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“Il trono vuoto” e la crisi esistenziale della politica

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“Gli uomini di potere hanno un duplice problema: sul piano politico, quello di esercitarlo; sul piano simbolico, quello di disfarsene” (Jean Baudrillard)

 

“Il trono vuoto” è il primo romanzo di Roberto Andò. Un regista che spazia con abilità e rigore dal cinema (“Diario senza date”, “Il manoscritto del principe”, “Sotto falso nome”, “Viaggio segreto”, “Viva la libertà” e “Le confessioni” i suoi film) al teatro e all’opera lirica. Premio Campiello e Premio Vittorini opera prima, il romanzo è stato pubblicato da Bompiani nel 2012 e segue le riflessioni esistenziali del libro “Diario senza date o della delazione” (Gea Schirò Editore, Palermo 2008). Si tratta di un viaggio narrativo profondo che intreccia con sottigliezza psicologica destini individuali e collettivi, il senso di vuoto e di sconfitta di questi anni, la paralisi della politica, la povertà delle esistenze, le inadeguatezze dei singoli e delle comunità. Nel romanzo si ritrovano il cinema, la riflessione sull’esistenza, e i temi dell’arte, la vita, la creazione del proprio destino, la forza del desiderio, il gioco ambiguo delle identità, destinato a franare miseramente, le scelte e il dolore del ricordo, tra ambiguità e rimozioni. Molti i rimandi a pensieri e suggestioni che si possono anche individuare in tutti i film di Andò, nato a Palermo nel 1959 e formatosi grazie a maestri come Leonardo Sciascia e il regista Francesco Rosi, ma con una partitura nuova, essenziale e tagliente come una lama intinta nell’introspezione. Dal romanzo, nel 2013, lo stesso regista e scrittore ha tratto un film convincente come “Viva la libertà”, valorizzando il mezzo cinematografico.

 

Con una copertina evocativa – una sedia bianca, vuota, su una spiaggia, davanti al mare come sfondo infinito – il libro racconta la scelta del cinquantenne Enrico Oliveri, segretario del principale partito d’opposizione, il partito della Sinistra, in caduta libera nei sondaggi alla vigilia delle elezioni politiche in Italia, di sparire improvvisamente, lasciando senza parole la moglie Anna e il suo “fedele Sancho”, come viene definito nel romanzo, il suo capo di gabinetto Andrea Bottini. Senza lasciare traccia di sé, tranne un biglietto alla moglie (“Sono stufo delle miserabili beghe del partito. Ho bisogno di qualche giorno di solitudine. …Mi farò vivo appena possibile. Ė il prezzo che prima o poi sconta l’uomo pubblico. Un bacio”), Oliveri si rifugia a Parigi dal suo primo amore, al tempo dei suoi vent’anni, quando ancora, innamorato del cinema, sognava di fare il regista: una donna molto bella e ricca di intuito, Danielle. Enrico viene ospitato da lei, nella casa che condivide con il marito, un regista amato dai cinefili, Mung, dai tratti orientali, e la loro figlia, una bambina chiamata Helène in omaggio alla figura che aveva ispirato “Jules e Jim” di François Truffaut, interpretato da un’indimenticabile Jeanne Moreau, attrice carismatica e, molti anni dopo, magnetica moglie di Lampedusa nel film “Il manoscritto del principe”.

Dopo la misteriosa scomparsa, Andrea Bottini, orfano del suo leader, diffonde un comunicato che parla genericamente di temporanei problemi di salute del segretario, che presto tornerà in campo, ma è chiaro che l’improvvisa sparizione provoca sconcerto nel partito, la cui classe dirigente non viene informata della verità, e nell’opinione pubblica, mentre la moglie Anna, silenziosa compagna di vita e di professione economista, si sente tradita da una scelta così enigmatica. Ė la stessa donna a suggerire allo sconcertato Andrea la strada per ritrovare il segretario in fuga: “Per me ci sarebbe una sola persona in grado di trovarlo. Suo fratello. Ė uscito da pochi giorni. Ora lo considerano innocuo”. Da qui parte una narrazione avvincente che vede stagliarsi la figura paradossale del doppio: il professore Giovanni Ernani, filosofo coltissimo e geniale, non amato dagli accademici perché troppo anticonformista e libero mentalmente, finito però per molti anni in un Centro di salute mentale.

Ernani è uno pseudonimo, altro elemento ricorrente nelle storie di Andò (“Sotto falso nome”): si tratta, in realtà, del fratello gemello di Enrico. Solo i capelli grigi, il viso un po’ più segnato e i vestiti démodè segnano, quasi impercettibilmente, la differenza dal segretario, oltre al linguaggio erudito e completamente alieno dalle parole vuote della politica. Così, grazie all’intuizione disperata di Bottini, e al consenso vendicativo della moglie Anna, Giovanni si trasforma in un Enrico Oliveri reduce dalla convalescenza e capace, una volta ritornato in politica, di ribaltare la contesa elettorale e riconquistare elettori e dirigenti. Malgrado tutti, avversari del suo partito e giornalisti, e perfino il presidente della Repubblica, notino, con stupore, quanto il segretario sia diverso, rispetto al passato, nel linguaggio e nel coraggio delle scelte, nessuno si accorge della verità. Tutti continuano a guardare Giovanni, convinti di trovarsi di fronte Enrico, incapaci di distinguere la “copia” dall’originale.

Giovanni ed Enrico non si parlano da trent’anni. Incrociatisi in strada, vent’anni fa, non si erano nemmeno salutati, facendo finta di non conoscersi, a causa di un’antica ferita. Ora Ernani cambia il corso delle cose, ribaltando il pronostico politico sfavorevole e recuperando notevolmente rispetto al crollo dei consensi, perché, al contrario dei politici di professione, non nasconde la morte delle illusioni e la sconfitta di questi anni. Non nasconde i limiti culturali e i cinismi di un partito che ha rinunciato a condurre una battaglia politica e morale per il cambiamento, piegandosi alla mediocrità dell’esistente, con i guru americani e l’ideologia del nulla mascherata di sondaggi e inviti alla moderazione.

Per il suo autore, il romanzo nasce dal “desiderio di ricostruzione morale e politica che si avverte, che alcuni di noi sentono necessaria, nel nostro Paese”. Il professore, un po’ pazzo e un po’ uomo libero nei sentieri inariditi della politica, conquista la gente con parole chiare e riflessioni mai scontate: “Credo sia giunto il momento di squarciare il velo dell’ipocrisia. Il consenso deve cambiare forma. Così è ripugnante, non ha sapore, non sa di nulla. Il consenso è una cosa seria, e non ha niente a che fare con le alleanze. Oggi l’unica alleanza possibile è con la coscienza della gente. Ecco, qual è oggi la vera questione della democrazia in Italia”.

Con momenti anche da commedia surreale, e affezionandosi gradualmente ai personaggi, “Il trono vuoto” vede seguire, in parallelo alla rimonta improvvisa del segretario Oliveri, grazie all’anomala figura di Giovanni, l’evoluzione di Enrico, non più personaggio politico ma persona che cerca di riflettere sulla sua vita e che vorrebbe rinascere sul piano morale, politico e culturale. Il protagonista accetta l’invito di Danielle, accompagnata dalla figlia, di trasferirsi nel sud della Francia, nella Camargue, dove lei sarà impegnata come segretaria di edizione di un film intitolato “W la libertà”.

Tra le pieghe della storia, nel racconto di una deriva antropologica che investe il mondo e la società politica, spicca il riferimento a Federico Fellini, nel dialogo tra Enrico e il regista Mung, che espone al politico alcune tracce visive che fanno da spunto a un probabile nuovo film. “Lei mi fa molta simpatia, Enrico, in quanto testimone non rassegnato del fallimento di un certo modo di fare politica che ci riguarda tutti. Il fallimento mi ha sempre interessato più di ogni altra cosa”, gli dice il cineasta. Poco prima aveva fatto vedere all’uomo politico l’immagine di Fellini, impegnato a combattere la battaglia (perdente) contro l’interruzione pubblicitaria nei film in televisione. Lo stesso Mung spiega che Fellini “è l’artista che con più forza ha cercato di impedire che ci si abituasse all’indecenza. E’ l’unico che ha capito che la questione delle interruzioni pubblicitarie nascondeva un problema politico di primaria importanza, ciò che poi si sarebbe rivelato in pieno. Quando le televisioni sono andate a spiare la sua morte, il loro vero mandato era quello di annunziare la fine di un mondo e la nascita di un nuovo ciclo. La politica di cui lei si è occupato è nata quel giorno. La politica come invenzione permanente della realtà. Come impostura”.

“Il trono vuoto” parte dal senso di smarrimento di una comunità – l’Italia come il mondo, nella Babele mediatica nella quale siamo immersi – con la Sinistra, e in particolare quella italiana, come personaggio centrale. Simbolo di un malato che preferisce accettare le regole del gioco degli altri, nell’illusione di avere una fetta di potere, piuttosto che guarire e ridare un senso alle proprie parole, al proprio progetto. Si tratta di un malato che deve smettere di apparire, o di camuffarsi, per riconquistare la dimensione dell’essere.

“Il trono vuoto” presenta un finale aperto: trascinata dal carismatico Ernani la Sinistra vince le elezioni, in un’atmosfera sospesa tra miracolo collettivo e rinascita della speranza, ma permane un soffio d’ambiguità sull’identità del segretario acclamato sul palco. Si tratta di Enrico, appena tornato a Roma, come molti elementi sembrano suggerire, e per Giovanni, invece, il futuro è ancora nel Centro di salute mentale? Perdurerà il terrore, per i gemelli, di essere uno la controfigura dell’altro? («questo è il panico speciale che ci è stato riservato»).

Così Massimo Cacciari, presidente della Giuria dei letterati del Premio Campiello 2012, si è pronunciato sull’essenza del romanzo, che trova poi la sua massima esaltazione nel film Viva la libertà, con un finale ancora più intelligentemente ambiguo ed evocativo: “Il libro di Roberto Andò, giocando con ironica leggerezza sul filo del paradosso, discute in realtà sulla contraddizione fondamentale dell’esercizio del potere. Il potere è maschera nella sua essenza; chi lo esercita rappresenta sempre qualcosa che è altro da sé, nasconde in sé sempre un estraneo. E questo estraneo appartiene alla sua natura esattamente quanto un fratello gemello. Il potere è assolutamente impotente a fuggire da tale rapporto, per quanto lo tenti. Così, alla fine, pur attraverso ogni sdoppiamento, la differenza risulta inessenziale, e occorre riconoscere, con lo stesso disincanto che è proprio della scrittura di Andò, l’identità del potere in quanto finzione”.

Marco Olivieri

Autore del libro “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (Edizioni Kaplan) e curatore del volume “Le confessioni” (Sceneggiatura di Roberto Andò e Angelo Pasquini, fotografie di Lia Pasqualino) per Skira (2016).

Immagine di copertina Mimmo Jodice.

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