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Non si può imporre il nome a una rosa

Francesco Tomada

(in ristampa)

14,00€

nota di lettura: Natàlia Castaldi

 

Parlare dell’ultimo lavoro di Francesco Tomada mi pone dinanzi al rischio di scivolare nella captatio benevolentiae nei confronti del lettore. Di fatto, per parlare del presente libro che Francesco mi “ha regalato” come editrice e come amica, per dare senso e concretezza ai nostri anni di “carteggi letterari”, mi risulta impossibile parlare di questo suo ultimo lavoro senza tracciarne un percorso coerente negli anni, che lo ha visto sempre presente nel mondo della poesia contemporanea, ma non “invadente”, non scalpitante, felice di quel suo angolo di concentrazione che gli permette di tradurre “il suo solo sguardo” in poesia, riflessione, comunicazione che possa abbracciare il suo intimo senso di assenza-appartenenza-distacco in un unicum che ci accomuna tutti davanti agli ostacoli, ai dogmi, e ai misteri irrisolti di quello che chiamiamo vita.

la pace che viviamo ha la fragilità
delle cose che succedono per caso
essere sorpresi in strada troppo lontani da un riparo

volevo capire quel poco che posso
della colpa e del dolore
ma sono un uomo troppo piccolo
e questa pianura è troppo vasta e vuota
è terra distesa a sottolineare ciò che manca
è neve caduta a coprire ciò che resta
così dovrebbe essere il silenzio
qualcosa che si vede si tocca e
congela per sempre un angolo del cuore

io credevo che il dentro della terra fosse buio:
non capivo dove i semi prendessero il coraggio

In questi versi espunti da L’infanzia vista da qui, si palpa uno stato di attonito sbigottimento dinanzi ai contrasti delle cose, degli oggetti, degli affetti della vita: le misure sono immensamente grandi / troppo piccole.

Scorrendo le parole si entra come in un tunnel dimensionale che denuda fragilità e precarietà delle cose e di noi, esseri umani troppo piccoli a muoverci tra d’esse, in cerca di risposte anch’esse troppo grandi o solo troppo piccole, minuscole come la meschinità, tracce di quella sconcertante banalità del male che anch’essa ci “misura” in relazione a ruoli di persone e cose in un altro tunnel, come un cono di vuoto.

Senzavino

Mio nonno diceva che mangiare
senza vino in tavola
gli ricordava il tempo della guerra
mia nonna gli sopravvisse a lungo
quando anche lei morì
trovammo milleduecento bottiglie vuote
allineate come soldati lungo il muro
dietro alla legnaia
dopo pranzo negli ultimi anni lei si sedeva sul divano
con un sorriso strano che allora non capivo
pensavo che fosse per qualcosa alla televisione
invece
aveva approfittato della pace

In quest’affresco familiare – sempre appartenente alla raccolta L’infanzia vista da qui – si possono cogliere le caratteristiche peculiari della scrittura di Tomada, che con una sconvolgente capacità di sintesi, riesce a dar vita ai colori del sorriso e delle gote, di una memoria storica e personale disarmanti:

trovammo milleduecento bottiglie vuote/allineate come soldati lungo il muro/dietro alla legnaia –

E quanta rivincita sulla storia quell’approfittare della pace!

E mi risulta naturale ripescare nella memoria una frase che anni fa mi scrisse un amico scrittore che stimo molto, Andrea Pomella e che da allora ho adottato come mio personale “dovere” dinanzi alla scrittura:

“La memoria storica necessita di verità, la memoria privata di reinvenzione”.

E la “memoria storica” in Tomada è quanto di più scarno, crudo ed oggettivo si possa trasferire in poesia, a costo di pungolare il lettore al limite dalla compassione e del dolore, senza bisogno di aggiungere o infiocchettare, solo unicamente “fotografando” i resti di una vecchiaia mai conquistata.

c’è una stanza intera di capelli
sono ingrigiti sul pavimento aspettando i giovani di allora
che nella vecchiaia
non li hanno mai raggiunti

La sospensione del tempo che aspetta se stesso, il permanere delle cose in disfacimento alla loro stessa parentesi d’esistenza, poesia che fissa “ciò che è stato” (Celan) in un punto di non ritorno, come un’attesa senza senso.

Questo nuovo ultimo libro, prosegue con coerenza e maturità i semi già piantati nelle precedenti raccolte, forse con una visione un po’ più cupa da attribuire forse a un numero: “49”, che lo stesso autore utilizza come titolo del terzo capitolo del nostro libro.

Nel giorno del mio quarantanovesimo compleanno

Adesso sono sulla punta della vita
Da qui si vede benissimo
In ogni direzione

[…]

tutto adesso è qui
la cura con cui mio nonno sceglieva le parole
è diventata il mio silenzio
un pallone sgonfio da calciare in giardino
tutto adesso è qui

come un arto amputato
sento già il calore della mano
che ancora non mi hai dato

La necessità di ancorarsi alle mani, agli arti, allo sguardo ed al calore dei corpi che fanno famiglia, tra memoria e presente.

Non volevo più parlare di mia sorella

[…]

per dimenticarla in fretta
sulla sua tomba non ho portato nemmeno un fiore
ma poi in primavera sbocciano ovunque
tanti colori che non mi posso difendere

Non c’è niente da fare
Lei è ancora dappertutto

*

Viste dalla ferrovia
le periferie sono tutte uguali
il retro dei palazzi popolari
i terrazzi regolari di un’architettura senza fantasia
con i fili del bucato, una tenda per il sole […]

[…] e poi c’è sempre un orto minuscolo e irreale
perso in mezzo ai condomini […]

[…] ed il treno che corre via veloce
prima che ci si possa chiedere
se la vita è davvero tutta lì

La prima sessione del libro, intitolata “Ho solo il mio sguardo” si apre con un monito: Vietato sporgersi dal finestrino, per poi giungere a un interrogativo esistenziale e spiazzante davanti agli spazi infinitamente costretti da architetture grigie e prive di ogni segno di umanità: “la vita è davvero tutta lì?”, che sembra proseguire per nesso e logica nella disarmante non-risposta che troviamo ne “La Terra Promessa”:

Volevo scrivere di loro
ma mi chiedevo come
perché non so da cosa sono fuggiti
o forse ho paura di immaginarlo

[…]

dormono sulle rive dell’Isonzo
eppure hanno i vestiti in ordine e puliti

Volevo scrivere di loro
anche di Tajmur
ma ieri
se lo è preso il fiume.

______________

Poesia italiana contemporanea: Francesco Tomada, testi espunti da

“L’infanzia vista da qui” Ed. Sottomondo, dicembre 2005, ristampa marzo 2006;

– “Ad ogni cosa il suo nome” Ed. Le Voci della Luna, 2008.

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