Onore a Renzi

C’è un nuovo Renzi. Si vede dall’intervista rilasciata a Massimo Franco del Corriere il 2 febbraio, in cui discute sulla data delle elezioni in modo aperto; afferma che il nuovo candidato premier del Pd potrebbe non essere lui bensì Delrio o Gentiloni; ammette di aver perso malamente al referendum e in conseguenza a questa sconfitta considera le obiezioni e le ostilità contro di lui al punto da dichiarare che anche se tornasse a governare, non potrà più avere il consenso della precedente esperienza di governo.

http://www.corriere.it/politica/17_febbraio_03/renzi-il-referendum-rigore-l-ho-tirato-malissimo-58873f66-e98a-11e6-9abf-27281e0d6da4.shtml

E’ un nuovo Renzi. O forse Renzi è sempre stato così, ma non ce ne siamo accorti? Uso il plurale perché la percezione di Renzi nell’immaginario popolare mi sembra piuttosto uniforme: Renzi è il Rottamatore, colui che ha trasformato il Pd in un partito di destra; è arrogante, arrivista, primadonna, accentratore, un Berlusconi in versione Pd; è frettoloso, linguasvelta, pressapochista, ambizioso, spavaldo, ducetto, furbo, senza scrupoli, superficiale, attaccato sempre al telefonino ecc.

La realtà probabilmente sta nel mezzo: Renzi non è sempre stato aperto a lasciare la leadership, non ha puntato al compromesso, e non ha quasi mai cercato di frenare i suoi progetti e di considerare le opinioni altrui. Ma allo stesso tempo, di Renzi è sfuggita ai più la dimensione umana, che incarna un nuovo tipo di dirigente di partito e di uomo delle istituzioni in Italia.

Renzi infatti non è solo il Rottamatore, e nemmeno la somma tutti quegli attributi negativi che ho elencato sopra. Renzi è un uomo nuovo nella politica italiana, e soprattutto nella politica di centro-sinistra. Ecco perché Renzi, secondo me, ha riformato in senso positivo le caratteristiche della leadership in un partito di centrosinistra. In quali termini? Prima di descriverli, è necessaria una premessa: dal punto di vista dei contenuti, Renzi è figlio dell’Ulivo e del Pd di Prodi, Veltroni e, in minor misura, anche di D’Alema: non è un figlio degenerato di destra. E’ il frutto più genuino del Pd, il cui statuto prescrive che il suo segretario faccia anche il capo del governo. Renzi è il frutto dell’ottica maggioritaria e americana del Pd, che vuole rappresentare tutto il centro-sinistra, senza lasciare spazio a una sinistra radicale, la quale infatti è morta per effetto della creazione del Pd, che non ha voluto allearsi con essa (era La sinistra l’arcobaleno). Dal punto di vista politico ed economico, le misure prese da Renzi sono, in linea di massima, salvo qualche eccezione, coerenti con la linea liberal-liberista del centrosinistra che è iniziata con l’Ulivo.

Detto questo, ecco perché Renzi, in qualità di leader, rappresenta una positiva novità del centrosinistra:

1 Renzi non pensa a se stesso come a un politico di professione. Renzi non vuole calcare la scena a lungo. Lo vuol fare finché è determinante il suo apporto al governo o alla dirigenza del Pd, e in ogni caso per non più di qualche legislatura. L’idea diffusa di Renzi che voglia dominare la scena politica, assetato di potere, non considera questa sua prerogativa. Renzi non è legato alla “sedia”, né alla leva del comando. Renzi vuole incidere in modo ambizioso nella vita politica italiana, sì, ma si concede poco tempo per farlo, e non è interessato a lavorare dietro le quinte (fischia l’orecchio leader Maximo?) per conservare posizioni di potere: se non riesce a governare in prima linea e a portare a termine le sue riforme, Renzi preferisce lasciare il posto, come ha fatto dopo il referendum.

2 Renzi sa perdere. Ammette la sconfitta in modo quasi autolesionista, e se ne prende tutta la colpa. E tira le conseguenze. Si dimette dopo il referendum. Oppure si fa da parte, come ha fatto quando vinse Bersani le primarie del Pd, e si allinea al volere della maggioranza. Renzi è molto onesto da questo punto di vista. Vuole un partito unitario, dove la maggioranza comandi e l’opposizione si adegui. Vuole la discussione nella dirigenza del partito, ma poi pretende che la minoranza voti la linea della maggioranza. Vuole che il Pd parli e voti con una sola linea. E non gli si può dar torto: il Pd ha sempre avuto talmente tante discussioni e correnti al suo interno che la gente non aveva chiaro né chi comandasse né che linea avesse. Con Renzi, questa percezione del Pd è cambiata, tutti hanno chiaro che comanda lui. Lo ha fatto con certe forzature, molti voti di fiducia, poco rispetto nei toni per la minoranza interna, ma il Pd resta l’unico grande partito in Italia che elegge il suo leader con le primarie, che ha una dirigenza che discute, e che prende le decisioni a maggioranza. Forza Italia e M5S sono invece due partiti padronali, dove la leadership di Berlusconi e Grillo non può essere messa in discussione: nessuno può proporsi come leader alternativo.

3 Renzi vuole andare alle elezioni, non tirare a campare come ha sempre fatto il centrosinistra. Vivaddio! Finalmente un leader di centrosinistra che quando si dimette o perde una battaglia non ha paura di andare al voto. Berlusconi ha sempre voluto andare al voto. E Renzi sa che è la strategia vincente, perché un leader che chiede il voto si dimostra forte. Fin dal 1994-95, al tempo della caduta del primo governo Berlusconi, abbiamo visto in Italia la destra chiedere elezioni e la sinistra sostenere ogni tipo di governicchio tecnico o riciclato, a partire da Dini. Non parliamo della caduta del Prodi I: anziché andare ad elezioni e candidarsi senza patti con RC, D’Alema ha preso il posto di Prodi per poi passarlo a un redivivo Amato: finito il suo governo, e arrivato il momento del voto, nel centrosinistra si sono nascosti tutti (Veltroni a Roma, D’Alema candidato solo a Gallipoli), sapendo benissimo la figuraccia meschina che avrebbero fatto; solo un kamikaze come Rutelli poteva accettare di fare il nuovo finto leader – finto perché leader solo per il tempo delle elezioni o poco più. Renzi ha perso il referendum, si è dimesso ma è l’unico dentro il Pd deciso a volere andare al voto al più presto. Gli altri del Pd lo frenano e pensano voglia farlo per tenersi la leadership nel partito. Non è così, vuole farlo perché ha capito come si fa il leader nel 2017. E per inciso, se il Pd a maggioranza candiderà un leader diverso da Renzi, qualunque sia, prenderà molti meno voti di quelli che prenderebbe Renzi.

4. Renzi è sempre stato guidato più dal decisionismo e della fretta di fare riforme che dalla voglia di primeggiare e fare il duce. Durante il referendum si è accorto che questo suo modo di agire, da tritasassi, da cavallo che tira sempre dritto, ha instillato nella gente molta ostilità nei suoi confronti, per il suo poco ascolto, per il suo andare avanti a tutti i costi come se non vedesse chi aveva di fianco. Si è accorto che il suo essere mirato all’obiettivo è passato alla gente come arroganza, volontà di dominio e di fare il dittatore che detta i comandi. Si è accorto che avrebbe dovuto parlare con più calma, e sorridere. Si è dimenticato di imparare questa lezione da Berlusconi: occorre piacere. Renzi forse si è un po’ illuso dopo le elezioni europee, in cui aveva portato il Pd dal 26% di Bersani al 41%, che la gente lo sostenesse per il piglio deciso con cui governava, e perciò ha continuato come un forsennato. E’ stato fin troppo efficiente, nel mettere in pratica il suo programma ma ha curato poco la comunicazione. O meglio, l’aspetto umano, empatico della comunicazione. Ora sta iniziando a considerare gli altri, coloro che gli si oppongono, specie nel suo partito, con più umanità e benevolenza. E sta iniziando a fare proposte, come le elezioni anticipate, contemplando l’ipotesi di lasciare governare altri; oppure di frenare il suo piano di elezioni anticipate, se ha troppi ostacoli.

Onore a Renzi.

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