Autori estinti, n. 2: Henri Barbusse

Henri Barbusse è stato uno dei più importanti scrittori francesi dei primi tre decenni del Novecento. Chi lo conosce oggi? Quasi nessuno. Per un suo profilo in italiano si legga QUI .

Fin dall’adolescenza ero attratto dalla narrativa di guerra. Sul mio libro di antologia, il quasi mitico Guida al Novecento di Guglielmino, due erano gli esempi d’oltralpe di grande letteratura sulla Prima guerra mondiale: il Remarque di Niente di nuovo sul fronte occidentale, e il Barbusse di Il fuoco. Quel nome, Barbusse, che sembrava italiano, mi rimase impresso. Molti anni dopo facendo ricerche sulla narrativa di guerra mi capitò di reincontrarlo e decisi di leggere il suo capolavoro, Il fuoco, appunto. Niente si rivelò più difficile.

Scoprii che Barbusse era noto per due libri, il poetico-simbolista-decadentista L’Inferno, anno 1908, e il realista Il fuoco, anno 1916. Entrambi erano stati tradotti da Giannetto Bisi per Sonzogno, e pubblicati rispettivamente nel 1918 e nel 1920. Da allora, niente più. Trovare in libreria un libro del 1920 è impresa fantascientifica.

Mi rivolsi al sistema bibliotecario nazionale, spaziando in tutto il Nord Italia. Trovai per primo L’Inferno, e decisi di prenderlo in prestito. Inferno si trova a compimento della fase simbolista di Barbusse, il quale aveva iniziato con la raccolta di poesie Les Pleureuses (1895, nuova edizione ampliata del 1920), seguita dal suo primo romanzo, sempre di ispirazione lirica decadente, Les suppliant (1903, tradotto in italiano nel 1920 da non so quale casa editrice).

Con L’inferno arriva il successo, e lo scandalo, per Barbusse. Il libro, dal contenuto torbido, a volte erotizzante e lascivo, a volte decadente e metafisico, vicino alla Scapigliatura, narra la non-vita di un uomo nullafacente che vive in una camera d’albergo spiando da una fessura nel muro i clienti della stanza attigua. I discorsi delle persone spiate, a volte singoli, a volte coppie, spaziano dall’amore contrastato di una coppia, alla malattia (la TBC) e alla morte. Il protagonista, in preda ad uno spleen esistenziale, riflette e non vive, preferendo il degrado, come l’andare a prostitute, al perseguimento di un vago ideale di vita romantica che pure traspare sotto la sua disillusione. La lettura può essere a tratti pesante, o noiosa, per la scarsezza della trama, per l’inazione di tutta la vicenda, e per le riflessioni dell’io narrante, il tutto unito al fatto che oggi il contenuto del testo non scandalizza più come un secolo fa. E tuttavia, se ci si dedica con impegno a questo libro, se ci si sintonizza con la lentezza del succedersi degli eventi e si rinuncia a ogni aspettativa d’azione, si gusta appieno l’atmosfera esistenziale e malata dell’opera, splendidamente evocata, più che narrata, dalla scrittura altamente poetica, simbolista dell’autore, tradotta nell’italiano arcaico ma assai ricercato di Giannetto Bisi. E’ un libro da leggersi come una meditazione. Per quanto mi riguarda, questo romanzo è un quasi-capolavoro.

Scrive Giovanna Secchi in “Henri Barbusse”, nel libro “Letteratura francese, i contemporanei”, a cura di Massimo Colesanti e Luigi De Nardis: “il pessimismo e la solitudine, cominciano ad essere isolati, se non superati, in un orizzonte più vasto che, pur non abbracciando il sociale nel suo spessore, lascia tuttavia spazio a un microcosmo avvolto in una spirale «umanitaria» di amore e di pietà fraterna…. Il volume, composto da 45 racconti brevi dal titolo molto incisivo come “La Force”, “Fatalité”, “le Fils”, “La Croix, “La Frère, “Le Nom”, è diviso in tre tempi: “La Follie d’aimer”, “Pitié”… La tecnica narrativa tilizzata è quella del punto di vista unico, un ventaglio di “tranches de vie” erotiche, torbide, desolanti, [che] ruota sotto i sensi vigili del narratore, il quale aguzza lo sguardo e l’udito per strappare la «verità» alla sequela di infelici che, osservati loro malgrado, vivono brandelli di esistenza da nascondere.”

Il libro è stato recentemente ripubblicato da Falsopiano editore, 2015.

(continua)

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