Francesco Marotta

a cura di natàlia castaldi

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Laureato in Filosofia e in Lettere Moderne, insegna Storia e Filosofia e risiede in provincia di Milano. Ha tradotto Bachmann, Bolaño, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs, Bergeret
Suoi testi sono apparsi nelle riviste: “Il Segnale”, “Dismisura”, “Anterem”, “Convergenze”. Tra le sue pubblicazioni in versi ricordiamo:

-Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986)
-Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988)
-Giorni come pietre (Ragusa, 1989)
-Alfabeti di Esilio (Torino, 1999)
-Il Verbo dei Silenzi (Venezia , 1991)
-Postludium (Verona, 2003)
-Per soglie d’increato (Bologna, 2006)
-Hairesis (Milano, E-book a cura di Biagio Cepollaro, 2007)
-Impronte sull’acqua (Sasso Marconi, 2008)
-In antologie ha pubblicato le sillogi Creature di rogo (1995) e Notizie della Fenice (1996)
Esilio di Voce (Messina, 2011)
-Nel 2014 ha pubblicato la traduzione de L’uomo inadeguato (L’homme inadéquat) del poeta francese Yves Bergeret, a cura di Angela Bonanno, prefazione di Arsène Caens e nota di Giampaolo De PietroTrento, Edizioni Forme Libere

Francesco Marotta gestisce il blog di letteratura e poesia più ricco e curato della rete, La dimora del tempo sospeso.

Testi

Fino all’ultima sillaba dei giorni 
(da Hairesis)

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

***

da Esilio di voce

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*

da Per soglie d’increato

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

***

da L’arte dimenticata di morire

un altro giorno di sabbia senza impronte
scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile
che instancabile danza dove più esile invecchia la luna – la notte non ha più segreti
e i suoi doni rivelano al corpo
l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre
in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo come il mattino le rose cresciute sulla lingua –
il tempo che credevi privo di esistenza
compone la sua opera, conserva nel palmo
neve che profuma al tocco dell’aurora,
e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi
fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza
come una vela inquieta in uno stagno immobile,
cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro
e la voce brucia, raggelata, come una stella
nei sogni del vento –
a casa, perdute nel lontano,
le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco, si affidano all’angelo amaro degli assenti
perché ancora un’eco rimanga – una lenta
nostalgia del mondo
mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

***

da Da un’eternità passeggera

vegliano i giorni
la stele irrivelata dei canti, reliquiario di pensieri spesi in muta grazia
e trapassati, ombra

dopo ombra,
al sonno delle sabbie, indecifrabili
come lacrime sognate
da respiri ardenti d’oasi – pagine di fiume
dove il senso emerge
in labili segnali di corrente cancellati dall’aurora, un’altra resa,
una rosa di silenzi
unica nel suo alfabeto senza requie: –

di tante voci
gridate sull’orlo dell’abisso solo la sete dura, accampata
sulle labbra di stelle incapaci d’occhi,
dismesse
radure dell’eterno

***

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