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Parterre ( I ) : Giovanni Renzo

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. La rubrica “Parterre” ospita Giovanni Renzo, a cura di Marta Cutugno (pubblicato il 19 maggio 2015).


di Marta Cutugno

Carteggi Letterari – critica e dintorni inaugura la rubrica “Parterre”, nuovo spazio riservato a musicisti in attività più o meno conosciuti, ad interviste e molto altro. Il primo ospite è Giovanni Renzo, pianista e compositore dal grande valore artistico e umano. Diplomatosi in Pianoforte al Conservatorio “Arcangelo Corelli” di Messina, sua città natale, si perfeziona successivamente a Roma con Martin Joseph, con Enrico Pieranunzi e Bruno Tommaso – in occasione dei Seminari Nazionali di Musica Jazz a Siena – all’Accademia Musicale Chigiana con Ennio Morricone e Sergio Miceli in musica per film e con Bud Freeman in composizione e orchestrazione alla Berklee Summer School di Perugia. Il suo esordio avviene nel 1979 come pianista jazz: da allora, e sino ad oggi, ha calcato prestigiosi palcoscenici sia in Italia che all’estero collaborando con grandi artisti tra cui Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Giulio Capiozzo, Bradley Wheeler, Robin Kenyatta, Faisal Taher. Apprezzato a livello internazionale e meritatamente menzionato – per l’originalità di lavoro e ricerca su musica e astronomia – nel blog spagnolo “Los mejores pianistas del mundo”, Giovanni Renzo alterna attività concertistica ad attività di insegnamento e attualmente è Direttore Artistico – per la Musica – del Teatro “Vittorio Emanuele” di Messina: sensibile e serio il suo impegno sia in tempi precedenti alla nomina che, successivamente, nella formulazione di proposte che potessero richiamare ampio pubblico e rimettere in moto il teatro cittadino dopo lunga inattività.

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Visitando il sito personale di Giovanni Renzo è possibile visionare l’intera sua produzione e il curriculum; per visionare la discografia, invece, basta cliccare QUI.

Le sue composizioni abbracciano i più diversi generi: musiche per film, per teatro, opera, balletto, composizioni multimediali e per pianoforte. Ha composto musiche di scena per più di venti spettacoli collaborando con Ninni Bruschetta, Giancarlo Sammartano, Donato Castellaneta, Maurizio Marchetti, Walter Manfrè, Tino Caspanello, Giampiero Cicciò, Duilio Del Prete, Amanda Sandrelli, Giancarlo Giannini, Arnoldo Foà. Ha composto – ed eseguito dal vivo – le colonne sonore per molti film muti e non solo: Aurora di Murnau, Il gabinetto del dottor Caligari di Wiene su commissione dell’Ente Teatro di Messina, Musica classica di E. Kennedy con Laurel e Hardy, Cops di Buster Keaton, Viaggio alla Luna di G. Melies, Cenere di Febo Mari con Eleonora Duse, Il fantasma dell’Opera di Rupert Julian con Lon Chaney su commissione del Festival del Cinema di Taormina.

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Ispirata all’omonimo racconto di Italo Calvino tratto dalle “Cosmicomiche“, spicca nella sua produzione anche la composizione di un’opera completata nel 1996: La distanza della luna   che fu eseguita in prima rappresentazione al Teatro Vittorio Emanuele di Messina nel Gennaio 1997; l’ultima esecuzione è avvenuta al Teatro Antico di Taormina – nella stagione 2007 di Taormina Arte – con la voce recitante di Arnoldo Foà e  l’Orchestra Sinfonica del Mediterraneo diretta dal maestro Fabio Ciulla. Per ascoltare la suite per piano solo da “La distanza della luna“.

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Con la composizione “Le tempeste” ha vinto nel 1999 la terza edizione del Concorso Nazionale di Composizione Pianistica indetto dall’Associazione Culturale “De Musica” di Savona. Ispirata all’omonimo film di Robert Wiene è la performance multimediale andata in scena a gennaio 2002 con la Compagnia Virgilio Sieni Danza, gennaio 2002 “Il gabinetto del dottor Caligari”, (estratto “Main theme“).

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ATLAS COELESTIS – La musica e le stelle 

Come un atlante sonoro, Atlas Coelestis  è un viaggio siderale nello spazio e nel tempo che eleva e instaura un punto di impalpabile contatto tra l’uomo e l’infinito e in cui la ricerca di se stessi matura nella consapevolezza di essere piccolissima parte di quell’immenso. In questa composizione dal grande fascino e suggestione, la musica è corredata da immagini video curate da Renzo e da Gianluca Masi, astronomo del Planetario di Roma. Tutto è da riferirsi temporalmente alla notte del 7 gennaio 1610, notte in cui vengono definitivamente soppiantate le teorie geocentriche di Aristotele secondo le quali il pianeta Terra si trovava in posizione centrale in un sistema di sfere rotanti.

Il Cosmic Concert – vedi trailer – che dal 2010 si ripete ogni anno, vede Giovanni Renzo impegnato nell’esecuzione di “Atlas”, una grande esplorazione interiore e universale, intima e macroscopica. L’evento – svoltosi recentemente il 28 Aprile 2015 e trasmesso in diretta streaming in tutto il mondo – è organizzato dalla Astronomers Without Borders in occasione del Global Astronomy Month. Questo progetto – di esclusiva e originale matrice, segnalato anche sulle riviste scientifiche “Coelum” e “Le stelle”- è stato presentato con grande successo presso importanti Istituzioni scientifiche e concertistiche (Planetario di Modena, Planetario di Roma, Laboratorio di Scienze dell’Ambiente di Pontassieve, Università di Messina, Premio Pitagora di Crotone, Festival delle Scienze di Roma, Osservatorio Astronomico di Capodimonte, Festival Liszt di Bellagio, Teatro Rossetti di Trieste). Per accostarsi ad “Atlas Coelestis” suggeriamo il libro corredato di Dvd e pubblicato dalle Edizioni Mesogea.

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Giovanni Renzo così scrive nel libro:

“L’idea di comporre Atlas Coelestis mi è venuta proprio durante la lettura del Sidereus Nuncius. Immaginavo Galileo con l’occhio al telescopio, immerso nella notte siderea, che di tanto in tanto prende appunti sul suo quaderno (che anni dopo ho visto, con molta emozione, esposto ad una mostra). La precisione delle sue annotazioni fece nascere in me il desiderio di seguire su una mappa stellare ciò che di volta in volta egli descrive con entusiasmo e stupore. Allora ho ricostruito al computer l’aspetto del cielo visto da Padova il 7 gennaio 1610, all’una di notte, il momento ed il luogo, cioè, in cui Galileo vede per la prima volta le lune di Giove. Come ho potuto constatare, il pianeta era ben visibile quella sera, vicino alla Luna, tra le costellazioni di Orione e del Toro, non lontano dalle Pleiadi; in quella mappa stellare erano visualizzati tutti i corpi celesti che vengono descritti nel volumetto, e ciò mi aiutava nella lettura e mi permetteva poi di andarli a ricercare col mio piccolo telescopio. La mappa che avevo ottenuto mi sembrava interessante anche dal punto di vista grafico e, quasi per gioco, ho provato ad inserire nuovamente il foglio nella stampante e sovrapporre dei righi musicali alla carta del cielo; così le stelle si sono tramutate in suoni. Poi ho stabilito una tonalità, mettendo in relazione le ore della notte con il circolo delle quinte, che ha la forma del quadrante di un orologio. Calcolando la differenza tra l’ora del tramonto e l’ora in cui Galileo osserva il cielo in quella lontana notte del 1610, ho ottenuto la tonalità di mi bemolle. Una caratteristica importante della partitura che avevo davanti agli occhi mi sembrava la presenza della Luna, di Giove e di Urano in posizione molto ravvicinata; sul pentagramma formavano un intervallo di quinta che, trasposto in chiave di basso, costituiva un bordone da eseguire con la mano sinistra del pianoforte. La partitura cominciava ad avere un senso, ora dovevo trovare dei criteri esecutivi per i suoni che rappresentavano le stelle. Innanzitutto mi sembrava logico mettere in relazione la grandezza apparente delle stelle con la dinamica dei suoni, vale a dire: più grande è la stella, maggiore è l’intensità con cui la nota viene suonata. Per quanto riguarda la durata dei suoni, ho preferito non stabilire norme rigide ma lasciare la libertà di passare da una nota all’altra, così come, quando osserviamo il cielo, siamo liberi di guardare una stella, goderne lo splendore per poi passare ad un’altra. In questo senso anche l’esecuzione non doveva essere necessariamente lineare, riga per riga come in una normale partitura; si poteva scegliere se seguire il profilo di una costellazione, ad esempio, o suonare le stelle più importanti, o semplicemente spaziare liberamente con lo sguardo. A questo punto la composizione era pronta, non restava che mettere le mani sul pianoforte ed ascoltare se tutto questo aveva un senso musicale o se era solo un gioco, un divertente esperimento grafico”.

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Il componimento inizia con un preludio seguito da “Incanto“, incentrato sull’osservazione stupita e “incantata” della volta celeste. Il risultato dell’osservazione giunge sulla carta e si trasforma, si trasfigura in suono, suono degli astri. “Pleiades” tesse sonoricamente l’intrecciata trama delle Pleiadi, l’ammasso aperto visibile nella costellazione del Toro, conosciuto come “le Sette Sorelle”. Segue “Pulsar”, un gioco stellare di suoni sostenuti dall’esatta scansione ritmica della prima Pulsar – stella di neutroni – che Jocelyn Bell scoprì nel 1967. “Cygnus X-1” – sorgente di raggi X nella costellazione del Cigno – inoltra lo spettatore nel mistero cosmico degli astronomici buchi neri che nascono dal collasso gravitazionale di una stella massiccia. Conclude questo percorso musicale “Astrorum nexus” e lo sguardo piccolo e limitato dello spettatore si perde nell’infinito, nella fantasia, nel sogno.

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imageNelle albe estive di circa un anno fa, Enrico De Lea – redattore di Carteggi – camminava lungo i sentieri di Casalvecchio, nella valle d’Agrò. Una serie di ascolti accompagnava le sue escursioni; tra questi, le musiche di Giovanni Renzo. La meraviglia dei suoni naturali abbinata alla “naturalità” delle musiche costituirono ispirazione per la composizione di un poemetto sul vento impercettibile della prima alba, “Suono del vento primo“. Di seguito alcuni estratti:

SUONO DEL VENTO PRIMO di Enrico De Lea

1.
Al momento lo sguardo non chiede allo sguardo
dell’alba sul paesaggio posseduto
su un prima e su un dopo, nel tempo di un ritardo,
dove nulla è la notte o la sera di un saluto,
la canna che riecheggia, il risonante cardo
nel secco dei terrazzi sul limite perduto –
riva sonante d’aria, vi arrivano le voci
le indistinte profferte delle croci…

4.
L’alba all’infinito cerchio intorno all’aia
sotto il crinale improvviso del cantone bianco
non dimentica l’acqua sotto la terra e l’aria,
simula tuttavia l’età dell’oro e dell’ammanco
del grano, che un vento rammentato spaglia,
che un silenzio rompe nel silenzio franco,
così si apprende che poco ci rimane,
si apprende all’alba delle luci vane.

6.
Ma presto la forma discendente delle case
non è che la forma sospesa di foglie
che musicano, note di brezza, in alto rase
dalla luce che la collina raccoglie
interamente, uno spartito che vibra di pause
nella clausura feroce di fedi e voglie
d’arenaria e di rivolo nascosto,
di spine in gloria del viottolo avamposto.

7.
Porto le brocche per un suono d’acqua
in quale alba, mi chiedo, che appartiene al sonno,
dalla fonte alla casa, quel cammino tocca
le pietre che ritmano il passo ed il ritorno,
le brezze mute, astute sotto i porticati,
le arcate sulla visione, il buio forno.
Chiudo la casa di mio padre al mondo,
voglio le voci in coro, dal profondo.

8.
L’alba dell’inizio è luce che ignora
il principio di polvere del mondo,
oltre il sommo dell’ora prima, ora
di suoni liberati dal profondo,
il chiarore è il fermo suono di chi adora
il seme che non attende il giorno fondo,
nessuna pace dello sguardo e del cammino,
la terra avvampa al corpo più vicino.


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