Promenade 4 – [la calunnia] – Trilussa, Rossini, Botticelli

di Marta Cutugno

Trilussa, Rossini e Botticelli per parlare di calunnia, in una nuova Promenade su Carteggi Letterari.

L’umanità calunnia se stessa da tempi vicini a quelli della Creazione. La smania di attribuire colpe ad altri senza che ne esista veritiero fondamento e la diffamazione al solo fine di intaccarne irrimediabilmente la reputazione trovano ampio riferimento nei fatti della storia, del mito, della favola e notevole rappresentazione nel mondo delle Arti, dalla scrittura alle espressioni figurative. La calunnia ha attraversato epoche e tempi: da Dante che nel suo Inferno si spinge fino ad incontrare i falsari di persona, di moneta e di parola: questi ultimi, i calunniatori, gli spergiuri ed i bugiardi, si ritrovano tormentati da febbre e da potenti deliri a confonderne i sensi così come confusero parole false da parole vere mentre si trovavano in vita; non meno efficaci le parole di Albert Camus: “la verità, come la luce, acceca. La menzogna invece è un bel crepuscolo, che mette in risalto tutti gli oggetti”. 

“La calunnia” di Trilussa, (Carlo Alberto Camillo Salustri). Nei versi del poeta romano, troviamo un tripudio di metafore volte alla chiara raffigurazione dell’atto del calunniare ad opera di un’anziana donna circondata da squallidi pezzi di vita, in una brutta catapecchia come casa, con una chiavica vicina. La lama che affonda l’improperio sulla pietra è la lingua, la parola che proferisce la falsità, mentre i cerchi concentrici che si formano a pelo d’acqua, dopo l’affondo del sasso inciso, altro non sono che l’opera diffamatoria e le sue espansioni. Comportamento scorretto e spregevole che il poeta fissa su foglio con quel realismo narrativo e metaforico, suo marchio essenziale, il calunniare è qui riferito come fosse una professione, una missione ed in quanto tale comprende e può vantare mandanti e chiari obiettivi. 

 

La calunnia

Da una brutta catapecchia 

che se specchia drento ar fiume 

ogni notte c’è una Vecchia 

ch’esce fòra con un lume: 

è una Strega co’ ‘na mucchia 

de sbrugnòccoli sur naso, 

e tre denti nati a caso 

che j’ariveno a la scucchia.

D’anniscosto de la gente, 

piano piano se stracina 

su lo sbocco puzzolente 

d’una chiavica vicina, 

pija un sasso e poi ce scrive 

co’ la punta d’un cortello 

l’improperie più cattive 

contro questo e contro quello…

E la Vecchia dispettosa, 

soddisfatta de la cosa, 

detto fatto butta er sasso 

drento l’acqua mollacciosa: 

l’improperia cala a fonno, 

ma a fior d’acqua, piano piano, 

sparge in giro un cerchio tonno 

che s’allarga e va lontano…

Va lontano: e, mentre pare 

che se sperde e che finisce, 

zitto zitto ariva ar mare. 

Chi direbbe che ‘sta Vecchia 

fa ‘sta brutta professione 

pe’ servì tante persone 

che je soffieno a l’orecchia? 

Quanta gente, che c’è amica, 

je darà l’ordinazzione!

La calunnia, da “Il barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. Ci troviamo di fronte ad una delle arie più famose del compositore pesarese ed in generale di tutta la storia dell’opera lirica. Tratta da una commedia francese scritta da Pierre Beaumarchiais del 1775, l’opera buffa in due atti su libretto di Cesare Sterbini, si chiamò in un primo momento “Almaviva, o sia l’imutile precauzione“. L’aria è affidata al personaggio di Don Basilio, che nel dramma buffo è il subdolo maestro di musica di Rosina: questi sa della presenza in Siviglia del Conte di Almaviva, perdutamente innamorato della ragazza, e da suggerimento a Don Bartolo, tutore della giovane, di montare d’improvviso una calunnia per denigrarlo. La rossiniana calunnia trova manifestazione in un’evoluzione graduale del suo senso letterario ma non solo: prima venticello ed auretta gentile, diverrà ronzio e poi tuono, un tumulto generale ai danni del meschino calunniato. La musica accompagna il testo con un crescendo significativo che ne rinforza le intenzioni ma la chiave di svolta dell’aria sta nel calore e nel brillare dell’interpretazione che dal covare sottovoce giunge all’esplosione “come un colpo di cannone” e si affida per questo alle capacità dell’interprete. Derisione, umiliazione, isolamento: poche righe di chiusura  e non manca nulla degli effetti scatenati dalla meschina calunnia e dai suoi sostenitori. Ritroveremo tra poco “il meschino calunniato, avvilito, calpestato …”  anche nel dipinto di fine quattrocento, opera di Sandro Botticelli. 

Nella registrazione che segue il testo, l’interpretazione de La calunnia del basso Nicolai Ghiaurov. 

La calunnia è un venticello,

un’auretta assai gentile

che insensibile, sottile,

leggermente, dolcemente

incomincia a sussurrar.

Piano piano, terra terra,

sottovoce, sibilando,

va scorrendo, va ronzando;

nelle orecchie della gente

s’introduce destramente

e le teste ed i cervelli

fa stordire e fa gonfiar.

Dalla bocca fuori uscendo

lo schiamazzo va crescendo

prende forza a poco a poco,

vola già di loco in loco;

sembra il tuono, la tempesta

che nel sen della foresta

va fischiando, brontolando

e ti fa d’orror gelar.

Alla fin trabocca e scoppia,

si propaga, si raddoppia

e produce un’esplosione

come un colpo di cannone,

un tremuoto, un temporale,

un tumulto generale,

che fa l’aria rimbombar.

E il meschino calunniato,

avvilito, calpestato,

sotto il pubblico flagello

per gran sorte ha crepar.

 

La Calunnia di Sandro Botticelli è un dipinto del 1496, oggi esposto nella Galleria degli Uffizi di Firenze, un tempera su tavola 62×91 cm. Botticelli trasse la sua ispirazione da un’altro dipinto sul tema della calunnia, dipinto che purtroppo è andato perduto, che appartiene all’epoca ellenistica (IV sec a.C.), ed è attribuibile al famoso pittore Apelle – reso noto dagli scritti di Luciano di Samosata e di Leon Battista Alberti nel suo “De pictura”. Apelle, si dice, lo dipinse in risposta ad Antifilio ed all’ insinuazione di cospirazione ai danni del re Tolomeo IV. Botticelli rielabora la visione generale del contesto adeguandolo alla modernità del suo tempo. La ricchezza e la sontuosità dei particolari presenti sono, probabilmente, legati al desiderio di conferire solennità e rigore ad una ambientazione già di per se estremamente drammatica. La resa prospettica nel dipinto è notevole, la loggia rinascimentale sfoggia importanti pilastri, architetture auree e tre arcate a tutto sesto che lasciano libero respiro ad un paesaggio nei colori del cielo. Numerose sono le statue presenti in ricordo di uomini illustri ed i bassorilievi traggono ispirazione da fatti narrati nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nella cultura mitologica, e nelle novelle boccaccesche. Alla destra della scena troviamo il re Mida ornato di orecchie d’asino che è seduto su un trono. Al suo fianco, due figure di donne nell’atto del bisbiglio e della meschina insinuazione ad indicare il Sospetto e l’Ignoranza. Mida offre il braccio ad un uomo incappucciato, il Livore, la rabbia. Un giovane senza colpa, nell’atto di pregare a mani giunte, è brutalmente trascinato per i capelli dalla raffigurazione della Calunnia che nel frattempo è accompagnata dall’Invidia e dall’Inganno che le adornano la chioma con fiori e nastri. A sinistra, l’immagine di una donna anziana dalle consumate vesti ed il capo coperto fa riferimento alla Penitenza. Quest’ultima è in adorazione di una bellezza femminile senza veli che, completamente isolata dal resto, osserva il cielo attendendone giustizia, si tratta della Verità.

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