il distillato di una forza espressiva originaria, ancestrale, quando la fusione con la natura (potenza creatrice e ispirativa) era vitalità furibonda, incessante lotta per sopravvivere all’oblio della morte. Così la sua lingua mira esclusivamente ad infliggere continue coltellate a questo senso di rinuncia al lirismo; ferisce la mediocrità e la falsa parsimonia fono-simbolica dei modelli in voga per assestarsi su una linea di deflagrante energia dionisiaca, fosse anche disarmonica ma, di certo, non piatta né approssimativa nella costruzione e negli esiti: «Demolire, demolire/ lo spazio che intercede/ senza ritrarsi / al minimo contrappunto./ Anzi ribadire,/ accendere la metafora,/ inveire contro il dubbio; / squarciare il velo:/ toccare, toccare…».
Un accentuato senso di traumatico disagio permea i versi di Angelo Scandurra, una maligna incompiutezza che stordisce il lettore più di quanto non faccia già la scarnificata asperità del suo affascinante linguaggio. Esso sembra pulsare nelle tempie come se provenisse dagli antri abissali di un inconscio collettivo di cui abbiamo perso irrimediabilmente le tracce.
La visionarietà è condotta alle estreme conseguenze grazie ad uno stile sofisticato che pretende di essere continuamente decifrato, come se si trattasse di un antico codice lirico redatto per enigmi, per senhals e disseminato di elementi fuorvianti. Il ritmo è martellante, quasi ipnotico, lavora per via di complesse metafore – con penetrante zelo – ad arginare la monotonia (il dolore, lo smarrimento) del silenzio, che poi è timore di un abisso totalmente esistenziale («Per colpire a segno bisogna che/ regni verosimilmente il silenzio:/ la parola può allarmare il bersaglio,/ renderlo vibratile, quindi mobile./ Benvenuti allora gli artefici di suoni,/ anche se assassini della quiete.»). Si avverte in queste liriche un senso di rottura, un meccanismo inceppato della parola che potrebbe condurre davvero ad un silenzio inesauribile e spaventoso.
Questa lingua di natura logico-razionale sebbene apparentemente inaccessibile, si coniuga ad una volontà irrazionale, ma capace di potenti slanci lirici. I termini logici cercano di colmare la distanza che separa il poeta da una realtà astrusa e incomprensibile, mentre le volitive metafore tentano di agganciarsi ad una forma “alta” che è ricerca dell’assoluto. Siamo di fronte ad un’estrema dualità in cui possibile scorgere l’essenza narcisistica di un ferino, ‘corporale’ desiderio di conoscenza.
Non credo ci sia niente di più intelligente, di più barocco che l’affrontare il disagio esistenziale – il “male di vivere” – combattendolo da pari a pari, a testa alta, avendo a sola guardia sfrontate concettualizzazioni e imprudenti metafore. Come in una pericolosa giostra masochistica, esse prestano, sì, il fianco al dolore e al pensiero della morte ma, alla lunga, se proprio non hanno la meglio, almeno non si sono mai rifugiate dietro pesanti armature di silenzio. Tutto questo ci parla di una poesia che guarda oltre, che ha un fine più alto: attingere alla sofferenza grazie ad una parola risoluta per tendere al disvelamento dell’assoluto (forse della Poesia stessa?): «[…] il brivido è nel passo breve,/ nell’attimo che trasecola./ […] sento il tuo corpo/ come invito all’assoluto…».

Originally posted on La poesia e lo spirito 28/10/2012

Opere di Angelo Scandurra

Poesia

Proposta per incorniciare il vuoto (con un risvolto di copertina di Giovanni Occhipinti). Caltanissetta-Roma, Sciascia 1979.
Fuori dalle mura (con una prefazione di Mario Luzi e un risvolto di copertina di Francesco Battiato). Caltanissetta-Roma, Sciascia 1983.
L’impossibile confine (con una presentazione di Luca Canali). Lecce, Manni 1989.
Trigonometria di ragni (con una prefazione di Manlio Sgalambro). Milano, All’insegna del pesce d’oro (Scheiwiller) 1993.
Criteri di fuga (con una prefazione di Marisa Bulgheroni e un risvolto di copertina di Carlo Muscetta). Firenze, Passigli 1998 (II edizione 1999).
Il bersaglio e il silenzio (con una prefazione di Roberto Roversi e un risvolto di copertina di Alda Merini). Firenze, Passigli 2003.

Narrativa
Appunti per un colloquio forzato (con una prefazione di Gesualdo Bufalino). Milano, La Vita Felice 2000 (II edizione 2001).
Quadreria dei poeti passanti (con un risvolto di copertina di Manlio Sgalambro). Milano, Bompiani 2009 (II edizione nov. 2009).

Angelo Scandurra è nato ad Aci Sant’Antonio (Catania) il 19 agosto del 1948 e vive da sempre a Valverde, paesino tra le colline e il mare dei faraglioni alle pendici dell’Etna.
Nel 1986 ha fondato ‘Il Girasole Edizioni’ che, a tutt’oggi, ospita un catalogo (con carta rigorosamente tirata a mano e copie interamente artigianali) di assoluto rilievo, con scrittori del calibro di Ezra Pound, Federico De Roberto, Gesualdo Bufalino, Sandro Penna, Tonino Guerra, Roberto Roversi, Giuseppe Bonaviri, Michelangelo Antonioni, Mario Rigoni Stern, Fiore Torrisi, Carlo Muscetta, Manlio Sgalambro e altri. In queste circostanze sono nati profondi e significativi sodalizi umani e artistici con grandi intellettuali e maestri.
Nel 1994 viene eletto sindaco di Valverde, incarico che ha ricoperto, per ben due legislature, sino al 2003.
È stato finalista per ben due volte al Premio Viareggio-Rèpaci (con i volumi Fuori dalle mura, 1983 e L’impossibile confine, 1989 con cui si è aggiudicato nello stesso anno il Premio Cilento-Pinto). Nel 2010 è stato insignito del Premio speciale Salvo Basso – Città di Scordia per il suo impegno intellettuale.
Un’ampia selezione delle sue poesie è stata tradotta in Svezia nel 1993 (a cura di Ingamaj Beck), negli Stati Uniti nel 1996 (a cura di Roberto Severino) e infine in Spagna nel 2009 (a cura di Miguel Angel Cuévas).
Mario Luzi lo ha definito, in un’intervista rilasciata appena prima di morire, «l’ultimo erede dell’Ermetismo».

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