Occhio al testo (4). Rocco Scotellaro: Campagna

di Diego Conticello

L’itinerario poetico di Rocco Scotellaro si snoda sui cardini della denuncia, dell’invettiva sociale – sulla scorta dell’attività politica dell’autore e della partecipazione ai movimenti contadini all’indomani della Liberazione – e del rifugio nella natura come ultima risorsa perché simbolo di purezza incorrotta, contrariamente alla ‘natura’ umana mendace e illusiva. Al mutare dei contenuti si assiste anche al passaggio da tonalità corrusche sebbene accorate di testi-manifesto come Sempre nuova è l’alba, definita dall’amico Carlo Levi: «Marsigliese del movimento contadino», a modulazioni più ‘cantate’, che fanno pensare ad un lirismo tardo-romantico fuori tempo massimo. La versificazione dunque trascorre da una cifra essenzialmente neorealista, con tutto il portato di rischio populistico connesso al linguaggio utilizzato (che Scotellaro comunque non oltrepassa mai), ad elevazioni liriche intrise talvolta d’un eccesso di letterarietà e ossequio alla tradizione.

Analizziamo qui il testo intitolato Campagna, composto nel 1948 e tratto dall’opera omnia È fatto giorno[1].

Passeggiano i cieli sulla terra

e le nostre curve ombre

una nube lontano ci trascina.

Allora la morte è vicina

il vento tuona giù per le vallate

il pastore sente le annate

precipitare nel tramonto

e il belato rotondo nelle frasche.

Il dettato è scandito per endecasillabi e novenari, opportunamente alternati, puntellati inoltre da sinestesie poste – anche graficamente – nei passaggi chiave del componimento (all’inizio, alla metà e in chiusa) secondo uno schema a climax teso ad aumentare il pathos in termini di “rovina naturalistica, dunque umana”.

Contribuisce tuttavia a rinforzare la sensazione quasi di imitazione classicheggiante l’uso delle rime baciate, della quasi rima consonante dei versi finali “tramonto-rotondo”, ma soprattutto la costruzione anastrofica dell’inciso iniziale che fa pensare persino ad una ripresa bucolica di stampo virgiliano con verbo in posizione finale. Ed è, con tutta probabilità, proprio ad un epos della civiltà contadina che vuole tendere l’intero itinerario poetico di Scotellaro, civiltà anch’essa in lenta rovina proprio in una fase di illusorio riscatto e, dunque, metafora per antonomasia dello scacco e della perdita di valori morali in nome di un fantomatico progresso civile forse mai avvenuto: delusione massima questa ritracciabile soprattutto nella seconda parte della produzione dell’autore lucano, in concomitanza con la sua incarcerazione e il conseguente defilamento dall’impegno politico attivo[2].

L’impeto figurativo della prima parte fa da abbrivio allo sviluppo metaforico successivo, nel quale si delinea l’impotenza umana di fronte all’inesorabile trascorrere del tempo, corroborato e reso più vivo dalla violenza degli elementi “fisici”. Infine la conferma insita nella constatazione finale in cui, più che l’apparente rasserenamento crepuscolare, risalta la pseudo-apertura del “verso” animalesco pur tuttavia come un allarme, un avvertimento, quasi un venenum in cauda con sentenza finale alla greca, che risuona da monito preparatorio/propiziatorio per una sopravveniente ed infausta fine questa volta tutta umana.

***

[1] Rocco Scotellaro, È fatto giorno. Milano, Mondadori 1954, poi Tutte le poesie 1940-1953. Milano, Oscar Mondadori 1982.

[2] ricordiamo che Scotellaro era stato sindaco socialista del paesino di origine, Tricarico in provincia di Matera, per ben due mandati, adoperatosi inoltre nel far costruire un ospedale e nel riscatto dei giovani senza lavoro.

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