Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 33) The Mabuses

Se sin da quando eravate giovani qualcuno o qualcosa ha contribuito a intralciare il percorso che infallibilmente vi avrebbe condotto a dedicare la vostra vita alla musica, non dovete perdonarlo, anche e soprattutto se quel qualcuno siete voi stessi. Sì, va bene, svariate sono le strade che possono condurre alla felicità e alla realizzazione di sé, ma la musica non ha eguali e non solo in intensità raggiungibile, ma anche in comodità. Press play e via.
Victor Frankenstein lavorò alacremente per insufflare la vita in una creatura assemblata per l’uopo, malamente imitato in questo dal suo clone rock Frank’n’Further. Ma se i limiti imposti dalla physis sono rigidi e lavorano come guardie del corpo del bios, allora, dico io, che bisogno c’è di scombiccherare l’indolenza abitudinaria di cellule e tessuti quando basterebbe semplicemente smanettare su un multitraccia digitale? Anche solo a sovrapporre due colpi di tosse del vicino di casa e il miagolio del vostro gatto si spalancano dimensioni parallele altrimenti inaccessibili. I suoni, come gli atomi, sono naturalmente strutturati per cercarsi. La solitudine di qualunque linea monodica s’apre, se guidata, all’infinitezza d’una sovrapposizione virtualmente illimitata, assorbendo nel proprio alveo svariati rivoli solitari e restituendo qualcosa capace di transustanziare la propria auto-relatezza in una sinfonia di spazi/tempi fittamente e inconsapevolmente legati. C’è un’orchestra di solitudini disperse e gettate che può essere, con un agevole gioco intellettuale, svelata all’orecchio e rivelare l’incalcolabile ricchezza delle soluzioni armonico/melodico/ritmiche dell’universo conoscibile.
Datemi una qualunque musica, una qualunque pecionata di musica concreta e lasciatemi qualche ora da solo in sua compagnia: in nessun caso potrebbe mantenersi l’indifferenza. Ciò non significa che finirei in ogni caso per trovarla bella ma, senza alcun dubbio, essa finirebbe per assumere un senso per me.

Kim Fahy

In quanto animali siamo profondamente legati al tempo che viviamo e assorbiamo attraverso la ramificata struttura dell’apparato percettivo; da lì la traccia passa alla memoria che la serba e l’espande.
Avrò avuto tredici o quattordici anni quando me ne andavo a spasso per capannoni industriali incustoditi con un rudimentale mangianastri appresso per consegnare alla durata brade percussioni di lastre metalliche ed esplosioni di lampadine fulminate. A casa mandavo in riproduzione il frutto di quel vano agire e sovraincidevo, tramite un secondo mangianastri, bizzarre linee di tastierine Casio. E poi di nuovo: tonfi sulla chitarra classica di mio padre; i raggi della ruota posteriore della bicicletta ostacolati nel loro girotondo dallo spoglio stecco ligneo d’un ghiacciolo; bicchieri di vetro colmi d’acqua a diversi livelli percossi da forchette e cucchiai; frequenze di radio arabe fortuitamente captate dalla mia casetta di fronte al Mar Mediterraneo. Chi m’avesse spiato dall’esterno si sarebbe domandato a cosa tutto ciò servisse. Non lo sapevo né lo so, ovviamente, ma la domanda perde ogni urgenza se, nel frattempo, quel vecchio nastro TDK esiste ancora e posso, attraverso il commosso suo ascolto, rivivere quello squarcio inflitto alla normalità della mia adolescenza riattualizzandone il senso. Un senso segreto, posso convenirvi, ma vivo, vivido, vivificante. Ognuno dovrebbe tenere un piccolo registratore multitraccia a casa. Nei miei tredici anni non ne conoscevo ancora l’esistenza, ma ero giunto a simularne l’uso con quei due semplici mangiacassette. Anche soltanto la funzione REC del mangianastri emanava un fascino arcano: la possibilità che il tempo si ripetesse e conservasse, e figuriamoci poi che potesse anche venire manipolato! Di notte sognavo di poter volare sopra i terrazzi della città e di giorno mescolavo galassie in due cassettine al cromo.

Un disco è un punto d’intersezione storica di dimensioni a-storiche, e il suo autore una sorta di nocchiero astrale, che imprime a quella navigazione l’impronta dei propri confusi desideri e la traccia delle sue mete immaginarie. Prende in prestito materia siderea già esistente e la mescola sino a farne stelle e pianeti nuovi. Tra questi nuovi astri, io sono sempre stato attratto da quelli più oscuri. Tra i più oscuri, poi, in modo particolare da quelli capaci di distillare tale tenebra a partire da elementi singolarmente luminosi.

Il primo lp omonimo (1991) dei Mabuses (in realtà Kim Fahy) è una specie di capolavoro di esoterismo pop: è un Frankenstein-creatura progettato per essere buono e gentile e che invece finisce seminare il terrore tra i ricordi. Le sue chitarre hanno perso l’abbronzatura del languore estivo e tessono intarsi claustrofobici. I riverberi si propagano per angusti cunicoli e sollevano tende tenute insieme solo dalla polvere. La batteria saltella a destra e a sinistra prima di mettere un piede su un tombino aperto e scivolare nella tana del Bianconiglio (che però poi si scopre essere nero come la pece). Il basso traccia orme sulla sabbia scura che niuno seguirà per giungere in quel nessun luogo preciso.
L’immagine complessiva è quella d’una palla di vetro con le ragnatele che cadono (sulle suppellettili d’un solaio dal parquet marcio) al posto della neve. Un paramondo ombroso eppure swingante, popolato da improbabili, balzani e sottilmente inquietanti personaggi (come Diego il senza-nome, o il barbiere incline alla follia o, ancora, lo scalciatore compulsivo di piccioni). Lo stile chitarristico forbitissimo ma versatile stende fitti ricami di preziosa filigrana melodica svariando dal jingle-jangle (epperò molto più obliquo e tenebroso di quanto ci si aspetterebbe), a percolatissimi backwards .
Tutto questo senza perdere un grammo della naturata spigliatezza del canone canzonistico. Dopo questo folgorante esordio Fahy incise a nome The Mabuses altri due dischi: “The Melbourne Method” (1994) e “Mabused” (2007), che confermarono il prevedibile insuccesso di vendite e riconsegnarono il nostro antieroe alla sua pertinentissima carriera di filosofo incompreso.

Alessandro Calzavara


In copertina: “The Mabuses” (front cover, The Mabuses, 1991)

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