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I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): specchi, fari, controre

1. L’incominciamento sta nella mente: essa guarda verso il cielo e decide di moltiplicarne lo splendore. Il riflettere dello specchio, il riflettere della mente. Anish Kapoor, Sky mirrors.

L’acciaio, nobile materia della modernità quando usata per scopi di pace, viene colato e lavorato e diventa un grande specchio circolare.

Sul bordo di un lago o in una strada metropolitana lo specchio possiede l’angelica luminosità di un’annunciazione.

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2. Negli affreschi pompeiani la sposa si guarda nello specchio apprestandosi ad andare incontro allo sposo (al dio?).

Una nobile Etrusca si contemplava nello specchio sul cui dorso un mirabile artista ha creato in punta di bulino gli Argonauti che apprestano la partenza.

3. Un calcolo preciso, alata la scienza dei numeri e Kapoor conteggia diametro del cerchio, sua inclinazione, densità e quantità dei metalli a che l’acciaio possa e sappia essere superficie riflettente delle nuvole e dell’atmosfera. Splendida, irrinunciabile necessità che l’artista debba essere, anche oggi, amico delle nuvole, conoscitore delle rotte migratorie degli uccelli.

4. In questi giorni vado compiendo un’approssimazione alla scrittura di Domenico Brancale: è cercando lo specchio della sua scrittura che arrivo a Controre, libro di rarissima sospensione e rarefazione e di discesa nell’abisso – leggo: (a Claudio Parmiggiani) Lievita in silenzio nella ressa dei pani la voce di chi è affamato di luce – gli specchi di Kapoor, le stanze aperte sul cielo di James Turrell a Villa Panza di Biumo a Varese, il faro d’Islanda di Claudio Parmiggiani sulla strada che unisce Reykjavik ai ghiacciai. Hanno molto in comune gli specchi orientati sul cielo e la lanterna che risplende di luce per naviganti dell’esistere.

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5. Ancora intorno ad Anish Kapoor: la sua arte, spiegano, tematizza forme e funzioni degli organi del corpo umano. Gli specchi riflettenti sono allora retina e pupilla, nervo ottico e luogo cerebrale della visione.

6. E i grandi maestri olandesi: Vermeer, Fabritius, che usavano specchi e camere oscure e il Parmigianino, per primo: Autoritratto nello specchio convesso. Di conseguenza John Ashbery, Selfportrait in a convex mirror, appunto, ovviamente:

(…)

The glass chose to reflect only what he saw
Which was enough for his purpose: his image
Glazed, embalmed, projected at a 180-degree angle.
The time of day or the density of the light
Adhering to the face keeps it
Lively and intact in a recurring wave
Of arrival. The soul establishes itself.
But how far can it swim out through the eyes
And still return safely to its nest? The surface
Of the mirror being convex, the distance increases
Significantly; that is, enough to make the point
That the soul is a captive, treated humanely, kept
In suspension, unable to advance much farther
Than your look as it intercepts the picture.

(…)

7. Lo specchio nell’ingresso, nel poema di Costantino Kavafis: l‘antico specchio trattiene, incantato e gioioso, l’immagine di un bel garzone di bottega perché, come lo specchio, la poesia di Kavafis trattiene estasiata immagini e lampi di bellezza e, fedele alla tradizione antica, restituisce momenti che valgono l’eternità (la versione in lingua inglese è di Daniel Mendelsohn, autore di una magistrale traduzione dell’opera kavafiana da lui amata e compresa con ogni fibra del corpomente – Collected Poems, Alfred & Knopf, 2009):

Ο καθρέπτης στην είσοδο

Το πλούσιο σπίτι είχε στην είσοδο
έναν καθρέπτη μέγιστο, πολύ παλαιό·
τουλάχιστον προ ογδόντα ετών αγορασμένο.

Ένα εμορφότατο παιδί, υπάλληλος σε ράπτη
(τες Κυριακές, ερασιτέχνης αθλητής),
στέκονταν μ’ ένα δέμα. Το παρέδοσε
σε κάποιον του σπιτιού, κι αυτός το πήγε μέσα
να φέρει την απόδειξι. Ο υπάλληλος του ράπτη
έμεινε μόνος, και περίμενε.
Πλησίασε στον καθρέπτη και κυττάζονταν
κ’ έσιαζε την κραβάτα του. Μετά πέντε λεπτά
του φέραν την απόδειξι. Την πήρε κ’ έφυγε.

Μα ο παλαιός καθρέπτης που είχε δει και δει,
κατά την ύπαρξίν του την πολυετή,
χιλιάδες πράγματα και πρόσωπα·
μα ο παλαιός καθρέπτης τώρα χαίρονταν,
κ’ επαίρονταν που είχε δεχθεί επάνω του
την άρτιαν εμορφιά για μερικά λεπτά.

 

 

The Mirror in the Entrance

In the entrance of that sumptuous home
there was an enormous mirror, very old;
acquired at least eighty years ago.

A strikingly beautiful boy, a tailor’s shop-assistant,
(on Sunday afternoons, an amateur athlete),
was standing with a package. He handed it
to one of the household, who then went back inside
to fetch a receipt. The tailor’s shop-assistant
remained alone, and waited.
He drew near the mirror, and stood gazing at himself,
and straightening his tie. Five minutes later
they brought him the receipt. He took it and left.

But the ancient mirror, which had seen and seen again,
throughout its lifetime of so many years,
thousands of objects and faces—
but the ancient mirror now became elated,
inflated with pride, because it had received upon itself
perfect beauty, for a few minutes.

8. Lo specchio alle spalle dei coniugi Arnolfini, dilatazione dello spazio così come della percezione: scorgere il nascosto, vedere l’invisibile.

9. Nel giardino del Palazzo Venier-De’ Leoni a Venezia la grande stele di granito e due specchi convessi incastonati a riflettere le altane veneziane. Le pupille di Marco Polo (ce lo insegna Calvino) riflettono lungo tutta un’esistenza la città lagunare riconosciuta nelle finestre di Chang An, negli odori di Samarcanda, nelle botteghe di Bassora.

10. Venere che ti lasci contemplare solo di spalle, volto accennato nello specchio dalla cornice di mogano nerissimo, enigma dello sguardo, distanza tra percezione e conoscenza. 

11. Gli specchi di Kapoor riflettono la bellezza di cui non ci accorgiamo più, raccolgono nel loro ventre convesso o squadernano nel loro dorso concavo lo scorrere della lucetempo.

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12. Poesia di un’intuizione semplice e profonda: fabbricare un grande specchio e orientarlo verso il cielo. Semplice a pensarci dopo che Kapoor l’ha fatto. Eccellenza di un’intuizione.

13. Perché penso a Baruch Spinoza, perché m’affascina quel suo silenzioso mestiere di levigatore di lenti? Perché il pensiero ha bisogno del lavoro delle mani, irrinunciabile e capace d’insegnare al pensiero stesso l’umiltà, la pazienza, il silenzio e la sua filiazione dalla terra. La lente rafforza la potenza della visione, filtra e potenzia la luce, come lo specchio s’aggiunge agli organi del vedere, anche se mai riusciamo ad annullare (o almeno ridurre) la radicale alterità tra noi e gli oggetti.

14. Controsole, sezione di Controre dedicata a Parmiggiani, la rileggo tutta, pagina dopo pagina, ne ammiro la sapienza di scrittura e di concetti, ne respiro, quasi a volere fare riserva d’ossigeno, la sobria serietà, la dirittura etica (che pertiene a entrambi gli artisti):

Qui è impossibile dire qui.

 

Nella grotta la lingua oscilla appesa ai pensieri, ed è la voce
la fune che strozza quando tradisci per nome le cose.

 

Solcato dalla nave in cui è deposto il tuo cuore
legno dentro la risacca della parola
vela nello sguardo del digiuno.

Né partenza, né arrivo. Tempesta dell’addio.

Ogni uno rimane la sua ombra. ogni uno del naufragio.

Ogni libro apre uno.

 

Sigillato nel sussurro, nella profonda comprensione della cenere.
Aperto alle degradazioni.
Alla fiamma.

La cenere parla la lingua di chi non ha bocca.

In luogo di un altro.

 

Lievita in silenzio nella ressa dei pani la voce di chi è affamato di luce.

 

Di cecità di vetro, di silenzio infranto. Di assenza.

 

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Le fotografie delle opere di Anish Kapoor provengono dal suo sito personale e restano di proprietà dell’artista; le fotografie del Faro d’Islanda provengono dal sito I fiori del male. L’edizione dello splendido libro Controre di Domenico Brancale cui faccio riferimento è stata pubblicata da Effigie (collana Ginestre) nel  2013.

 

 

 

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