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Fabio Pusterla
Ultimi cenni del custode delle acque

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“La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo”.

Questa è la sola speranza: l’abbandono all’acqua del rivolgimento faccia riemergere un nuovo paesaggio di relazioni. La forza della poesia non è più minimizzabile. La “goccia di splendore” si muta in un flusso inarginabile, incustodibile.

«Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».

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“La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo”.

Questa è la sola speranza: l’abbandono all’acqua del rivolgimento faccia riemergere un nuovo paesaggio di relazioni. La forza della poesia non è più minimizzabile. La “goccia di splendore” si muta in un flusso inarginabile, incustodibile.

«Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».

dalla postfazione di Gianluca D’Andrea


Questo libro segna la nascita della collana Contemporanea delle edizioni di Carteggi Letterari. L’editore ringrazia Fabio Pusterla per aver scelto di pubblicare con noi questi quattordici frammenti di poesia,  Francesco Balsamo per averli illustrati e accompagnati con i suoi preziosi disegni, e Gianluca D’Andrea per l’attenta e puntuale nota critica.

natàlia castaldi


Fabio Pusterla (1957). Poeta, traduttore, saggista, insegna letteratura italiana presso il Liceo di Lugano e l’Università della Svizzera Italiana. Collabora ai Quaderni italiani di poesia contemporanea e dirige la collana poetica “Le Ali” dell’editore Marcos y Marcos.

Come traduttore si è soprattutto occupato di poesia francese contemporanea, curando l’antologia Nel pieno giorno dell’oscurità (Milano, 2000) e traducendo molte opere di Philippe Jaccottet (sua la prefazione al volume complessivo Oeuvres della Pléiade, 2014) e di altri autori francesi, svizzeri e portoghesi. Sempre a Jaccottet ha dedicato il volume di saggi Il nido dell’anemone (Napoli, 2015). Tra i suoi lavori critici si ricordano l’edizione delle opere narrative di Vittorio Imbriani (Milano, 1992-94) e il volume di saggi Il nervo di Arnold (Milano, 2007).

È autore di due volumi di prose (Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola, nonostante tutto e Quando Chiasso era in Irlanda e altre avventure tra libri e realtà, Bellinzona, 2008 e 2012) e di sette principali raccolte poetiche parzialmente riassunte nell’antologia Le terre emerse. Poesie 1985-2008 (Einaudi, 2009), cui hanno fatto seguito Corpo Stellare e Argéman, (Milano, 2010 e 2014).

Tra i principali riconoscimenti, il Premio Montale, il Premio Schiller, il Premio Gottfried Keller, il Premio Svizzero di Letteratura, il Premio Napoli, il Premio Stephen Dedalus e il Premio Vittorio Bodini.

“Antemprima editoriale – Fabio Pusterla, Ultimi cenni del custode delle acque” di Diego Conticello 
La plaquette di Fabio Pusterla, “Ultimi cenni del custode delle acque” (in uscita il prossimo 10 di marzo), inaugura e segna la nascita di Carteggi Letterari – Le Edizioni (collana Contemporanea). Questi quattordici frammenti di poesia saranno impreziositi dalle illustrazioni di Francesco Balsamo, notevole e poliedrico artista, poeta e disegnatore di lungo corso e da una postfazione di Gianluca D’Andrea.

La ricerca di Pusterla – scrive D’Andrea – “sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo. […] Questa è la sola speranza: l’abbandono all’acqua del rivolgimento faccia riemergere un nuovo paesaggio di relazioni. La forza della poesia non è più minimizzabile. La “goccia di splendore” si muta in un flusso inarginabile, incustodibile”.

«Fuori da rotte già stabilite, i Carteggi (scambio epistolare ma anche insieme di operazioni con cui si conduce una navigazione) segnano le vie percorribili attraverso cui interpretare e navigare il presente. Libri da collezione curati nei minimi dettagli per rinnovare il piacere della carta quale mezzo di “restituzione” di un lavoro onesto, che coincide per contenuto e forma al peso dell’oggetto, al piacere del suo possesso. Le Edizioni Carteggi Letterari sono un laboratorio di parole da scambiare e traiettorie da sperimentare, mappe con cui orientarsi seguendo i punti cardinali della contemporaneità.» Con queste parole Natàlia Castaldi e Alfredo Nicotra ci illustrano il percorso che questa casa editrice intende intraprendere all’interno del panorama vastissimo e non sempre chiaro dell’editoria italiana (che negli ultimi tempi pare, continuando la metafora acquatica, navigare a vista!).

In questi nuovi frammenti Fabio Pusterla ci parla – come direbbe Lucio Piccolo – di una natura “sulla soglia della definitiva scomparsa” allertandoci, con piglio nuovo e più sconvolto del solito, sul possibile cambiamento e l’imminente “rottura” di una realtà già fragile ed in continua trasformazione, ma della quale sinora venivano tracciati perlopiù i contorni di resilienza rispetto ai potenziali agenti distruttivi. L’acqua in questo senso assume in sé tutta la simbologia archetipica relativa all’ineluttabile sconvolgimento del reale, un “tumulto” rispetto al quale il poeta si pone in estremo ma concretissimo atteggiamento di analisi/ascolto, tuttavia quasi a superare la fase di registrazione accorata delle raccolte precedenti, e assumendo nel contempo un senso di sgomenta ma dignitosa attesa/accettazione di un «disordine necessario inevitabile/ ad ogni metamorfosi futura.» ma propedeutico a «una nuova serenità dell’alba». L’autore riesce a cogliere, in queste preziose liriche, la capacità dimessa ma scardinante della parola che, per tramite dell’allegoria acquatica, sconvolge, sovverte ma rivivifica i precari equilibri “fisici” da sempre in continua rimodulazione. La perdita degli spazî di confine, di “frontiere” (parola tanto cara a Pusterla) che avviene con “elegante e multiforme disordine” potrebbe inizialmente ingenerare sofferenza, ma il pregio dell’autore è quello di guardare oltre la pseudo-ripetitività dei processi di trasformazione («Io attendo muto di alzare di nuovo lo sguardo») per attingere, quasi con prospettiva rasserenata, a risultanze ‘altre’ (leggasi un’umanità più consapevole degli stessi rischi connessi agli sconvolgimenti in atto e del fragile meccanismo che li presiede). La poesia «estrema debolezza/ nel cuore della forza», esattamente come accade all’acqua, non riesce e non vuole sempre seguire gli ‘argini’, mantenersi dentro le ‘chiuse’ o attenersi alle ‘alzaie’ (della lingua, del ritmo, dell’uso comune, dello stile, della realtà imposta?) e “dilaga”, rompe, rimesta gli spazi e i tempi consentiti per testimoniare un’oltranza frutto dell’agone, lasciando dietro di sé contorni e realia sempre rinnovati, oltreché tracce di un flusso inesauribile e “disperato” di memoria, ivi compresi i ricordi legati alle necessarie morti in quanto atti trasformativi: «Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti». Al poeta non è dato tuttavia rimanere inerte in questo processo, ma viene anch’egli sconvolto, sebbene resiliente/renitente: «Io mi tengo a questo ramo/ rimango qui in attesa in ascolto/ non considero il mugghio/ resisto sto per cedere aspetto.».
Il messaggio civile ed estremo che Pusterla affida a questa piccola ma intensissima raccolta è, senza dubbio, quello della fiducia e dell’abbandono speranzoso al fluire degli eventi, pur nell’invischiamento doloroso della vita (e si vedano a tal proposito anche tutti i passaggi sul tema dei migranti e sulla “sostenibilità ambientale”), ma non in un’accezione rassegnata, bensì consapevole che la realtà si trasforma al di là delle nostre migliori intenzioni di vana ricerca di un controllo “a tutti i costi”, poiché il morire e il risorgere non sono eventi trascendenti all’uomo ma condizioni necessarie e “reali” al corso naturale dell’esistenza e, dunque, ‘eventi’ da “custodire” prima del definitivo tracollo di un’umanità – non più, o mai, centrale – oltre la soglia del nulla.

Cara acqua, ma io ti guardo sempre
anche se tu non ci sei, se corri altrove
o ti rintani nel cavo della roccia.
Ti vedo anche quando fai
l’invisibile, la goccia infingarda,
perché ti ho vista brillare
in certe albe. C’era come
un fumo sottile che saliva da te,
e piccole foglie carezzavi lentamente;
insetti e molte ali ti sfioravano, le mille
elitre sfavillanti. E mi fido di te
anche quando minacci, e ti gonfi
anche quando porti via
tutto con te.
I giorni, i ponti, i tetti.
E anche me.

Antemprima editoriale – Fabio Pusterla, Ultimi cenni del custode delle acque

“Carteggi letterari: la poesia come visione del mondo”
di Matteo Bianchi Matteo, giugno 2016, La Balena Bianca 

Venerdì 10 giugno alle ore 18,00, presso la Libreria Incrocio Quarenghi di Bergamo, i poeti Gianluca D’Andrea e Diego Conticello presenteranno la casa editrice Carteggi Letterari e la raccolta “Pettorine arancioni e altre poesie” insieme all’autore Franco Buffoni. L’evento dà la possibilità a La Balena Bianca di parlare di questa nuova realtà editoriale, dei suoi progetti e degli autori fino ad ora pubblicati.

La poesia è l’occhio irrazionale più lucido inventato dall’uomo, strumento ossimorico per antonomasia con la capacità di squarciare il velo di opacità creato dalla realtà, che ogni giorno di più tenta di nascondersi per non essere afferrata.
Con il suo linguaggio, a volte impenetrabile altre dichiaratamente intelligibile, racconta la cosa più semplice e contorta che esista: l’essere umano. La poesia non è mai statica, ma sempre in movimento, come i bambini che hanno cominciato a prendere confidenza con il proprio corpo e corrono in giro senza sosta. Riprendendo Paul Celan, la poesia ha un’inclinazione creaturale verso il mondo.
La casa editrice Carteggi Letterari è un progetto coraggioso e prezioso, che ha già avviato le collane romanzo, con La strega bianca di Francesca Diano, quaderni di traduzione, che ha esordito con un testo di Pablo Lòpez-Carballo La precisione dell’indifferenza e poesia, la collana più ricca che ha già tre raccolte al suo attivo, quella di Fabio Pusterla, Franco Buffoni e Carmine Vitale, oltre ad altre già in cantiere, basti qui fare riferimento a Gianluca D’Andrea e Valerio Magrelli.
Il progetto è stato condotto dalla sua direttrice editoriale, la poetessa Nàtalia Castaldi, presidente dell’Associazione Carteggi Letterari e fondatrice della rivista on line Carteggi Letterari critica e dintorni, e dal direttore responsabile il giornalista Marco Oliveri che cura anche il sito (www.carteggiletterari.it).
Ma penso che una buona stella li guidi lungo questo cammino: Josif Brodskij e il suo discorso pronunciato a Stoccolma in occasione del conferimento del Premio Nobel 1987 per la letteratura. In particolare alcune frasi dette dal poeta, come quando afferma che l’estetica è la madre dell’etica, spiegando che quanto più ricca è l’esperienza estetica di un individuo, tanto più netta sarà la sua scelta morale e tanto più libero sarà lui stesso. La letteratura, in particolare la poesia, è un formidabile acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.
Il contesto ha sicuramente aiutato la fondazione di questa casa editrice: Messina che si affaccia sul mare, su queste colonne d’Ercole che dividono l’isola dalla penisola, è un punto di osservazione privilegiato sul nostro malandato paese, e nello stesso tempo protagonista del fenomeno principale della storia del XXI secolo: la migrazione con la sua tragicità ma anche speranza in un futuro migliore. La Sicilia, in questo caso rappresentata da Messina dove perse la vita durante il terremoto del 1908 tutta la famiglia di Gaetano Salvemini, anche per questo motivo ancorata ad un pezzo fondamentale della nostra storia, è un vero e proprio avamposto, una linea d’ombra da dove cominciare a guardare o dove finisce il lavoro dello sguardo. Lo stesso nome della casa editrice Carteggi dà una connotazione marittima, ma questi carteggi sono particolari perché sono mappe che fuoriescono da rotte stabilite, che segnano vie percorribili attraverso le quali sia possibile interpretare e navigare la contemporaneità. Le raccolte di poesie pubblicate e che verranno pubblicate sono da considerare carte con cui orientarsi, seguendo i punti cardinali di un presente mai stato così sfuggevole.
L’ossimoro è presente fin dalle prime due pubblicazioni della casa editrice: l’intimista Fabio Pusterla e il più teatrale e ancorato alla quotidianità Franco Buffoni. Due modi diversi di raccontare la nostra contemporaneità, ma che insieme reggono, anzi di volta in volta si passano il testimone, sembrano come dialogare tra loro.

Fabio Pusterla ha inaugurato la collana di poesia di Carteggi Letterari, e lo ha fatto con quattordici frammenti incentrati sul tema dell’acqua, caro a Gaston Bachelard e alla sua immaginazione materica, vero e proprio liquido amniotico per l’umanità e il poeta stesso. Sono frammenti caratterizzati da una parola intimista che si fa portavoce di una resistenza in un agone che è il mondo. La parola poetica di Pusterla mi ricorda alcune strofe di un componimento dal titolo Lamento dei figli di Giuda in Roma, scritto nel 1855: “Da duemila anni piangiamo/vicino al fiume, le cui acque gialle/indisciplinate e violente fluiscono/lungo i desolati muri del Ghetto;/col coraggio lamentevole dei padri/noi soffriamo uniti dalla sofferenza,/e piangiamo, come piansero quelli,/in eterno nello stesso fiume”.
In questo caso la parola come il fiume si fa immagine della storia dell’umanità intera: il fiume di cui ci parla Pusterla si trasforma nel testimone e nel protagonista della storia di ogni essere umano. L’identità umana, una volta che si scontra con la storia-fiume, viene deformata. Ma è proprio in queste fratture che il poeta ritrova tracce della cultura e dell’identità.
pusterlaUltimi cenni del custode delle acque, così si intitola la raccolta di Pusterla, riflette sulla parola poetica e sulla sua possibilità di ricreare rapporti relazionali puri ed innocenti. Come Buffoni, anche Pusterla è un profeta d’Israele che si incammina per un lungo viaggio attraverso deserti e rovine. Queste macerie sono state prodotte dalla violenza del fiume, dalla forza della natura che come in Leopardi si è fatta madre-matrigna: “c’è furia, ora, c’è/disperazione: distruggi, travolgi,/scavi dentro di te la tua memoria/di melma e detriti, antichissime/deposizioni di roccia, cadaveri./E non ti basta il mio ascolto”. Ma come nella Ginestra di Leopardi, dal negativo può nascere qualcosa di positivo, “Tu cerchi un nuovo corso./Io attendo muto di alzare di nuovo lo sguardo/sulla vasta palude, sulla luce/riflessa dalla tua acqua placata,/capace di ospitare gli stormi/e di risplendere./Nessuna violenza è durabile”.
Il fiume rappresenta anche la violenza umana, Pusterla ricorda chi gettava in acqua le rose innocenti con il cranio spaccato dal calcio del fucile. Al lettore non può non tornare alla mente il corpo devastato e vuoto di Rosa Luxemburg lungo un canale al grido dei Freikorps: “adesso prova a nuotare, troia”. Seguendo il fiume lungo la foce, si arriva al mare dove si protrae un’indicibile violenza contro l’uomo, “Ora si guarda/barche che calano a picco cariche di persone/indesiderate indesiderabili oscene”. Gli ultimi frammenti sono dedicati al fenomeno principale di questo secolo: quello dei migranti. In questo caso il modello è Profezia di Pasolini, la parola poetica dovrebbe farsi empatica nei confronti di queste donne, uomini e bambini sbattuti sui flutti di un mare mai domo. Quello che manca è “l’anello della pietà”, ma verremo pagati con la stessa moneta, quando un giorno torneremo noi ad essere migranti:

L’anello della pietà
lo abbiamo gettato nell’onda
è andato subito a fondo
un pesce se lo mangiò.

Il pesce che se lo è mangiato
fino al mare lo porta
lo porta fino alla morte
del mondo che abbiamo avuto.

Lo pesca un pescatore
sulla riva dell’altro mondo
fa un respiro profondo
e intanto ci guarda annegare.

Non ci sarà pietà
per chi pietà ha negato
l’acqua si chiuderà
tutto sarà sparito.

Non sembra esserci alcuno spiraglio al lieto fine, all’incontro dell’umanità in segno della fratellanza e dell’accoglienza. Ma la poesia, come l’acqua, all’improvviso vira e nell’ultimo frammento Pusterla dichiara la sua totale fedeltà al fiume e al mare, “E mi fido di te/anche quando minacci, e ti gonfi/anche quando porti via/tutto con te”.

Tutte le poesie sono sostenute dai disegni di Francesco Balsamo, artista catanese che si muove nell’ambito di una creatività composita, dove si intrecciano appunto il disegno, la pittura e la scrittura in versi. I disegni creati per le due raccolte poetiche sono splendidi nella loro umiltà. Sì perché Balsamo con un tocco lieve e dimesso entra in punta di piedi, lascia spazio e valore in primis alla parola scritta, vuole che il lettore si avvicini con prudenza all’immagine, che con il suo bianco e nero segue il flusso delle poesie.

Carteggi letterari: la poesia come visione del mondo

 

Un libro sul sofà. Ottobre 2016 di Giovanni Nacca
Rubrica mensile su un libro da leggere o rileggere

“Cronaca di una devastazione annunciata. Frammenti poetici di Fabio Pusterla”

Un senso di sgomento prende dopo la lettura dell’agile, ma densissima raccolta del poeta ticinese. Come impauriti, si resta in attesa che avvenga qualcosa di ineluttabile, che da un momento all’altro si abbatta sul nostro mondo una sciagura a cui non è possibile sfuggire. I quattordici frammenti, che costituiscono l’ossatura di un work in progress e che inaugurano la collana di poesia della casa messinese, nascono dalla suggestione esercitata da un misterioso toponimo lombardo, la Casa del custode delle acque di Vaprio D’Adda. Ma il custode è misteriosamente scomparso, ha lasciato la postazione di controllo delle chiuse del fiume, le cui acque, non più governate, avanzano minacciosamente nel rombo spaventoso della loro forza distruttrice. Un abbandono inspiegabile, improvviso, di cui si possono rilevare solo poche tracce, gli ultimi cenni di una presenza che vengono puntualmente registrati nel ‘Rapporto preliminare degli Ispettori’. Il tutto è avvolto da mistero e da una cupa atmosfera anche grazie agli inquietanti disegni a matita di Francesco Balsamo che accompagnano la raccolta.
La minaccia è immediata sin dal primo verso, un unico verso che, posto quasi ad esergo, «Viene la tumultuosa», annuncia a tutti che non c’è scampo, che è tardi per ogni riparo, ogni tentativo di rimedio. Tutto sarà spazzato via: il velo del presente, le tracce del passato, tutto sarà trascinato dall’acqua che «nella rabbia e nella pietà/ porterà la sua mano di fango/ il disordine necessario inevitabile/ ad ogni metamorfosi futura». Una forza distruttrice che passa come l’angelo della morte il cui funesto compito si rende necessario per generare un nuovo inizio: «preparerà la luce della terra invasa/ una nuova serenità dell’alba». Conosciamo Pusterla come il cantore di una natura da tutelare, il poeta delle acque e dei paesaggi, degli alberi come degli animali, dei monti e delle rocce, delle loro lente stratificazioni e delle loro lontane ere, tanto da essere ricordato come poeta della ‘memoria geologica’. A tendere l’orecchio, comunque, s’avverte la lunga e discreta lezione di Giorgio Orelli e Philippe Jaccottet: maestri riconosciuti dal poeta ticinese per levità e capacità di umanizzare gli elementi della natura. Qui, l’acqua, come elemento naturale, scorre con la valenza simbolica di castigo e di purificazione di fronte al degrado morale e materiale scatenato da un’umanità che rinuncia alla profondità dei propri valori per seguire spietate logiche di mercato. Anche in questi frammenti, dunque, non poteva mancare il forte segnale civile che Pusterla, da sempre, lancia nella sua poesia, fin dal lontano esordio in Concessioni all’inverno (1985) e costantemente presente in tutta la corposa esperienza poetica successiva.
Il poeta non abdica di certo, ma confessa la dolorosa stanchezza di fronte all’evidenza di una contingenza in cui la tracotanza del potere – istituzionale, politico, economico – non mostra capacità di redimersi. È vero che nella poesia di Pusterla c’è un costante ricorso all’antitesi, alla contrapposizione (buio – luce, timore – speranza), ma in questi versi il contrasto sembra alquanto squilibrato. A predominare è infatti un senso di impotenza, di fatalità degli eventi, di sfiducia nella ragione umana che ha dilapidato momenti esaltanti della storia del secondo Novecento come la stagione del dopoguerra e le attese generate dal crollo degli ultimi muri ideologici.
Sembrano lontani anche i tempi di Corpo stellare (2010) in cui il poeta affidava le sue ansie di rinnovamento non all’agire umano, ma all’andare scanzonato e controvento dell’armadillo, curioso animale notturno capace di esercitare quella funzione resistenziale di fronte alla inarrestabile omologazione e alla lenta deriva esistenziale che ne consegue.
Oggi, altri drammi, altre disperazioni urgono, bussano alle nostre porte. E allora, non è difficile scorgere nei flutti del fiume in piena, la stessa acqua che gronda, nella nostra cronaca quotidiana, angoscia e tragedia di un’umanità migrante e disperata, vittima degli squilibri criminali di miopie occidentali. Pusterla, ticinese, è noto come poeta di ‘confine’. Vivendo tra la Svizzera e l’Italia, ha acquisito lo status di inappartenenza, per cui più di altri, avverte il senso del limite, del margine, del confine, della frontiera, che paure ataviche spingono a sorvegliare e a difendere da ogni intrusione: «È vietato lordare le acque./ .. È vietato portare di là/ chi di là non deve andare:/ mendicanti, malati, paure,/ disperati di sventura». E scatta così, con immediatezza, l’analogia con l’esodo di popoli che scardina ogni certezza presunta, ogni rassicurante idea di confine, per cui monta la paura e l’irrazionalità delle risposte: «Paghino alle dogane/ pedaggio ai nostri ponti,/ facciano i loro conti o/ crepino a casa loro./ Son venuti da terre lontane/ son venuti senza invito». Il custode che garantiva le nostre comode esistenze non c’è più, è misteriosamente scomparso, si è dileguato. La ragione cede alla natura, vacilla l’illusione di un antropocentrismo capace di governare i fenomeni e l’umanità degrada brutalmente di fronte ad ogni catastrofe: «È vietato portare al dito/ l’anello della pietà».
Quello della scomparsa a ben vedere è un tema ricorrente nella poesia di Pusterla: in Bocksten (1989) rinviene casualmente in una torbiera svedese il cadavere di uomo morto secoli prima in circostanze misteriose; nella poesia Da Marmorera (pensando a Brassempouy) in Le terre emerse (2009), a scomparire sotto le acque di un lago artificiale è l’intero paesino di una vallata grigionese tra le alpi elvetiche, i cui abitanti, forzatamente condotti altrove, assistono con indicibile malinconia all’affiorare periodico del vecchio campanile dalle acque; in Folla sommersa ‒ dell’omonima raccolta del 2004 ‒ in occasione della morte di Paul Hooghe, l’ultimo soldato testimone della grande guerra, il poeta indugia sulla scomparsa della ‘memoria viva’, la cui durata, comunque, non supera gli ottant’anni; o ancora, in Uomo dell’alba (Corpo stellare, 2010) dove il poeta ripensando alla beffa dell’uomo di Piltdown – congettura paleontologica di inizio Novecento, dettata da imposizioni positivistiche – ne denuncia la manipolazione e l’occultamento della verità scientifica.
Pochi esempi, sufficienti, comunque, a dimostrare la tendenza ad una reificazione dell’assenza in cui il poeta vive il tormento che niente resisterà alla furia silenziosa della piena del tempo: «l’acqua si chiuderà/ tutto sarà sparito». Si rimane come ai bordi di un precipizio ad osservare inermi una lenta ma inesorabile dissoluzione, laddove neppure la tenue e commuovente resistenza dell’anemone di fiume sembra in grado di opporsi all’erosione dell’acqua, al buco nero del suo gorgo nihilistico: «La sua canzone si perde nel moto» è «un riscatto inutile,/ la stella senza colore che resiste./ Quello che ancora insiste/ quando tutto è perduto».

http://www.pignataromusica.it/index.php?option=com_content&view=article&id=137&Itemid=122

 

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Ultimi cenni del custode delle acque – Fabio Pusterla

La piccola casa editoriale di Messina Carteggi Letterari inaugura la propria collana legata alla poesia con questa raccolta del maggior poeta ticinese, Fabio Pusterla. Come risulta chiaramente dal titolo, l’elemento centrale dei componimenti dell’autore è l’acqua, visto come simbolo dello sconvolgimento del reale in tutti i suoi aspetti. Un processo in cui viene coinvolto l’autore stesso, e con lui l’umanità intera, nonostante un certo spirito di resistenza di fondo. Il messaggio finale di Pusterla è quello della necessità di un abbandono (ma non necessariamente rassegnato) al fluire degli eventi, nonostante il dolore che essi possono portare (con diversi richiami al tema della sostenibilità ambientale e a quello dei migranti).

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Scheda

Collana

Contemporanea

Titolo

Ultimi cenni del custode delle acque

Autore

Fabio Pusterla

Edizione

prima edizione

Anno

2016

Categoria

poesia contemporanea

Note (critica/riassunto)

“La ricerca di Pusterla, sempre incentrata sul recupero e la salvaguardia, rivela, in questa serie di testi che inaugura la collana di poesia di Carteggi Letterari, un differimento. Già il titolo ci introduce a considerare l’eventualità di un cedimento, l’ultima forma di resistenza è riconoscere la trasformazione senza perdere la tensione “agonistica” con cui il linguaggio occorre si disponga al mondo”. Questa è la sola speranza: l’abbandono all’acqua del rivolgimento faccia riemergere un nuovo paesaggio di relazioni. La forza della poesia non è più minimizzabile. La “goccia di splendore” si muta in un flusso inarginabile, incustodibile. «Deve andare lontano, verso il mare./ È un’acqua dolce, molte lacrime salse/ la gonfieranno.// Si prepara al viaggio travolgendo/ chi la guarda e se stessa. Ma/ devi fidarti ancora, dice, devi/ abbandonarti».

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