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Siria: dal 2011 con 13 000 impiccagioni il regime di Assad uccide gli oppositori in prigione

L’attenzione dei media verso la Siria è scemata dopo la conquista di Aleppo da parte delle forze governative e lealiste. La realtà sul campo però non è migliore di prima. Per chi ha seguito fin dall’inizio la crisi siriana, ossia la rivoluzione di popolo contro il regime di Assad, la repressione governativa, la creazione di un esercito di disertori e civili a protezione della popolazione e per il ribaltamento del regime, l’infiltrazione in tale esercito dei jihadisti islamici con la conseguente spaccatura in bande di ribelli, la diffusione dell’Isis, l’entrata in scena della Russia al fianco di Assad e la vittoria militare (non di popolo) del regime, sa bene che fin dal 2011 la stragrande maggior parte dei civili veniva uccisa dal regime di Assad (non dai ribelli o dall’Isis) con bombardamenti aerei, soprattutto con le barrel bombs, e che molti dei veri oppositori politici al regime venivano e vengono incarcerati in prigioni di stato dove spesso trovano la morte per le condizioni disumane o per le esecuzioni extragiudiziali.  La tortura nelle carceri siriane è stata ampiamente documentata negli ultimi anni e finalmente anche l’Onu l’ha condannata. Di recente, una mostra, Caesar, ha portato in Italia documenti originali scattati nelle prigioni siriane che testimoniano il grado di diffusione delle torture. La mostra è già stata a Napoli e Roma, e sta per arrivare a Udine e Milano. Settimana scorsa, inoltre, un dettagliatissimo rapporto di Amnesty International, basato su decine di testimonianze, ha documentato circa 13 000 impiccagioni di detenuti, per lo più oppositori politici, in un carcere siriano dal 2011 a oggi. Si noti che sempre Amnesty International in un rapporto del 2016 aveva documentato che dal 2011 erano circa 17 000 i detenuti morti nelle carceri siriane in conseguenza delle pessime condizioni umane con cui venivano trattati. La somma dei detenuti lasciati morire o uccisi nelle carceri siriane per le condizioni disumane o con le esecuzioni extragiudiziali arriva quindi a 30 000, configurando un vero e proprio sterminio di massa, secondo Amnesty un crimine contro l’umanità. LG

SIRIA, AMNESTY INTERNATIONAL SVELA LA CAMPAGNA SEGRETA DI IMPICCAGIONI DI MASSA E STERMINIO DA PARTE DEL GOVERNO NELLA PRIGIONE DI SAYDNAYA

Uno sconvolgente rapporto diffuso oggi da Amnesty International ha rivelato come dal 2011 al 2015 il governo siriano abbia portato avanti una campagna pianificata di esecuzioni extragiudiziali mediante impiccagioni di massa all’interno della prigione di Saydnaya.

Durante quel periodo, a cadenza settimanale ma spesso due volte a settimana, gruppi costituiti anche da 50 detenuti sono stati presi dalle loro celle e impiccati. In cinque anni le vittime di queste impiccagioni segrete sono state 13.000, per lo più civili sospettati di essere oppositori.

Il rapporto, intitolato “Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”, denuncia anche le condizioni inumane di detenzione all’interno della prigione di Saydnaya, tra cui torture reiterate e diniego sistematico di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. Questa politica di sterminio ha causato la morte di tantissimi detenuti.

Queste pratiche, che costituiscono crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sono state autorizzate dai livelli più alti del governo siriano.

“L’orrore descritto in questo rapporto rivela una mostruosa campagna segreta, autorizzata dai livelli più alti del governo siriano, destinata a stroncare ogni forma di dissenso all’interno della popolazione siriana”, ha dichiarato Lynn Maalouf, vicedirettrice delle ricerche presso l’ufficio regionale di Beirut di Amnesty International.

“Chiediamo alle autorità siriane di porre immediatamente fine alle esecuzioni extragiudiziali, alle torture e ai trattamenti inumani nella prigione di Saydnaya e in tutte le altre carceri governative in Siria. A Russia e Iran, i più stretti alleati del governo di Damasco, chiediamo di sollecitare la fine di queste politiche di assassinio”, ha aggiunto Maalouf.

“I prossimi colloqui di pace di Ginevra non possono ignorare queste conclusioni e devono porre nell’agenda dei lavori la fine delle atrocità nelle prigioni governative siriane. L’Onu deve avviare subito un’indagine sui crimini commessi nella prigione di Saydnaya e pretendere l’ingresso di osservatori indipendenti in tutti i luoghi di detenzione”, ha sottolineato Maalouf.

Il rapporto descrive le esecuzioni di massa, a gruppi di 50 persone, avvenute ogni settimana (e spesso due volte a settimana) dal 2011 al 2015 all’interno della prigione di Saydnaya, di notte e nel segreto più totale. Vi sono forti timori che queste esecuzioni si verifichino ancora oggi. Numerosissimi detenuti sono morti anche a seguito delle intenzionali politiche di sterminio delle autorità siriane, fatte di torture reiterate e del sistematico diniego di cibo, acqua, medicinali e cure mediche. In più, i detenuti di Saydnaya sono stati costretti a obbedire a una serie di regole sadiche e disumane.

Il rapporto di Amnesty International si basa su un’intensa indagine durata un anno, dal dicembre 2015 al dicembre 2016, attraverso interviste a 84 testimoni (tra i quali ex secondini e funzionari della prigione di Saydnaya, ex detenuti, giudici e avvocati) e ad esperti siriani e internazionali sulla detenzione in Siria.

Un precedente rapporto di Amnesty International, pubblicato nell’agosto 2016 insieme a una ricostruzione virtuale della prigione di Saydnaya, aveva stimato che più di 17.000 persone erano morte in Siria a causa delle inumane condizioni di detenzione e della tortura dal 2011, anno dell’inizio della crisi. A quel numero vanno ora aggiunte le altre 13.000 morte a seguito delle esecuzioni extragiudiziali denunciate in questo rapporto.

Il ruolo della corte marziale della prigione

Nessuno dei detenuti impiccati nella prigione di Saydnaya è stato sottoposto a qualcosa che possa assomigliare a un processo. Prima dell’esecuzione, i detenuti comparivano di fronte alla cosiddetta corte marziale della prigione per un totale di due minuti, una procedura del tutto sommaria e arbitraria. Le testimonianze fornite da ex dirigenti e secondini della prigione e da ex giudici e detenuti hanno consentito ad Amnesty International di farsi un’idea precisa delle procedure farsesche che hanno preceduto le impiccagioni.

Un ex giudice di un tribunale militare siriano ha dichiarato ad Amnesty International che “la corte” agiva al di fuori del sistema di procedura penale siriano: “Il giudice chiedeva al detenuto di fornire le generalità e di dichiarare se avesse commesso un reato. A prescindere dalla risposta, emetteva la condanna. Quella corte non aveva niente a che fare con la legge. In sostanza, non era una corte”.

Le condanne emesse in questo modo si basavano su confessioni false estorte con la tortura. I detenuti non avevano modo di essere difesi da un avvocato né potevano farlo da soli – la maggior parte di loro era stata sottoposta a sparizione forzata e a detenzione senza contatti col mondo esterno. I condannati a morte venivano a sapere del loro destino pochi minuti prima dell’esecuzione.

Impiccagioni di massa

A Saydnaya le impiccagioni avvenivano una o due volte a settimana, di solito il lunedì e il mercoledì, di notte. Alle persone chiamate fuori dalle loro celle veniva detto che sarebbero state trasferite in prigioni civili. Invece, venivano portate a un livello sotterraneo della prigione dove venivano picchiate. In seguito, erano trasferite in un altro edificio del complesso penitenziario dove aveva luogo l’impiccagione. Per tutto il tempo, rimanevano bendate e dunque non si rendevano conto di cosa stava per accadere fino a quando non avvertivano la stretta del cappio intorno al collo.

“Li lasciavano appesi per 10, 15 minuti. Alcuni non morivano perché troppo leggeri, soprattutto i più giovani pesavano troppo poco per morire. Allora gli assistenti li tiravano giù fino a quando non gli si spezzava il collo”, ha raccontato un ex giudice che ha assistito alle impiccagioni. Detenuti che si trovavano nel locale sopra a quello adibito alle impiccagioni hanno dichiarato che a volte si sentivano i rumori che provenivano da sotto:

“Se appoggiavi un orecchio al pavimento, potevi sentire un suono simile a un gorgoglio. Durava circa 10 minuti. Dormivamo sopra alle persone che soffocavano a morte. Alla fine, era diventata una cosa normale”, ha dichiarato “Hamid”, un ex militare arrestato nel 2011.

In una sola notte potevano essere impiccate anche 50 persone. I loro corpi venivano portati via da camion che li scaricavano in fosse comuni. Le famiglie non ricevevano alcuna notifica.

La politica di sterminio

I sopravvissuti di Saydnaya hanno fornito resoconti raggelanti sulla vita all’interno della prigione: un universo realizzato per umiliare, degradare, infiacchire, affamare a alla fine uccidere.

Queste testimonianze raccapriccianti hanno portato Amnesty International a concludere che la sofferenza e le condizioni agghiaccianti di cui sono stati vittime i prigionieri di Saydnaya costituiscono una politica di sterminio.

Molti prigionieri hanno raccontato di essere stati stuprati o di essere stati costretti a stuprare altri prigionieri. Le torture e i pestaggi costituivano un sistema regolare di punizioni e degradazioni, che spesso procuravano danni o disabilità permanenti o anche la morte. I pavimenti delle celle erano coperti da sangue e pus che usciva dalle ferite. I corpi dei detenuti morti erano raccolti ogni mattina alle 9 dai secondini.

“Ogni giorno c’erano due o tre morti nel nostro braccio. Ricordo che il secondino passava a chiedere quanti ne avevamo. “Cella numero 1, quanti ne avete?”, “Cella numero 2, quanti?”. Una volta i secondini entrarono in una cella dopo l’altra, e ci picchiarono in testa, sul torace, sul collo. Quel giorno nel nostro braccio ci sono stati 13 morti”, ha raccontato “Nader”, un ex detenuto di Saydnaya.

Cibo e acqua venivano regolarmente negati. Quando era fornito, il cibo veniva lanciato dentro le celle e si mescolava col sangue e la sporcizia del pavimento. I pochi detenuti usciti vivi da Saydnaya pesavano la metà di quando erano entrati.

All’interno di Saydnaya vigevano “regole speciali” autonome. I prigionieri non potevano fare alcun rumore, neanche bisbigliare. Erano costretti ad assumere determinate posizioni quando i secondini entravano nelle celle e solo guardare un secondino poteva comportare la morte. La comunità internazionale, in particolare il Consiglio di sicurezza, deve assumere azioni immediate per porre fine a questa sofferenza.

“Il Consiglio di sicurezza deve prendere una posizione ferma. Non può chiudere un occhio di fronte a questi crimini orribili e deve adottare una risoluzione che chieda al governo siriano di aprire le sue prigioni agli osservatori internazionali. Il Consiglio Onu dei diritti umani deve immediatamente avviare un’indagine indipendente su queste gravi violazioni del diritto internazionale“, ha dichiarato Maalouf.

“Le uccisioni a sangue freddo di migliaia di prigionieri inermi, insieme al sistematico e minuziosamente curato programma di torture fisiche e psicologiche attuato nella prigione di Saydnaya non può andare avanti. I responsabili di questi crimini efferati devono essere portati di fronte alla giustizia”, ha concluso Maalouf.

FINE DEL COMUNICATO                                                     Roma, 7 febbraio 2017

Scarica il rapporto “Il mattatoio di esseri umani: impiccagioni di massa e sterminio nella prigione di Saydnaya”

Leggi una sintesi del rapporto in italiano

L’appello per porre fine all’orrore nelle carceri siriane è online all’indirizzo:

https://www.amnesty.it/appelli/siria-nelle-carceri-la-tortura-e-allordine-del-giorno/

Per interviste: Amnesty International Italia – Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348 6974361, e-mail: press@amnesty.it

Da https://www.amnesty.it/siria-campagna-segreta-impiccagioni-massa-sterminio-parte-del-governo-nella-prigione-saydnaya/


La situazione siriana è un inferno. Capire cosa sta succedendo è doveroso in quanto esseri umani e indispensabile per la comprensione di quei fenomeni che travalicano i confini naturali di quella terra. Per questo motivo la nostra Rivista seguirà più da vicino la guerra siriana, che in realtà sono tante guerre diverse e sovrapposte, in modo da fornire un quadro sempre aggiornato e il più chiaro possibile.
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La tortura in Siria è prassi di governo consolidata e, secondo l’Onu, siamo nella fattispecie di crimine contro l’umanità. Le foto del caso Caesar, in mostra a Roma, sono state dichiarate prove ammissibili in un eventuale Tribunale internazionale.

La Commissione d’Inchiesta Indipendente sulla Siria delle Nazioni Unite ha concluso, nel rapporto di febbraio 2016, che le torture di massa che sono avvenute e che avvengono nelle carceri siriane ammontano a “una politica di Stato di sterminio della popolazione civile” – ossia, a crimini contro l’umanità.

Le foto del caso Caesar – che avevamo analizzato qui – sono 55.000 e ritraggono circa 11.000 detenuti morti sotto tortura nelle carceri siriane. Sono state scattate da un fotografo della polizia militare siriana che, disertando, le ha trafugate e portate con sé. Dopo essere state esposte alle Nazioni Unite a New York, al Museo dell’Olocausto di Washington, al Parlamento europeo e nelle principali città europee, 28 di queste foto sono state esposte per la prima volta in Italia alMAXXI (Museo nazionale delle arti del XXI Secolo) di Roma, dal 5 al 9 ottobre, in una mostra dal titolo “Nome in codice: Caesar. Detenuti siriani vittime di tortura”, patrocinata daAmnesty International Italia, Articolo 21, Focsiv, Fnsi, Unimed eUn ponte per.

Una delle foto esposte al MAXXI di Roma che ritrae corpi di persone decedute nel carcere militare di Mezzeh (Damasco). Credits to: Zeppelin.

Una delle foto esposte al MAXXI di Roma che ritrae corpi di persone decedute nel carcere militare di Mezzeh (Damasco). Credits to: Zeppelin.

Le foto sono state autenticate da una Commissione indipendente di medici legali, esperti forensi e giudici internazionali (leggi il rapporto) che ne ha certificato l’ammissibilità in un eventuale processo per crimini contro l’umanità. Sono un’importante testimonianza di una parte delle atrocità tuttora in corso in Siria. Squarciare il velo di silenzio e omertà che avvolge la tragedia siriana: è questa l’importanza della mostra. Corpi scheletrici, mutilati, bruciati, con gli occhi cavati, ammucchiati uno accanto all’altro: si potrebbero scambiare per quelle dell’Olocausto, con la differenza che queste sono a colori.

È necessario mostrare queste foto, anche se così cruente, perché come ha sottolineato il senatore Luigi Manconi, Presidente della commissione per i Diritti Umani, “accanto al bello [occorre] presentare anche il vero, e raramente coincidono”. Le foto, espressione di quello che alcuni definiscono “il male minore”, possono essere visualizzate qui equi ma avvertiamo: sono scioccanti.

Sul valore legale delle foto, Stephen J. Rapp, investigatore internazionale del caso siriano, all’inaugurazione della mostra ha detto :

Ho avuto l’onore di essere Procuratore del Tribunale Speciale per la Sierra Leone, che condannò l’ex Presidente Charles Taylor a 50 anni di carcere per crimini contro l’umanità e di guerra. Le prove che abbiamo dei crimini in Siria, parte delle quali è qui oggi, ma anche migliaia di documenti e testimoni, provano che atrocità di massa vengono commesse oggi in Siria [..] e sono più solide di quelle che avevamo nei processi dell’ex Yugoslavia, del Rwanda e persino contro i nazisti a Norimberga, perché abbiamo i nomi delle vittime, dei carnefici e degli edifici dove vengono commessi questi crimini.

Inaugurazione della mostra al MAXXI di Roma, 5/10/2016. Credits to: Zeppelin.

Inaugurazione della mostra al MAXXI di Roma, 5/10/2016. Credits to: Zeppelin.

Centinaia delle vittime ritratte in quelle foto sono già state identificate, se ne conoscono i nomi e le storie, che Human Rights Watch ha raccolto nel rapporto “Se i morti potessero parlare. Morti e torture di massa nelle strutture detentive siriane”, di cui avevamo parlato qui. Ad agosto Amnesty International ha pubblicato l’ennesimo rapporto (“Ti spezza l’umanità. Tortura, malattie e morte nelle prigioni della Siria”), in cui documenta almeno 17.723 vittime di tortura accertate nelle carceri siriane dal marzo 2011: una media di 300 al mese.

All’inaugurazione era presente anche Mazen al Hamdan, un rifugiato siriano che oggi vive nei Paesi Bassi ma che è stato detenuto e torturato nel carcere dove sono state scattate le foto di Caesar. Sopravvissuto all’inferno della tortura, la suatestimonianza diretta offre uno spaccato ancora più vivido delle foto esposte, una denuncia contro l’indifferenza. Come ha detto Baykar Sivazliyan, Presidente emerito dell’Unione degli armeni in Italia intervenuto all’inaugurazione della mostra:

“Il silenzio è stato il secondo assassino degli armeni. Per cui [serve] un po’ di coraggio nell’affrontare queste cose e questa mostra fa i primi passi affinché l’Occidente impari a non mettere sempre vittima e carnefice allo stesso livello con questa falsa politica di equidistanza. [..] Dobbiamo avere il coraggio di dire chi ha torto o ragione, altrimenti non riusciremo mai ad affrontare seriamente questi problemi [..] Si può essere Paesi amici, fare grandi affari, ma quando c’è bisogno ci vuole il coraggio di dire ‘stai sbagliando’.”

Per chi fosse interessato, segnaliamo le registrazioni video della conferenza stampa di presentazione della mostra tenutasi il 4 ottobre alla Federazione Nazionale Stampa Italiana, dell’inaugurazione della mostra al MAXXI tenutasi il 5 ottobre (parte 1 e parte 2) e della conferenza stampa presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati tenutasi il 6 ottobre.

Coraggio che spesso manca. Sabato 8 ottobre militanti di Forza Nuova hanno fatto irruzione alla mostra inneggiando slogan in sostegno ad Assad e Putin, reiterando il sostegno del gruppo fascista al Presidente siriano e scappando prima dell’arrivo della polizia. Pietro Barrera ha dichiarato: “Questa sguaiata provocazione di FN [..] conferma quanto sia importante il nostro impegno per la difesa dei diritti umani ovunque vengano calpestati”.

Per chi volesse approfondire il caso Caesar, si rimanda all’inchiesta giornalistica “La macchina della morte. Siria: oltre il terrorismo islamico” di Le Caisne Garance, giornalista che ha più volte intervistato Caesar e che ha avuto accesso alla documentazione originale.

di Samantha Falciatori per 
http://www.thezeppelin.org/nome-in-codice-caesar-in-una-mostra-lorrore-delle-carceri-siriane/

Pagina facebook della mostra Caesar:

https://www.facebook.com/NomeInCodiceCaesar/

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