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I confini/le frontiere della poesia. Intervista a Fabio Pusterla

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Diego Conticello intervista Fabio Pusterla (pubblicato l’11 marzo 2015).


a cura di Diego Conticello

  1. Parliamo di confini. Quali sono in poesia, secondo il tuo gusto, quelli da non attraversare per evitare di scadere nella banalità del dire e del comunicare?

Il primo confine da non oltrepassare, sembra banale dirlo, è quello che aveva segnalato Saba cent’anni fa: la poesia onesta. Sappiamo bene che quando Saba formulò quell’espressione aveva in mente in negativo D’Annunzio. E tuttavia se D’Annunzio rappresentava quel rapporto retorico-pirotecnico, potrei dire, con il dato espressivo e non necessariamente legato ad un’urgenza o istanza interiore, beh allora D’annunzio non è così lontano, è sempre presente, come un rischio. Negli anni ‘60-‘70, più di una voce aveva proposto una sorta di dissoluzione della poesia lirica, oppure una sua trasformazione in termini quasi sapienziali, oscuri e difficili, invece alcuni di noi giovani hanno avvertito la necessità di ricostruire un linguaggio e anche un rapporto con i potenziali lettori e di ricostruire una fiducia nella possibilità della poesia di intervenire nella realtà, dirla. E in questo c’è un rischio, quello di eccedere nella comprensibilità, facilità del dire. Si parla spesso del concetto di poesia comunicativa e io non escludo la possibilità che la poesia comunichi, parli in modo diretto al suo lettore, anzi, ma nulla del valore profondo della poesia può esaurirsi in questo semplice atto comunicativo e io credo che la poesia rimanga un linguaggio complesso e, inevitabilmente, difficile.

  1. Ricordando il concetto di “frontiera”, cardinale per la tua situazione biografico-esistenziale. Come ti poni “di fronte” ad una poesia nel leggerla ma, soprattutto, nello scriverla?

La mia esperienza di frontiere fisiche mi ha posto sempre di fronte ad un problema, cioè la mia identità, il situarmi non tanto politicamente quanto culturalmente. Vivendo tra Italia e Svizzera, dentro l’italofonia ma fuori dall’Italia politica, credo che questo incrocio di frontiere e di confini si sia trasformato presto in una condizione esistenziale che mi è sembrato di poter cogliere in tutti noi oggi. Mi pare che la perdita di definizione e di certezze e una certa spettralità dell’esistenza sia la caratteristica dell’uomo contemporaneo. A ben guardare sembra che la poesia oggi rappresenti forse, non l’unica, ma certo una delle forme in cui maggiormente questa condizione spettrale viene manifestata. Anche la poesia è ai margini di tutto, è fuori dai circuiti commerciali e mediatici. Lasciando da parte cose come il prestigio, forse c’è l’espressione della solitudine, di una spettralità, di un bisogno che ha a che vedere con questa perdita di identità, di sicurezza, di appartenenza a un contesto e, forse, la poesia, i linguaggi artistici, sono il territorio in cui tutta questa precarietà esistenziale trova espressione.

  1. A parte Philippe Jaccottet, la cui opera hai tradotto, quali maestri senti più vicini e come la traduzione ne aiuta o ne impedisce la piena comprensione: tradurre vuol dire davvero più ‘tradire’ che ‘tramandare’? Quale ritieni l’aporia più difficile da dirimere quando affronti una lingua non tua (ricordando il tuo volume di saggi Il nervo di Arnold)?

Philippe Jaccottet lo leggo e lo traduco da più di vent’anni, certo è diventato una figura di riferimento, quindi – nel suo caso – potrei usare la parola di maestro. Tra le persone che hanno esercitato un ruolo magistrale nella mia vita e nella mia formazione oltre a Jaccottet dovrei nominare almeno Giorgio Orelli, che ho frequentato non tantissimo fisicamente, ma ogni incontro con lui continua ad essere un momento impressionante di insegnamento da un lato, ma anche di sbalestramento dall’altro. Al di fuori della poesia in senso stretto dovrei parlare di altre tre figure, la più importante è quella di Maria Corti, un grande critico conosciuto a Pavia da studente e che subito ha avuto un ruolo fondamentale per la mia scrittura poetica, perché Maria Corti aveva, oltre che un’immensa cultura, questo grande misto di fiuto e generosità. Mi ha dato i libri da leggere per svecchiare i miei versi. Ecco, questo è il gesto di un grande maestro, nessuno la obbligava a farlo. Retrocedendo agli anni che precedono l’università, dovrei nominare due figure, una un insegnante di liceo che ho avuto solo per un anno, cioè Giovanni Orelli (cugino di Giorgio), lui è stato una figura determinante nella mia scelta della letteratura. Era una figura che sembrava dire che la letteratura può creare un tipo umano a cui mi sarebbe piaciuto tanto assomigliare. Poi c’è stata un’insegnante di francese, morta pochi anni fa, e lei ci ha fatto leggere, ad esempio, Camus in francese. La cosa che mi ha sorpreso è che molti anni dopo, quando è morto Franco Fortini, noi avremmo voluto pubblicare un omaggio (facevamo una rivista in Ticino chiamata “Idra”) e uno di noi ha riferito di  un inedito di Fortini in Ticino, nominando questa mia antica insegnante. L’inedito lei non l’aveva più perché era finito a Mengaldo, ma la spiegazione mi ha fatto capire perché quella donna mi sembrasse aprire dei mondi: suo padre era un pastore valdese a Zurigo e aveva ospitato molti esuli italiani durante il fascismo, tra cui Fortini, lei non ci ha mai parlato né di Fortini né del padre, ma mi sembrava che a scuola, di fronte a questa donna severa e anche un po’ massiccia, si aprisse una prospettiva ben diversa dal nostro piccolo tran tran provinciale e che lì valesse la pena dirigersi.

  1. In che misura e in che maniera rileveresti quella che è un’evidente impronta montaliana nella tua poesia (tu persegui con tenacia, mi pare, ancora una poesia del nominare le cose)? E una cattafiana: in particolare penso all’uso della triade aggettivale, specie nelle prime raccolte Concessione all’inverno, Bocksten, ma poi anche in Folla sommersa?

Per Montale non c’è dubbio, è un autore che ho attraversato, che ho riletto spesso e su cui mi sono formato, per cui non sono molto spaventato e mi guarderei bene dal negare un’impronta montaliana nella mia poesia, anche perché ritengo che Montale, al di là del valore poetico della sua figura e del fatto che a ciascuno di noi possa apparire più o meno prossimo, rappresenti uno snodo nel linguaggio poetico novecentesco pressoché inevitabile. Poi, rispetto ad alcune cose, io credo di aver acquisito maggiore coscienza del modello e – quindi – mi auguro di essermene, almeno in parte, liberato.

Nel caso di Cattafi invece è diverso, non è un autore su cui potrei dire di essermi formato, è un autore che ho letto dopo, forse non integralmente ma con una intensità piuttosto eccezionale. E se dovessi indicare un libro di Cattafi, questo è  certamente un piccolo volume che si intitola Il buio, contiene forse venti poesie e tuttavia a me sembra prodigioso. Se penso a quel Cattafi non ho dubbi: ha agito dentro di me in maniera diversa da Montale, ma certamente ha agito.

  1. Tu sei anche ottimo studioso di linguistica e dialettologia, in particolare del dialetto comasco di confine della Valle d’Intelvi (ricordiamo il tuo volume Cultura e linguaggio della Valle Intelvi. ndr). Cosa ridestano, al di là dei risibili tentativi populisti di alcuni uomini in verde di inserire il dialetto nell’istruzione, ancora i tuoi versi: «[…] Dopo verrà la lingua,/ le cose avranno nomi e forse meno/ intensità, meno splendore. E la memoria/ ti costruirà barriere coralline, stelle fisse/ nel tempo. Ma adesso non c’è distanza,/ non c’è vuoto.»?

Effettivamente io ho cominciato laureandomi a Pavia in dialettologia. È difficile dire il perché: credo c’entrasse la scelta dell’insegnante e Angelo Stella, il dialettologo pavese, era un uomo molto gradevole, accogliente, molto lontano dai modelli peggiori dell’accademia italiana allora esistenti. Senza capire molto bene pensavo di avere più bisogno di un lavoro di tesi che mi portasse a diretto contatto con il mondo esterno, piuttosto che un lavoro filologico, di letteratura in senso stretto, che mi era stato prospettato proprio da Maria Corti e che io ho invece, poco elegantemente, rifiutato. Influiva però qualcosa di importante in quegli anni – fine anni settanta inizio ottanta – ovvero l’idea che proprio attraverso lo studio dei dialetti, del folklore, della storia popolare si potesse giocare una partita politico-culturale significativa.

All’insorgere della Lega che si sentiva già in quegli anni, durante un convegno in cui si presentava il nostro libro sui dialetti, mi ricordo un intervento dal pubblico su cosa pensavamo circa la necessità di introdurre l’insegnamento del dialetto nelle scuole del comasco. Era la prima volta che qualcuno diceva una stupidaggine del genere di fronte a me e non ero preparato ad affrontarla. Il nostro lavoro rischiava di entrare in un circolo di valori non nostri. Io risposi leggendo un reperto di un emigrante in Svizzera; questi scriveva una lettera sgrammaticata ai suoi parenti da un paese delle valli comasche in cui adesso si sventolano le bandiere verdi della Lega, dicendo: “Mandatemi subito i documenti, la polizia di Erisau (che è un paese svizzero) sonno cativi.” In questa frase di italiano claudicante, disperato a me sembrava di leggere tutta la fondamentale importanza dell’italiano come strumento per uscire da una minorità e quindi, oggi, parlare di dialetto è più complicato, non c’è dubbio.

  1. Qual è il tuo rapporto con la natura e il paesaggio, il quale sta sempre di più ‘zanzottianamente’ sconvolgendosi per mano umana?

La natura, potrei rispondere con una battuta, non esiste più da moltissimo tempo, ha finito di esserci, la natura perlomeno con tutta l’aura di naturismo e di idillio che si porta dietro. Non c’è più il nostro rapporto con la natura come la crediamo ingenuamente di vedere; appena la vediamo smette di essere natura, è parte di noi, del nostro mondo umanizzato, con tutto ciò che ne consegue. Dentro questi limiti, che sono già zanzottiani in fondo, per me è importantissimo questo rapporto con la natura, intanto perché ci entro spesso, un po’ perché vivo in una zona dove non è impossibile farlo (ma non credo sia soltanto un dato materiale). In me c’è un interesse molto forte per le zone di confine e di frontiera, in questo caso di confine e di frontiera tra il mondo umano e il mondo disumano. La natura incontaminata che, temo, non esista più, non mi interessa molto; a limite mi interessa per fare una passeggiata, ma se devo riflettere da un punto di vista intellettuale o poetico, allora mi interessa nel momento in cui essa entra in contatto, o spesso conflitto, con la nostra realtà umana e, sostanzialmente, urbana.

Il paesaggio è un’altra cosa, il paesaggio invece esiste, anzi esiste proprio perché non esiste più la natura, essendone fuori noi vediamo il paesaggio che, per esserci, ha bisogno di una distanza; ciò che noi vediamo come paesaggio non ci comprende, per definizione. In più il paesaggio che vediamo è stratificato, non soltanto dalle ere geologiche ma dalle epoche storiche – e siamo di nuovo a Zanzotto – ed è, credo, la sola dimensione in cui possiamo muoverci se accettiamo davvero di aprire gli occhi e di non fingere.

  1. Come riesci a conciliare le tue due anime “naturistica” (più tendente a simboleggiare ed assolutizzare) e “cronachistica” (più propensa a narrare con un linguaggio maggiormente controllato), ricordando in particolare il tuo ultimo libro di racconti (Quando Chiasso era in Irlanda. Bellinzona, Casagrande 2012 ndr)?

A questa domanda è molto difficile rispondere, intanto perché le due anime, di cui credo di capire il senso, e forse qualche altra anima che si agita in me, non sono certo riescano a trovare un equilibrio, un’armonia. Diciamo che la ricerca di un’armonia, sia in senso esistenziale sia in senso poetico e letterario, è un miraggio, un orizzonte  verso cui spero di dirigermi, ma che non credo di avere ancora raggiunto. Forse, se una parte di me desidera raggiungerlo, un’altra parte ritiene che proprio nello sfrigolio, nell’attrito tra le cose talvolta si sprigioni qualche scintilla che merita di essere guardata. Talvolta mi è capitato di scrivere poesie nate da uno scampolo di articolo di giornale, da una notiziola curiosa (l’ultimo soldato morto della prima guerra mondiale o cose di questo genere). Mi auguro che questo punto di partenza, che può definirsi cronachistico, non abbia dato vita semplicemente a una cronaca in versi della realtà, non necessariamente nella direzione del simbolo, che è una delle possibili direzioni, ma nello spirito dell’allegoria cara a Dante o a Luperini, cioè la possibilità di costeggiare la realtà con una rappresentazione in parte narrativa che apra prospettive diverse. Credo che questa sia una delle tante possibilità della poesia moderna.

  1. La situazione educativa delle nuove generazioni nella scuola. Quali sono, a tuo parere, le differenze fondamentali tra il tuo Ticino e il belpaese? La situazione italica è davvero così tragica o il modello e la situazione elvetica sono poco conosciuti e, dunque, sopravvalutati nell’immaginario collettivo? Ci parli anche in relazione al tuo ultimo libro sulla scuola (Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola. Bellinzona, Casagrande 2008 ndr).

Intanto la scuola svizzera sta meglio economicamente e questo è un dato fondamentale. Poi la Svizzera è un paese piccolo, oltre che ricco e fortemente decentralizzato. È una confederazione in cui ciascun cantone e, all’interno di ciascun cantone quasi per cascata inerziale ogni scuola, ha una forte autonomia decisionale, dentro un quadro di sostanziale controllo e uguaglianza, questo è un altro grosso valore di differenza rispetto ad un’Italia ancora fortemente centralizzata dal punto di vista scolastico-educativo. E infine c’è il contesto sociale e culturale. Mi sembra che la catastrofe antropologica e culturale abbattutasi sull’Italia negli ultimi decenni abbia prodotto davvero dei risultati sconsolanti e terribili soprattutto sulle giovani generazioni e la scuola si trova di fronte a tutto questo: la difficoltà economica delle famiglie, la disoccupazione, la perdita quasi totale di prestigio e, infine, questi giovani studenti cresciuti dentro modelli sostanzialmente televisivi e berlusconiani. Quando ho pubblicato un libricino sulla scuola che si chiamava Una goccia di splendore, alcuni commenti positivi di amici italiani sono stati: sembra di leggere un libro ottocentesco, come se la situazione svizzera fosse idillicamente arretrata rispetto ad una desolante catastrofe moderna. Io credo che questo sia un alibi molto comodo, penso purtroppo che invece sia la situazione italiana ad essere profondamente arretrata da questo punto di vista.

  1. Quale strada ritieni imprescindibile percorrere in poesia specie per le nuove leve, al di là delle particolari scelte stilistiche?

Non saprei rispondere se non con due osservazioni. Una certamente banale. Chi vuole scrivere poesie prima di tutto deve leggerne molte. Sembra una sciocchezza, ma è una sciocchezza che è bene ricordare; qualche volta ho l’impressione che ci siano autori giovani e meno giovani che, tutti presi dall’urgenza della scrittura e del miraggio del successo poetico, si dimenticano di leggere gli altri. Questa è la prima cosa, la seconda sembra l’opposto. Credo di averci pensato per la prima volta quindici o vent’anni fa, quando mi è capitato di essere invitato ad un convegno poetico e, incontrando autori molto più giovani di me che magari avevano appena completato gli studi universitari, avevo la sensazione che loro avessero letto molto più di me e che sapessero molte più cose di quelle che sapevo io, certamente alla loro età ma probabilmente anche alla mia di allora; erano persone molto in gamba, alcuni di loro sono diventati ottimi autori e critici. Mi pareva fossero così in chiaro sui meccanismi della poesia, sulle vicende del moderno intreccio di voci e dibattiti. Tutte cose che io conoscevo molto meno e – comunque – di cui avevo avuto tutt’al più una conoscenza tardiva. Ero molto impressionato da questa loro grande cultura e al tempo stesso però avevo l’impressione che il fiorire di questa grande cultura dipendesse anche dal venir meno di una cosa invece per me sicuramente molto più importante, cioè la dimensione collettiva e politica. Se io ho letto meno di loro è perché credevo che la poesia venisse dopo, anche quando dentro di me non lo pensavo affatto, tutto preso com’ero da questa contraddizione in cui più urgente era la dimensione del dibattito civile e politico.

  1. Hai iniziato a scrivere quando la poesia era diventata quasi “mediatica” – primi anni ’80 – con i vari Magrelli, Valduga e poi Lello Voce, anche se tu mi sembri poeta decisamente più appartato. Che rapporto hai con i lettori, il cosiddetto “pubblico”, se esiste ancora un pubblico in poesia? Cosa ne pensi dell’avvento dei poetry slam e dei cosiddetti “poeti-performer” e, in generale, dell’ atteggiare-recitare un testo, ti sembra lo sconvolga o lo fortifichi?

Rispetto a quel momento di forte apertura dei poeti italiani, allora giovani, nei confronti del pubblico è vero sono stato sempre un po’ più appartato, ma non tanto per scelta mia, più per condizione geo-culturale, non abitavo né a Roma né a Milano, erano meno frequenti le occasioni. Da un altro punto di vista invece ancora adesso, per la fatica che mi costa in attività di letture pubbliche e incontri, preferisco quelle piccole e possibilmente individuali alle grandi ammucchiate e mi piace andare a leggere poesie nella biblioteca o nella sala comunale di un piccolo paese, piuttosto che di una grande città. Se dico questo è perché in realtà, se accetto molti di questi inviti è perché ritengo che senza questa dimensione “pubblica” la poesia sia minacciata davvero di estinzione. Non si tratta, io spero nel mio caso o di molti altri amici e colleghi, di narcisismo o di gusto di spettacolarizzazione ma del fatto che senza questo rapporto quasi diretto con dei piccoli pubblici (messi insieme però meno piccoli di quello che si potrebbe pensare), la visibilità del libro di poesia, cioè quasi nulla, la sua distribuzione difficoltosa, insomma tutta una serie di elementi, sarebbe ancora più marginale di quello che è.

Io non lo so quale sia il pubblico della poesia. Da una parte, per esperienza diretta, devo pure ammettere che, se vengo invitato in un paesino del Veneto, oppure della Liguria o delle Marche o recentemente in Campania, a Pignataro Maggiore un piccolo paesino della provincia di Caserta, ad un incontro di poesia e c’è una sala con cento persone che ti ascoltano, tutto questo sembra inverosimile. Mettiamoci pure tutte le cose che accadono intorno ad una lettura, soprattutto in un centro piccolo, gli organizzatori fin troppo zelanti, ecc. Perché interviene così tanta gente, gente che sembrerebbe attenta e che, alla fine, manifesta la propria soddisfazione, ti fa i complimenti, ti chiede di firmare dei libri? Allora queste cose inducono a pensare che esista davvero un pubblico della poesia, non fisso, non certo, non riconoscibile ma, tutto sommato, non molto diverso, neppure quantitativamente – sembra strano quello che sto per dire – dal pubblico della prosa. Lasciamo da parte il pubblico dei prodotti istantanei, della prosa commerciale, questa è un’altra faccenda, ma il romanzo pubblicato, e questo avviene in Italia, in qualche migliaio di copie, non è sostanzialmente diverso dal libro di poesia che ne vende mille o persino duemila e che, non dimentichiamolo, dura molto più nel tempo, mentre lo slancio del romanzo si esaurisce in pochi mesi. Quindi questo pubblico esiste ma io, in quanto scrittore di poesia, penso a questo pubblico quando scrivo? No, mentirei se lo dicessi, mentirei anche se dicessi che non penso a nessun lettore: penso a una piccola comunità di lettori quando scrivo una poesia, quando l’ho finita. Chi sono questi ipotetici lettori? Sono poche persone vicine, amici a volte morti e, anche se morti, io ho l’impressione di sapere quando mi dicono “bravo mica male!”, oppure “guarda che sbagli tutto!”.

 

Opere di Fabio Pusterla

Poesia

  • Concessione all’inverno, Bellinzona, Casagrande 1985 [2ª ed. 2001].
  • Bocksten, Milano, Marcos y Marcos 1989 [2ª ed. 2003].
  • Le cose senza storia, Milano, Marcos y Marcos 1994.
  • Pietra sangue, Milano, Marcos y Marcos 1999.
  • Folla sommersa, Milano, Marcos y Marcos 2004.
  • Le terre emerse. Poesie scelte 1985-2008. Torino, Einaudi 2009.
  • Corpo stellare, Milano, Marcos y Marcos 2010.
  • Argéman, Milano, Marcos y Marcos 2014.

Saggistica

  • Il nervo di Arnold e altre letture. Saggi e note sulla poesia contemporanea, Milano, Marcos y Marcos 2007.
  •  Una goccia di splendore. Riflessioni sulla scuola, Bellinzona, Casagrande 2008.

Prosa

Quando Chiasso era in Irlanda e altre avventure tra libri e realtà, Bellinzona, Casagrande 2012.

Un pensiero su “I confini/le frontiere della poesia. Intervista a Fabio Pusterla

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