Autori estinti, n. 1: Thomas Wolfe

Mi piacciono gli scrittori estinti, autori di libri che non sono più in commercio. Non sono artisti sconosciuti, sono per lo più scrittori che hanno avuto un discreto se non buono (a volte ottimo e sproporzionato) successo in vita ma che poi sono caduti in disgrazia, vuoi per una virata dei critici di stampo ideologico dovuta ai cambiamenti storico-politici, vuoi perché erano loro, gli scrittori, troppo ideologici. A volte sono scrittori che hanno avuto un grande successo di pubblico ma che sono sempre stati snobbati, (almeno in parte) ingiustamente, dalla critica letteraria.

In un modo o nell’altro, le opere di questi scrittori, nonostante siano citate, a volte in rilievo, nella storia della letteratura della nazione cui appartengono, non si trovano più nelle librerie. Bisogna andarle a prendere nelle biblioteche oppure, se si ha fortuna, cercarle al Libraccio o nei mercatini dell’usato. 

Non sempre però tutto è andato perduto. In alcuni casi questi autori sono ancora presenti nelle librerie con l’opera che viene considerata il loro capolavoro – oppure con l’opera che risente meno del tempo: la meno datata, la più fruibile per le generazioni presenti e future. Inoltre, a volte alcune loro opere vengono ripubblicate. Magari con una nuova traduzione o addirittura un nuovo lavoro di editing. 

Quest’ultimo caso riguarda il libro “Angelo, guarda il passato” di Thomas Wolfe (1900 – 1938), riedito nel 2014 con una accurata revisione dell’editing che lo ha avvicinato alla forma originale che avrebbe voluto dargli l’autore, a partire dal titolo: “O Lost”.

Si tratta né più né meno di un capolavoro assoluto della letteratura americana del primo Dopoguerra. Chi volesse scoprire un autore spesso considerato torrenziale, prolisso, esagerato, lirico, incontenibile e con un approccio totalmente avulso a quello dei suoi contemporanei (Faulkner, Hemingway, Scott Fitzgerald, Steinbeck) in quanto molto più europeo, lo metta alla prova.

Lorenzo Galbiati 

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Fra i grandi scrittori americani Thomas Wolfe è in Italia il più trascurato, quello di cui i lettori non perfettamente familiarizzati con la letteratura d’oltreoceano sanno meno. È noto l’elogio postumo che gli venne da Faulkner, il quale lo considerava il più talentuoso della sua generazione, travolto da un «best failure» per aver tentato di dire di più e meglio di tutti gli altri; altrettanto significativa l’attenzione riservatagli da Gilles Deleuze (che lo accolse nel suo pantheon ideale di scrittori angloamericani); e però anche in America Wolfe paga ancora la sua fama di autore debordante, indisciplinato, produttore inesausto e torrenziale di pagine, incapace di distaccarsi da un ansioso, lussureggiante fondo autobiografico di matrice romantica.

In Italia, benché le sue opere di maggior impegno, alcune delle quali postume (You Can’t Go Home Again, Of Time and the River,The Web and the Rock) siano state tradotte per Mondadori fra il 1949 e il ’62, Wolfe resta un autore poco letto e meno ancora discusso. Ma sembra sia arrivata l’occasione per riparlare dello scrittore di Asheville morto prematuramente nel 1938, e per rimetterlo in circolo: mentre, infatti, l’editore Carta Canta ha pubblicato la ritraduzione (a firma di Jacopo Lenkowicz) dei racconti di Dalla morte al mattino, Elliot ha dato alle stampe la prima versione inedita del romanzo d’esordio di Wolfe: un romanzo finora noto solo nella versione del 1929 uscita con il titolo Look Homeward, Angel dopo un faticoso passaggio sotto le forbici del famoso Maxwell Perkins, che fu editor anche di Hemingway e di Fitzgerald. Dunque, ora la lettura del monumentale O Lost (traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini, Elliot, pp. 760, euro 29,00), condotta sulla Centenary Edition a cura di Arlyn e Matthew J. Bruccoli, uscita nel 2000 per la University of California Press – un vero e proprio evento editoriale – lascia frastornati e stranamente inebriati. Lo straripante romanzo di formazione con cui Thomas Wolfe, a ventisei anni, inaugurò la sua insonne ricerca di un mito intimamente americano, tenta di riflettere nello specchio della coscienza dei propri protagonisti l’anima non nata del continente, sulle orme dell’amato James Joyce e della divisa del suo Stephen Dedalus («forgiare nella fucina della mia anima la coscienza increata della mia razza»).

O Lost è la storia di Eugene Gant, cresciuto nella città non troppo immaginaria di Altamont (dietro cui si nasconde la natia Asheville, North Carolina): ciò che il romanzo insegue è l’ingresso tormentato di un Io nel mondo. Figlio di un ampolloso scalpellino dedito all’alcol e di una madre oculata e intransigente, Eugene vive avidamente, da ossesso, «in una favola di cui non capiva nulla», al centro di un caotico fermento sensoriale che dovrà attraversare ma anche addomesticare al fine di trovare una strada nel mondo. Abita in lui una scandalosa, implacabile onestà che non è costume morale ma un modo di essere, fisico e mentale: «Come maschera, il volto di Eugene era inutile: era una pozza scura in cui anche il più piccolo ciottolo di pensiero e di sentimento produceva ampi cerchi».

La postura narrativa di Wolfe è molto semplice: si basa sul conflitto, che è l’elemento in cui cresce la scoperta di sé, e per il cui tramite quell’Io che pretende di sentire tutto in tutte le maniere deve circoscrivere il proprio desiderio. Qui il conflitto fra Io e mondo è dato secondo la più schietta formula romantica e va preso per quello che è, pensando al pudore e alla sete di vita di una adolescenza che costruisce fantasie gigantesche: «Il mondo era un incantato paese fantasma oltre il profilo nebbioso dei monti, una terra piena di echi, di frutteti sorvegliati da qualche genio, di mari color del vino, di città inabissate, fantastiche…»

La porta del mondo, la luce dell’esperienza, rimane sempre a un passo da Eugene, ma non pare mai aprirsi. E c’è poi il leitmotiv del romanzo: la fame, «il brancolare selvaggio e ignorante, l’inseguimento alla cieca, il desiderio disperato e sempre beffato»: l’avidità di divorare il mondo nei suoi infiniti aspetti che non abbandona mai Eugene e che ha la sua ragion d’essere nella propria stessa insaziabilità, nell’ebbrezza dei possibili. Di più, il conflitto diventa una forza strutturante dello stile: O Lost esibisce in un primo momento una tensione descrittiva decisamente realistica, che si esplica anche in una sorta di estasi dei cataloghi (per esempio quello, denso ed elaborato, delle decine di profumi e afrori che si aprono a Eugene bambino) ma poi alterna impennate scopertamente liriche, dove l’enfasi va a tamponare un’incertezza fondamentale, un’insicurezza che era anche il tratto più umano di Wolfe.

Tutta questa ansia di nominazione, che a volte naufraga contro aggettivi come «indicibile» e «inesprimibile», è il rovescio di un profondo senso dell’ingovernabilità del reale. Quanto alla presenza di Joyce, non la si vede tanto nell’insoddisfazione per il linguaggio o nell’instancabile piluccare dettagli da affollare intorno alla coscienza del protagonista, quanto nei momenti in cui Eugene fa interiormente il punto senza però mai venire a capo del fluire dell’esperienza (e là si sente l’impronta ineludibile del Portrait, il romanzo di formazione joyciano). Tuttavia, che non sia Joyce ma Whitman il vero faro di Wolfe lo si capisce da frammenti come quello dedicato, a romanzo inoltrato, all’inno rivolto al Dio dei Viaggi, dove l’impeto a una apertura quasi esaltata esibisce la sua carta d’identità, tra le più trasparenti. E infatti, a punteggiare il flusso di O Lost, soprattutto nelle chiuse dei capitoli, troviamo strategie epiche, apostrofi, formule ricorsive, refrain (come O perduti!…Et ego in Arcadia…La foglia, il sasso, la porta mai trovata) grazie a cui Wolfe si connette a una tradizione millenaria e insieme si propone come erede del bardo d’America. O Lost è infatti percorso e elettrizzato dal senso della grandezza, già del tutto intrinseca al sentimento di sé della famiglia Gant, conscia di essere composta da esseri superiori, «angeli perduti»: un titanismo tutto ideale questo di Wolfe, che cerca la grandiosità di Whitman o di Lautréamont («Dov’è la tenebra, figliolo, là è la luce»), e in cui le epoche storiche si confondono: Tebe e Babilonia si sovrappongono e si intersecano alle sfrenate tele di Bruegel e alle miniature del Graal.

Per Wolfe il romanzo è un’estensione della poesia che non rinuncia a niente e accoglie tutto: «Non dimenticare, Scott, che un grande scrittore è uno che non soltanto esclude ma anche include», scrisse a Fitzgerald in una celebre lettera, opponendo alla selettività flaubertiana il genio digressivo di Sterne. Fedele al proprio impulso originario, quello dell’abbandono lirico e della richiesta emozionata dell’Io nei confronti di un mondo su cui gli sfugge la presa, Wolfe scrive al cospetto della storia nella sua interezza, della Bibbia, di Shakespeare e di Cervantes, e dei miti atemporali che tenta, proiettandoli sullo schermo della propria magniloquenza, di insufflare nel cuore dell’America. Titanica dev’essere stata, perciò, anche la traduzione – «un’impresa esaltante e impegnativa» – hanno scritto Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. Davvero trascinante questo impegno, e lo si vede nelle pieghe e nelle impennate di un italiano congeniale anche alla visionarietà più accesa, che è uno dei tratti spiccati di Wolfe ma anche uno di quelli che hanno retto di meno al trascorrere del tempo.

Secondo i curatori dell’edizione americana, O Lost è un’opera più riuscita e più potente di Look Homeward, Angel, ed era perfettamente pubblicabile nella sua forma originaria nel 1929. Maxwell Perkins, tentando di imbrigliare le forze capricciose della scrittura di Wolfe, scorciò il romanzo di un quarto della lunghezza ottenendone 625 pagine a stampa: impose l’eliminazione del lungo prologo di cento pagine con la storia dello spavaldo ubriacone Oliver Gant, padre di Eugene; e, ancora, tutta una serie di tagli minori che coinvolgevano parti scabrose (come il coito di un amichetto di Eugene con una gallina) o censuravano osservazioni critiche nei confronti del Sud degli Stati Uniti, degli sport cari agli americani e di determinati ambienti sociali, con un occhio sommamente attento ai gusti del lettore dell’epoca.

Sebbene non sia del tutto riuscito il tentativo di incarnare nel mito il carattere americano di una «razza nomade», proiettata a capofitto nel futuro, il romanzo di Thomas Wolfe resta memorabile grazie alla sua restituzione dell’intenso resoconto lirico di una formazione generazionale nella provincia americana. Siamo sempre stranieri e sempre soli – sembra dire O Lost – quanto più ci illudiamo di abbracciare il mondo nel corpo e nella coscienza. Dopo aver divorato la vita e non averne avuto nulla, Eugene si prepara a partire. L’allontanamento dal padre morente coincide per lui con la conferma della vocazione alla scrittura, dibattuta in un incontro con lo spettro del fratello Ben («Tu sei il tuo mondo»). E prosegue tracciando linee di fuga verso l’invenzione di un popolo a venire, mentre l’Io si riconosce negli altri: «la folta perduta legione di se stesso – le mille forme che arrivavano, passavano, si alternavano e ondeggiavano in un infinito cambiamento, e che restavano immutabilmente Sé».

Di Fabio Pedone, 15/05/2014, Il Manifesto

http://ilmanifesto.info/langelo-perduto-di-thomas-wolfe/

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