#ArnesiDaSuono 7 – Batà: il tamburo afro-cubano della cultura yoruba

di Marta Cutugno

Strumento musicale a percussione, il batà è un membranofono d’origine nigeriana. Considerato un tamburo liturgico, anticamente era legato ai culti e alle cerimonie religiose in onore della divinità yoruba Shango. Quando gli schiavi africani vennero deportati a Cuba, il batà divenne strumento più laico, integrandosi nella cultura cubana, senza tuttavia distaccarsi completamente dalla cultura yoruba. A partire dagli anni ’30, la radio cubana svolse un importante ruolo nella diffusione di questo strumento che, nel tempo, entrò a far parte dell’organico strumentale di generi diversi come il Jazz, il Timba (genere musicale cubano, spesso coincidente con la salsa cubana) e l’Hip Hop.

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È formato da un doppio calice in legno. Sui calici – alle due estremità – sono stese due pelli fissate con sistema di tiraggio a corde (o a strutture metalliche). Esistono tre misure di batà: il più grande è lo Iyá (madre, potenza), suonato con il palmo intero della mano e spesso dotato di campanelli; quello di media misura è l’ Itótele (padre, melodia) che si suona utilizzando il palmo chiuso; il più piccolo, invece, è detto Okónkolo (figlio, ritmo) e si suona con le tre dita centrali della mano. Per quanto riguarda la membrana inferiore (cha cha), la tecnica utilizzata non prevede particolare pressione; nella membrana superiore (quella maggiore di diametro), invece, una specifica pressione è necessaria per esercitare il controllo degli armonici e ottenere, secondo la volontà dell’esecutore, suoni aperti o suoni pressionati.

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