Melograno

Per il fine settimana – Tommaso Di Dio suggerisce Giancarlo Pontiggia

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Tommaso Di Dio presenta “Origini” di Giancarlo Pontiggia (pubblicato il 21 marzo 2015).


In un fuoco immobile
Note su Origini, di Giancarlo Pontiggia

La recente pubblicazione complessiva delle poesie di Giancarlo Pontiggia, nel bel volume Orgini, Poesie 1998-2010, Interlinea, 2015, ci dà l’occasione di incontrare nuovamente la delicata e inquietante forza di questo poeta.
Difficile pensare ad un autore più distante da ciò che si agita nella poesia italiana contemporanea, difficile pensare una poesia più discreta e lontana da ogni tempo che si voglia determinato; come se la sua forza e la sua qualità prima fossero proprio nel rivendicare, sofferto e impalpabile insieme, un anacronismo deciso rispetto ad ogni semplicistica visione dell’attualità. Eppure non si può avere dubbi: la poesia di Giancarlo Pontiggia si nutre di una dizione cristallina. Un’acuta e penetrante scelta verbale, sovente in chiave arcaica o al contrario violentemente sprezzante di ogni registro e che sorprende per lo stridente intarsio, convive con un ductus trascinante, un’ariosità ritmica che pare rovesciare ogni verso in un vento che inesorabilmente risospinge il lettore nella nocciolo della fine, della quiete: la calma al vertice inaudito della tempesta.
Come sottolinea Carlo Sini nella preziosa prefazione a Bosco del tempo (2005), qui riportata ad apertura del volume, Pontiggia è uno di quei rari poeti che ha fra le corde della sua arte la possibile espressione della felicità: “Scorreva la vita come un miele troppo dolce, troppo forte” (p. 109). Essa non è ingenua né scomposta, non è neanche l’estasi drammatica e patetica che toglie il fiato e spezza ogni muscolo nello spasimo barocco di un orgasmo. Più sua è invece la felice congiuntura che stringe a sé l’immagine, in una densità tale da percepirne il suo attimo felice; esso, intrappolato nelle pieghe ritmiche, colto fra passato e presente, in sé si rivolta e per un attimo sosta, attonito, fragrante, rorido, prima che il movimento lo riprenda e lo consumi in un fuoco immobile (si legga Estati, a p. 50). Vi è nei suoi versi come una contraddizione permanente fra il nome e il movimento che lo anima, fra la fissità lapidaria della parola e il continuo trascorrere del ritmo, sempre spezzato e trascinante, di parola in parola fino al dilagante bianco in cui ogni lemma si schianta, ormai piagato, ormai stravolto. Ed ecco che il lessico di Pontiggia, così volutamente senza tempo, contempla brolo e terzino, immerdata e romita; ma più spesso trova il suo più fruttuoso bottino nelle parole della tradizione, parole esibite proprio in virtù del loro essere senza tempo, appartenenti al remoto passato della nostra storia letteraria, come al loro impronosticabile futuro.
La felicità che egli sa raccogliere è di chi proponga la poesia e la sua lettura come una forma di contemplazione e di esercizio: arte del tempo, infine, un’etica della postura da tenere nel tempo nostro della vita. Il movimento della sua poesia è, proprio per questo, in avanti, tanto quanto impone un rovesciamento a ritroso, anàdromo; tanto tiene l’occhio fisso alla polpa del frutto, quanto conosce l’ombra che si cela nel verde delle foglie che lo precedettero; tanto è presente alla gioia della vita quanto alla consapevolezza della transitorietà di ogni cosa che percepisce. Di questa vita in bilico, spazzata da vertigini quiete, da cieli azzurri conosciuti e sconosciuti insieme, Pontiggia costruisce il proprio canto, il proprio inno ad un’ombra che è vita, ad una vita che è sprofondamento nella catena anonima delle voci che ci hanno preceduto. Una poesia che cancella ogni discorso, ogni chiacchiera mondana e lascia un campo aperto, vasto, largo; un mare grande dove lo sguardo può sostare immerso nella percezione del vuoto incircondabile che lo circonda, nel sapore più ricco e segreto alle origini di ogni gesto, di ogni nostra parola: “«Tempo, rispondi almeno tu:/ dove ci muoviamo?»// «esattamente dove siamo»” (p. 182).

Tommaso Di Dio
Marzo 2015


Poesie da Orgini, Poesie 1998-2010

Canto di evocazione

Vieni ombra/ ombra vieni/ ombra ombra
vieni oh vieni, buia
sali tra i gradini, nel tempo
Vienimi vieni vieni/ vienimi vieni vieni
con ogni doglia, con tutte le furie
con ciò che nell’ombra si sfoglia
con quel che nell’ombra spuma
Ombra vieni/ ombra ombra/ vieni ombra
nel vento nel vento
nel greve tormento
vieni oh vieni tra i numeri, nel fuoco
divieni canto roco
Vieni oh vieni/ vieni oh vieni
tra le forme del caso,
vieni, batti
contro gli spigoli, scendi
obliosa su ciò che è stato,
diventa nostro fiato
Ombra resta/ resta ombra/ resta resta
nella cupa fronda
nella sola testa
che geme che geme
tra i rametti del caso
nel cuore, nel seme invaso
vieni, oh vieni/ vieni, oh vieni
(ripetuto)

*

Estati

Sciami variopinti,
orse

in alto vele razzanti,
estati

anfore buie serbanti nella
loro gola un ronzio di terra,

i melograni si spaccavano alla luce
fissa del meriggio, io

scrutavo in su, in su, tra i numeri, tra
le righe e gli anni

luce, il fumo si alzava sulle
strade,

nella polvere

tra onde

in roghi

*

Nomi

Come d’ottobre, in un brolo, s’ingorgano
molli, marcenti, i fogliami (fronde
strepitose e verdi,

un tempo) – s’intridono, vedi,
poco alla volta i nomi
(gli stravolti, i piagati nomi)
in una pasta
di pensieri melmosi, vuoti,

e scendi
passo dopo passo in stanze
umide, buie, in un tempo

molle, che si sfalda.

*

Pensavo parole volanti, frecce

Pensavo parole volanti, frecce
dal leggero impennaggio,
o palloni in fuga, alianti
come foglie, sotto un palo lontano.

Non sapevo che sarei fatto terzino
di una squadra in affanno, assediata
dall’ombra, dal tempo, dal fiele
di una storia avara, immerdata.

Lettore giovane e ardente,
prendi nota del tuo destino.
La vita è in agguato, sempre,
sulle strade del nostro cammino.

*

E leggi

E leggi che durare possono
le cose che non hanno vita,
e tu muori,

e questi versi, che altri un giorno
leggeranno, durano più di te,
e tu non duri,
e li hai fatti

e in queste stanze
dove tante ore hai
dormito, altri
ci dormiranno: e così poco
è la vita,

che un verso, un muro, un letto
sono più lunghi di te,

erano prima, e sono dopo
di te.

*

Alle prode

Alle prode
scontrose, sui
frontoni del cielo, immensi, tra

le ombre
dense
delle stanze, nell’ora
pomeridiana, quando

la vita
sovrana, irraggiungibile,
s’impaluda
in un sonno profondo,

sempre, ovunque, è

il vostro

       lucente

                          fragore,

                                        onde


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Giancarlo Pontiggia

Giancarlo Pontiggia è nato a Seregno, in provincia di Milano, nel 1952. Ha studiato Lettere all’Università degli Studi di Milano, laureandosi sulla poesia di Attilio Bertolucci. Redattore di “Niebo” (1977-1981), rivista di poesia e di poetica diretta da Milo De Angelis, ha curato insieme ad Enzo Di Mauro La parola innamorata. Poeti nuovi (Feltrinelli, 1978). Dal francese ha tradotto, fra l’altro, La nouvelle Justine di Sade, le Bagatelle per un massacro di Céline, le tre versioni del Fauno di Mallarmé, La bambina dell’oceano di Supervielle, Charmes e Il mio Faust di Paul Valéry. Verso la fine degli anni Ottanta ha concentrato il suo interesse sul mondo classico, traducendo le Olimpiche di Pindaro, La congiura di Catilina di Sallustio (Mondadori 1992, con introduzione e commento) e Rutilio Namaziano. Successivamente ha pubblicato, in collaborazione con Maria Cristina Grandi, una Letteratura latina. Storia e Testi in 3 volumi (Principato, 1996-1998). Poesie, saggi e studi di teoria poetica sono sparsi su numerose riviste, in antologie e volumi collettivi. Nel 1998 è apparsa, presso Guanda, la raccolta poetica Con parole remote (Premio Internazionale Eugenio Montale, 1998), nel 2005 Bosco del tempo e nel 2015 Orgini, Poesie 1998-2010 (Interlinea). Testi di poetica si possono leggere, per limitarsi alle edizioni in volume, in Colloqui sulla poesia (Nuova Eri, 1991), Passi passaggi. Partecipazione e solitudine nell’arte (Sestante, 1993), La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana (Marsilio, 1995), Contro il Romanticismo / Esercizi di resistenza e di passione (Medusa, 2002), Selve letterarie (Moretti&Vitali, 2006). Insieme a Paolo Lagazzi è l’autore del manifesto per una nuova critica I volti di Hermes che è stato pubblicato sul n.209 dell’ ottobre 2006 della rivista Poesia dell’editore Crocetti. Sempre con Lagazzi ha curato il Meridiano Mondadori dedicato a Maria Luisa Spaziani ed è il responsabile della Sezione Letteratura Italiana della rivista Ali (Edizioni del Bradipo), diretta da Gian Ruggero Manzoni, e della rivista Poesia e Spiritualità, diretta da Donatella Bisutti. È redattore della rivista “Poesia” e critico letterario per il quotidiano nazionale “Avvenire”. Insegna letteratura italiana e latina in un liceo di Milano.

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