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Le narrazioni (Sicilia) – IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE, I Quaderni di Antonio Bruno/I parte

di Antonio Lanza

«IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE».
I QUADERNI DI ANTONIO BRUNO
Prima parte

Un appuntamento 

Sono in ritardo e il traffico non accenna a scorrere. Ho un appuntamento con lo scrittore Luigi La Rosa e so già che se la situazione non si sblocca arriverò con un ritardo considerevole. Manca poco alle undici. Il giorno prima si era deciso di vederci nella piazza principale di Acicastello. Alle undici. Non faccio mai tardi agli appuntamenti, ma Luigi, questo, non può saperlo: è la prima volta che ci incontriamo. La circonvallazione di Catania all’altezza di via Etnea compie un semicerchio lungo Tondo Gioeni; è ingombra di macchine disposte su tre file. Il sole già caldo di giugno sfavilla sui tetti delle auto e sembra dirmi: non passerai mai, non ce la farai mai.
Porto nella tracolla un libro di Luigi, il suo primo romanzo, Solo a Parigi e non altrove, e un mio librettino di poesie, un’antologia anzi, che voglio donargli da quando è uscito. In effetti, è per mantenere fede a una promessa che mi trovo incolonnato qui, col caldo e l’ansia di non arrivare in tempo; la promessa che feci allo stesso Luigi in un’occasione pubblica, alcuni mesi prima, nella quale Grazia Calanna, che me lo presentò, e Orazio Caruso – entrambi curatori del volumetto – ne annunciavano l’imminente uscita. Una rapida stretta di mano, la promessa di rivedersi. E poi per la stima: il romanzo di Luigi ha convinto molti lettori dal palato fine. Ne seguo su facebook il crescente successo, di presentazione in presentazione, di recensione in recensione. Acquisto il libro, aspetto di incontrarlo per una dedica, ma Luigi gira l’Italia, vive molti mesi di intensa scrittura nella sua amata Parigi, che fotografa in lungo e in largo e di cui racconta le silenziose storie di artisti e scrittori. E intanto passano i mesi, io leggiucchio – com’è diritto di ogni lettore – senza sistematicità, ma quel tanto per farmene un’idea precisa. E l’idea è che non è un romanzo.
Almeno, non un romanzo con un impianto classico. Si tratta di una delle questioni che vorrei affrontare adesso che sto per conoscerlo e che ho ripreso seriamente a leggere il libro: il problema del genere letterario ‘romanzo’. Che Luigi tende a scompaginare, mescidare. Un po’ narrazione, un po’ autofiction, un po’ saggio. Sulla scorta di autorevoli maestri, come Carrère. Una tecnica cui non mi sento estraneo, e che anzi mi affascina.
Quando finalmente lo raggiungo al tavolo di un bar nella piazza dove svetta il Castello, lo trovo infatti a sospendere la lettura di Vite che non sono la mia. Ed è proprio quel libro di Carrère a offrirci gli spunti a partire dai quali si snoderà l’intera conversazione: le tecniche di scrittura, le passioni letterarie, l’amore viscerale per Parigi, progetti di nuovi libri. Ma soprattutto, appunto, di Parigi. E qui, mentre la cameriera prende le nostre ordinazioni – mezza granita per Luigi, un caffè per me – tiro fuori un nome che ai più (in parte, come vedremo, a ragione) non dirà nulla, ma che per me lettore è indissolubilmente legato alla capitale francese: Antonio Bruno. Come sospettavo, non dice nulla neanche a lui. Ma non mi faccio scoraggiare, tanto più che Luigi sembra esserne curioso. Ho toccato il tasto giusto, Parigi.

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«Sogni appassionati di Parigi»

Un altro malato d’amore per Parigi, Antonio Bruno.
Tanto che, nell’anarchia delle associazioni alle quali spesso vado soggetto, e che diventano, subito dopo averle fatte, indelebili, mi è capitato nei mesi scorsi di pensare ai post su facebook di Luigi, smaniosi di ricongiungimento alla sua città d’elezione, alla stessa stregua di alcune belle pagine di diario di Antonio Bruno, per il quale il bisogno di Parigi è il bisogno dell’affermazione di sé nella scrittura, apparentemente impossibile nella sua Catania: «Dagli aristocratici: tutto il salone ai miei piedi. Nessuna gioia all’infuori di un riferimento al futuro. A Parigi… nella lotta… conquistare. Che cosa? Esattamente l’espressione».
Affermazione letteraria che, in effetti, se non attraverso brevi parentesi negli anni Dieci del Novecento, per Bruno non arrivò mai. Ci tengo a dirlo subito a Luigi che non si tratta di uno scrittore il cui valore è stato dimenticato dai critici. Pur con l’amarezza di chi ha letto tutte le sue opere augurandosi di trovare qualcosa che potesse sopravvivere al gusto dei lettori di oggi, debbo ammettere che Bruno è letterariamente trascurabile. I suoi scritti risentono troppo della temperie culturale dell’epoca: crepuscolarismo, decadentismo estetizzante, futurismo, frammentismo vociano e lacerbiano. E tuttavia – continuo a raccontare a Luigi mentre la cameriera ci porta granita e caffè – è una delle personalità più oscure e imperscrutabili del Novecento siciliano.

Per incuriosirlo ancora parto dalla fine, gli racconto della sua morte, avvenuta in una camera d’albergo a Catania per ingerimento di barbiturici, nell’agosto del 1932. Suicidio, insomma. Stesse modalità, tra l’altro, di Raymond Roussel, lo scrittore francese innamorato del Mediterraneo morto a Palermo l’anno successivo, sempre in estate, vicenda di cui Sciascia si occupò in un breve testo pubblicato a suo tempo da Sellerio.
Dopodiché, accorgendomi che l’interesse di Luigi cresce, gli accenno del morbo di Pott che colpisce Bruno in tenera età rendendolo gobbo; della zia sordomuta che abitava con loro; del padre sindaco socialista di Biancavilla; del suicidio della madre buttatasi un giorno dal balcone; dei suoi straordinari incontri: Picasso, Campana, Papini, Soffici, Palazzeschi; del suo interesse per la teosofia, lo gnosticismo e le sedute spiritiche; le traduzioni da Baudelaire e da Poe; della follia che sembra coglierlo negli ultimi anni.
Insomma, gli dico, mentre ci spostiamo in un tavolo a fianco dove non arriva il sole, la sua vita è la cosa più bella che Bruno abbia lasciato. E i Quaderni, che Sellerio pubblicò nel 1989, raccontandola per frammenti, sono, questi sì, un piccolo gioiello da riscoprire.

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«La mia deformità è un simbolo. Tutta la mia vita è contraffatta»

Antonio Bruno nacque a Biancavilla, un comune del catanese ai piedi dell’Etna, nel 1891, anno in cui il padre, notaio, esercitava la funzione di sindaco. In tenera età fu colpito dal morbo di Pott, che gli procurò, tra indicibili sofferenze, una vistosa gobba («Il dolore, dunque, fu la sensazione che prima mi penetrò l’anima»). È il dato centrale della sua vita. La malattia lo marchia, gli acuisce la sensibilità, che riversa poi, interpretandola come riscatto, nella scrittura. È l’albatros, risibile quando passeggia sulla nave, ma maestoso durante il volo. Il disprezzo degli altri è l’unico sentimento possibile, la consapevolezza della propria superiorità lo allontana dalle cose terrene, gli fa «vedere dall’alto la vita». Per il comune destino, sente come nessun altro Leopardi, l’uomo e il poeta.
A Roma, città dove si trasferì dopo il conseguimento del diploma a Catania, frequentò abitualmente la terza saletta del caffè Aragno e i giovani poeti romani riunitisi attorno a Fausto Martini, Arturo Onofri e Vincenzo Cardarelli. L’esperienza lo deluse («Lì conobbi lo spirito letterario romano, mescolanza di napolitanismo politicante, di simonia burocratica e d’intrigo […] Mi disgustai per sempre di Roma come ambiente») e passò subito a Firenze. La disponibilità economica e la generosità del padre gli consentivano di soggiornare nei migliori alberghi (Hotel de Rome, Piazza S. Maria Novella) e di non badare a spese per vestiti, lozioni, teatri, flirt, giochi d’azzardo. Nel capoluogo toscano, Bruno si ammanta di una nobiltà che non possiede, si fa chiamare Conte: «Caro Conte, il vostro libro mi piace perché…» gli scrive, da Marradi, Dino Campana in una cartolina postale del settembre del 1917. Al Caffè delle Giubbe Rosse, aspetta trepidante uno scrittore che ammira dai tempi di Lacerba, Giovanni Papini, per dirne poi malissimo sui Quaderni appena qualche anno dopo («Il carattere miserabile di Papini. Le sue gretterie le sue cattiverie le sue limitazioni. […] Ormai tratta l’arte da giornalista»). Non ci svela i particolari dell’incontro con Picasso avvenuto il 30 aprile del 1917 presso il teatro Politeama dove andavano in scena i balletti russi, ma riesce a dilungarsi per pagine e pagine sui propri amori fiorentini: Ada, la contessa R., Lina, N., Fiore («Questo libro non parla che di donne. Mi rincresce assaissimo», commenta, in realtà lusingato).
Fiore, soprattutto. Per incorniciare il primo incontro, il 3 settembre del 1917, registrato distrattamente in una delle pagine del secondo Quaderno, non si lesinano gli aggettivi: «Giorno rosa per via d’un’imprevista inattesa rapida squisita avventura (Fiore)». La ragazza, ventenne, è figlia di negozianti. Buona, docile, graziosa, allegra, è l’amante perfetta: «stordisce la pena e mi distrae». Perché all’inizio, per Bruno, è soltanto una distrazione. I due non escono mai insieme, è sempre lei che si reca a trovarlo nella camera d’albergo. Per lo scrittore catanese, contemporaneamente impegnato in flirt con donne di più alto rango, è un gioco. O vuole farci credere che lo sia. Gli eventi, nel breve volgere di due mesi, però precipitano. Fiore dice di essere incinta, scrive Bruno. E qualche giorno dopo, altra annotazione: «Hanno dovuto operarla di laparotomia ed ora è alla Maternità con l’infezione». Nel corso della degenza all’ospedale, tra la crescente disperazione che monta nelle pagine del diario, a Bruno non sarà consentito di vedere Fiore, a causa dei divieti del padre della ragazza. Il 17 dicembre, alla notizia della sua morte, Bruno segna il cambiamento di «tono e di peso» di quella storia d’amore, da commedia sentimentale a tragedia. Per non lasciarsi abbattere, prende il bromuro, un potente barbiturico allora in voga, e si rifugia nella scrittura. Progetta in pochissimo tempo un romanzo, che chiama Moloch, in cui racconterà, queste le intenzioni iniziali, la storia di Fiore. Il libro, dopo un iniziale entusiasmo, si arenerà come tanti altri progetti letterari di Bruno. Tanto più che, qualche giorno dopo il decesso di Fiore, Bruno viene convocato come testimone nel gabinetto del giudice istruttore, e lì scopre la verità: la ragazza aveva un amante, ed era stato lo stesso amante, presumibilmente il padre del bambino, ad accompagnare Fiore dalla levatrice per farla abortire. La storia vira così, e definitivamente, verso il ridicolo: «Ora non mi resta a sapere che la famiglia sono ruffiani, anche loro. E il mio rôle di Quijote sarebbe perfetto».
Ma non è solo di donne che si parla nei Quaderni. Il 1917 è anche l’anno dell’uscita del secondo libro di poesie di Bruno, Fuochi di Bengala, pubblicato con le edizioni dell’Italia futurista: «Distribuisco e spedisco il libro da dieci giorni. È un servizio insopportabilissimo. Ne avrò sbrigate 100 copie. Ancora li ho tutti in camera. Ho ricevuto dei ringraziamenti entusiastici...». In una lettera intestata “Circolo Unione Catania”, che riportiamo qui per intero, datata 21 agosto 1917, anche Verga risponde positivamente all’invio del libro:

Grazie, caro Bruno, del dono e della simpatia letteraria che Le ricambio, pur da passatista, anzi da trapassato, il quale però vede e riconosce il molto che Lei potrebbe darci, anche senza gli acrobatismi futuristi di cui non ha bisogno perché il futuro sta in Lei. Auguri e cordiali saluti.”

La piazza di Acicastello alle mie spalle è un continuo risuonare di grida di bambini che giocano a pallone o a rincorrersi, sorvegliati dai genitori che si godono sulle panchine la splendida mattinata. I tavoli del bar sono pressoché deserti. La cameriera se ne sta all’impiedi, alle spalle di Luigi, pronta per un’eventuale altra ordinazione. Ne tengo d’occhio i movimenti; mi sembra, o m’illudo, che ci stia ascoltando.
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Antonio Bruno nacque a Biancavilla (CT) il 20 novembre del 1891 e morì suicida in una camera dell’albergo Italia, a Catania, all’età di 41 anni. È autore di due libri di poesie, More di macchia (1913) e Fuochi di bengala (1917), di due saggi Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi (1913) e Un poeta di provincia (1920) e un romanzo epistolare 50 lettere d’amore alla signorina Dolly Ferretti (1928). Nel 1915 fondò e diresse a Catania il quindicinale Pickwick, uno dei migliori esempi di rivista di avanguardia, ben recensita da Lacerba e La Voce. Suoi scritti comparvero su Lacerba, La Diana, l’Italia futurista e Il Tevere. Tradusse Baudelaire. Postuma uscì la sua traduzione de Il Corvo di Poe.

 

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