“SEI” di Scimone e Sframeli: un dramma lieve in contrappunto

di Marta Cutugno

“O perché – mi dissi – non rappresento questo notissimo caso d’un autore che si rifiuta di far vivere alcuni dei suoi personaggi, nati vivi dalla sua fantasia, e il caso di questi personaggi che, avendo ormai infusa in loro la vita, non si rassegnano a restare esclusi dal mondo dell’arte? Essi si sono già staccati da me; vivono per conto loro; hanno acquistato voce e movimento; sono dunque già divenuti di per se stessi, in questa lotta che hanno dovuto sostenere con me per la loro vita, personaggi drammatici, personaggi che possono da soli muoversi e parlare; vedono già se stessi come tali; hanno imparato a difendersi da me, sapranno ancora difendersi dagli altri. E, allora, ecco, lasciamoli andare dove sono soliti d’andare i personaggi drammatici per aver vita: su un palcoscenico. E stiamo a vedere cosa ne avverrà.” – Luigi Pirandello

Messina. La vita o si vive o si scrive, diceva Pirandello. Ed è la vita riscritta, surreale, perduta tra realtà e finzione che trova spazio in “SEI”, l’adattamento dei “Sei personaggi in cerca d’autore” ad opera di Spiro Scimone che è andato in scena al Teatro Vittorio Emanuele per la regia di Francesco Sframeli (regista assistente: Roberto Bonaventura, direttore di scena: Santo Pinizzotto). Lo spettacolo è una produzione Compagnia Scimone Sframeli, Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale, Teatro Biondo Stabile di Palermo, Théâtre Garonne-scène européenne Toulouse in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival-Napoli Teatro Festival Italia.

Pirandello scrisse “La commedia da fare” al tempo della stagione fredda tra il 1920 ed il 1921, nella residenza romana di via Pietralata. Si dice che, attraverso la finestra del suo studio, offrisse allo sguardo dei passanti un certo sproloquiare in solitudine, il gesticolare e lo sgranare degli occhi mentre si trovava surrealisticamente a colloquio con i suoi sei personaggi. Quel frammento di delirio che il 9 maggio del 1921 infiammò il Teatro Valle di Roma con fischi, applausi e grida, ha preso forma nella riscrittura di Spiro Scimone il 12 e 13 marzo presso il primo teatro messinese: un dialogo dalla musicalità forte, con il culto per l’anafora e per la ripetizione che bilanciano e rinforzano i contenuti, un testo aspro e poetico, potentemente drammatico e lievemente comico. È un contrappunto di voci che trasferisce il dramma nella coscienza di ciascuno ed in cui ironia ed autoironia smontano ogni possibilità di artificio. Il numero dei personaggi è ridotto, le scene ed i dialoghi cambiano assetto perché eliminati o aggiunti ma senza disturbo, perché mantenuto è il rispetto per il pirandelliano senso e per la montatura drammaturgica originale.

“Ve la portiamo noi la luce”. A irrompere sulla scena, sei personaggi che l’autore ha abbandonato e che sono essi stessi il copione da seguire. Il Padre, La Madre, La Figliastra, Il Figlio, Il Giovinetto, La Bambina ed il loro “dramma doloroso”. In scena Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Giulia Weber, Bruno Ricci, Francesco Natoli, Mariasilvia Greco, Michelangelo Maria Zanghì, Miriam Russo, Zoe Pernici. A sinistra, un capocomico e quattro attori -due uomini e due donne-: in loro è la sequenza, l’ordine, un rigore prestabilito che si esplica volutamente nella ridondanza del dire e nella sincronia del movimento. A destra, i sei personaggi, il loro caos, il dramma necessario. La regia di Sframeli – con Bonaventura assistente – si muove, non a caso, sulla necessità di equilibrare queste due facce della stessa medaglia, plasmando adeguatamente l’ottimo cast che fa della parola un potente strumento espressivo: “Il male è nelle parole, è tutto nelle parole”. Anche i costumi di Sandra Cardini – assistente Carolina Tonini – contribuiscono al ricorrente bilanciare e stabiliscono una chiara linea di confine tra i due gruppi di interpreti, una frattura più cromatica che formale. La prima espressione di teatro nel teatro è partorita dalle scene, composte e ben curate, di Lino Fiorito che, con alti pannelli dipinti, costruisce un teatrino con palchi, entrate e tendaggi, sorretto dal pertinente disegno luci di Beatrice Ficalbi così come pertinenti sono le musiche di Roberto Pelosi, suoni che sospingono leggerezza, spesso in tre quarti.
Resta impressa, e qui ben resa, la vivacità concreta con cui il genio agrigentino ha stabilito, con modernità antica, gli estremi del rapporto attore – personaggio, un legame in divenire fatto di connessioni, espiazioni e ribellioni, che si nutre di istanti irreali ed emozioni autentiche e di tutte le difficoltà legate all’essere ed all’interpretare. A Scimone-Sframeli va il merito di aver restituito il dramma più famoso di un grande siciliano con intelligenza pulita, con qualità semplice e solenne, sempre riconoscibile ed a cui è impossibile rinunciare. “Personaggi si nasce”.

foto di scena: Gianni Fiorito

 

Rispondi