Parterre (X). “Di imperfezione”: il nuovo disco di Serena Abrami.

                                                                                    di Libera Capozucca

Abbiamo fatto due chiacchiere con Serena Abrami e il suo gruppo prima dell’uscita del nuovo disco prevista per i primi di Dicembre. Abbiamo parlato del futuro della discografia, dell’urgenza di fare musica fuori dalle logiche di mercato, del coraggio di seguire le proprie idee con convinzione. Ecco cosa è emerso: “Il senso della musica non è da ricercarsi nel successo, ma nell’essere se stessi con autenticità e imperfezione”.

Ben trovata Serena! Dall’uscita dell’ultimo disco sono passati diversi anni (era il 2011 se non ricordo male), cosa è cambiato da quel momento ad oggi? Che percorso artistico hai intrapreso per arrivare alla realizzazione del nuovo lavoro?

Nel disco precedente (“Lontano da tutto”), legato alla produzione di Pietro Cantarelli e alla collaborazione di importanti cantautori come Gaetano Civello e Ivano Fossati, hanno suonato con me musicisti prestigiosi ed io mi sono lasciata guidare da mani esperte, senza il bisogno di interferire troppo nella maggior parte dei brani. Il nuovo disco, invece, nasce come dovrebbero nascere tutti i dischi: dentro ad una piccola sala prove, in modo spontaneo, da un giro di piano o di chitarra, da versi e idee inaspettate. La nuova etichetta “Nufabric” di Fermo, con cui sono venuta in contatto attraverso Enrico, il chitarrista con cui collaboro, ha selezionato con me e i ragazzi i pezzi da inserire nell’album; così è partita la pre-produzione attraverso un lavoro concertato tra i nuovi membri della band (Marcello Piccinini batteria; Enrico Vitali chitarra; Mauro Rosati piano e synth). Ne è nato un disco non solo mio ma in qualche modo di tutti noi, poiché ognuno ha messo a disposizione il proprio modo di fare musica e le proprie idee.

Cosa è che rende un gruppo di musicisti una band unita e affiatata?

In realtà non siamo una band a tutti gli effetti, quanto piuttosto un gruppo di musicisti uniti intorno ad un progetto che porta il mio nome. Ci siamo mossi sulla base di una iniziale, sincera comunione di intenti in cui, nelle diversità, si è lavorato con sinergia e passione. Durante la lunga genesi del disco è stato faticoso, a volte, rimanere uniti poiché ogni membro del gruppo aveva i suoi progetti ed i suoi impegni da portare avanti. Tuttavia siamo felici di ciò che abbiamo realizzato insieme, e spero ognuno investirà le proprie energie per promuovere il nostro lavoro.

Vi stimola di più l’aspetto creativo di ideazione e realizzazione di un album in studio o la sua promozione in giro attraverso performance live e il contatto diretto con il pubblico?

Marcello Piccinini. Il lavoro di realizzazione di un album e il live per promuoverlo sembrerebbero due aspetti distinti, eppure sono molto legati l’uno all’altro. In fondo la performance dal vivo segue sempre un processo creativo in atto che viene dal disco, ma che si personalizza sul palco ogni volta.

Serena. A me piacciono entrambe le fasi: quella in cui si partoriscono idee e quella in cui si mostra agli altri ciò che si è prodotto. Nel live si vive l’attesa di scoprire la reazione del pubblico immerso in una tua canzone quando le idee, le note, le sonorità elaborate in studio vengono finalmente alla luce.

Mauro Rosati. Il live aiuta tantissimo la parte creativa, perché nell’esibizione dal vivo sopraggiunge spesso uno stato di intuizione che può essere speso per adattare il lavoro in studio.

Enrico Vitali. Lavorare in studio è stimolante ma a volte troppo “matematico”. Preferisco la visceralità del live oppure registrare un live in studio.

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Cosa si prova ad aver lavorato con artisti importanti come Fossati, Gazzè, Fabi, Barbarossa? Cosa hai imparato da loro?

Di certo l’umiltà, la sapienza e la capacità d’ascolto da Fossati; l’integrità, l’impegno e la verità da Fabi; la capacità continua di sapersi mettere in discussione da Barbarossa (da cantautore a conduttore di Radio Due Barbarossa Social Club); la simpatia e il divertimento da Gazzè. Devo molto a questi artisti, ma mi piacerebbe anche che Serena Abrami venisse fuori per le sue capacità, senza essere associata a nessun nome importante se non a sé stessa.

Cosa ispira le vostre canzoni? Quali sono le vostre influenze artistiche?

Serena. Ognuno di noi è un mondo a sé, perché proveniamo da percorsi artistici e da influenze culturali diverse, tuttavia capaci di convivere. Nei live i nostri diversi imprinting musicali vengono fuori in maniera preponderante e convivono creando nuove sinergie. Partendo dal piacere di cantare, da piccola ascoltavo le grandi donne del jazz e poco alla volta mi sono aperta al resto, studiando vocalità, ricercando le voci etniche e popolari che mi affascinano per urgenza e naturalezza. Sono sempre stata una mangiatrice di musica nelle sue accezioni più varie.

Enrico. Gli artisti italiani hanno avuto poco imprinting su di me rispetto a molte band americane e inglesi su cui mi sono formato. Tra i più famosi posso citare gli Smiths, i Rem, i Cure, i Joy Division, i Depeche Mode, i Pink Floyd, i Led Zeppelin, i Doors, i Nirvana ma anche il Rock anni ’50 ed il Blues. Tra i miei dischi di riferimento, giusto per citarne alcuni, ci sono: Up dei Rem, “Unplugged in N.Y.” dei Nirvana, “Unknown pleasures” dei Joy Division. Anche i film influenzano i miei percorsi sonori, tuttavia sostengo che l’ispirazione maggiore arrivi dalle proprie esperienze di vita. In fondo, fare musica significa essere testimoni di se stessi e del proprio tempo e saperlo raccontare.

Mauro. Le mie principali passioni musicali si riferiscono agli studi di pianoforte sin da ragazzino: Chopin e Chaikovski, i più grandi. Amo le colonne sonore dei film di Fellini, tutta la produzione di Nino Rota e di Morricone che suggeriscono da sempre un’ispirazione romantica alle mie composizioni. Mi piace la filmografia di coscienza civile degli anni ’60 in Italia. Adoro Lucio Dalla e il suo modo unico di scrivere, i Led Zeppelin e Jimi Hendrix. Apprezzo in generale chi fa musica onestamente, con sincerità e reale ispirazione in un momento in cui l’ascolto musicale è veloce, incosciente, caotico e senza riferimenti culturali.

Marcello. Il mio percorso è un po’ differente nel senso che non ho mai avuto artisti di riferimento. Appassionatissimo di batteria, piuttosto ho sempre rintracciato, in riviste specialistiche, spunti di indagine musicale spaziando dal jazz, al rock, al punk. Ma di certo è la musica brasiliana quella che mi cattura di più perché non mi fa pensare al contenuto quanto alla voglia irrefrenabile di fare musica fine a se stessa. Tra gli autori letterari amo Bruce Chatwin e la sua continua ansia di ricerca che appartiene anche a me.

Parliamo del disco: nuova produzione, arrangiamenti vividi, articolati, diretti e affascinanti. Testi maturi, percorsi da una vena malinconica su cui si ricama una ricerca esistenziale e artistica profonda. Serena è cresciuta? Quali sono gli obiettivi?

Ho trentuno anni e, sebbene convinta di dover ancora imparare molto, ho più consapevolezza di un tempo. Mi risulta chiaro cosa voglio raggiungere nel momento in cui scrivo una canzone e credo fortemente che, al di là di tutto, rimanere fedeli a se stessi sia la cosa più importante per chi decide di fare questo mestiere con sincerità. L’obiettivo nell’immediato è poter suonare il nuovo album in più posti possibili, quello più grande è poter continuare a vivere di musica ancora per molto.

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Lo show business è un mondo vischioso, ruffiano, poco autentico. Cosa occorre fare per non perdere la propria integrità e mantenere ferme le proprie convinzioni rischiando i propri sogni?

Occorre saper dire di no se non si è convinti di andare nella giusta direzione. Io l’ho fatto, ho rischiato e ho fallito in alcune cose, seguendo il mio istinto. Mi auguro che ci siano possibilità per tutti, sempre. In giro si notano musicisti talentuosi che credono nel loro lavoro e mettono anima in ciò che fanno. Anche io ci metto passione e coraggio.

Nelle major i soldi sono investiti prioritariamente nei format musicali televisivi e le risorse indie scarseggiano ormai. Quale sarà il futuro della produzione musicale?

Mauro. Pensando alla musica come ad una merce da vendere, i musicisti che fanno parte di progetti di musica inedita vengono considerati degli animali strani. A dirla tutta anche le major oggi hanno poche risorse economiche e le etichette indipendenti annaspano, seppur nella convinzione di dover investire ancora su progetti discografici autentici e originali. Il pubblico, che detta le mode del momento, ascolta canzoni su internet e chi va ad un concerto è una minoranza ormai. Per questo chi vende musica si trova a fare i conti con le piattaforme sociali e i talent show che mostrano gusti in continuo mutamento.

Serena. All’epoca della mia partecipazione a X Factor e a Sanremo ho avuto modo di constatare quanto si spendesse per cose inutili: biglietti del treno in prima classe, alberghi cinque stelle, partecipazioni a eventi mondani. E poi, di contro, difficoltà a pagare i musicisti per il loro lavoro. Inoltre oggi l’appiattimento autorale nel mondo mainstream ha creato un grande livellamento nella scrittura dei testi: basta vendere e alla qualità del prodotto non si bada più. Ma il problema non è in chi sceglie di partecipare ad un talent, è chi decide di farlo e non ha un solidità musicale alle spalle, considerando la tv un semplice acceleratore di visibilità; nei grandi circuiti radiofonici italiani (fatta eccezione per la Rai) passano sempre le stesse canzoni e molte di esse portano la firma degli stessi autori creando prodotti musicali identici, senza personalità. Si cattura quello che funziona e lo si ripete finché funziona.

Enrico. Sul futuro della musica non saprei dire. Di certo è ciclica come la storia, dunque si spera che da un momento di crisi possa poi rinascere qualcosa di buono. Sono inoltre convinto che per fare musica non si debba per forza pensare alla fama e al successo. Per me è urgenza espressiva.

Parliamo delle donne che fanno musica oggi. Quali sono quelle dotate di talento?

Serena. Cristina Donà rappresenta da sempre un punto fermo per me, insieme a Ginevra Di Marco il cui spessore vocale e la cui ricerca sonora continuano ad affascinarmi. La cantante degli Ophelia dorme mi incanta, così come la voce dei Melampus. La ventenne Birthh è strepitosa.

Marcello. Io citerei Beatrice Antolini, bravissima cantautrice con cui ho avuto il piacere di lavorare.

Che significa per te essere una cantautrice?

Io semplicemente so cosa significa essere Serena Abrami: una cantante (più che cantautrice) alla continua scoperta di sé che utilizza la voce per esprimere quello che ha dentro, anche con imperfezione.

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