“Campari e scumpariri”: “Lo scoglio del mannaro” di e con Simone Corso ai Magazzini del Sale

di Marta Cutugno 

“o ventu …

o sciuttu …

a moddu…”

Messina. “Il mito è quel nulla che è tutto” diceva Pessoa. La gente di Sicilia lo sa bene e non smette mai di celebrare i miti e le leggende che nei secoli ne hanno raccontato, come sintomo di una necessità identitaria, la sintesi tanto perfetta quanto inespressa tra realtà e finzioni. Ad inaugurare la stagione teatrale ai Magazzini del Sale, ci pensa proprio il mito in uno spettacolo intenso ed appassionato che è “Lo scoglio del mannaro” scritto ed interpretato da Simone Corso, con la collaborazione artistica di Adriana Mangano.

Nel golfo di Patti, a nord-est di Marina di Patti, si trova uno scoglio che si erge da un fondale di circa 100 metri e che, da secoli, è rifugio mitico dello spirito di uno stregone saraceno il quale, nelle notti di luna piena, si tramuta in mannaro. L’incontro-scontro tra due culture, tra Pattisani ubriachi di scantu e Sarracini invasori, e l’evocazione del vescovo Arnaldo, che resse la diocesi di Patti dal 1534 al 1544, sono antecedenti alla presentazione dello studioso e scrittore Edward Hutton che nell’aprile del 1926 si spinse dapprima verso Τύνδαρις, Týndaris, frazione di Patti, per poi giungere, in compagnia di una improbabile guida, davanti “o scogghiu du mannaru“. Da lì l’urgenza di stabilire un nesso storico e mitologico, di andare a fondo alla verità delle cose oltre il detto ed il sentito, verso un finale che è un tuffo nello stupore e nel disagio esistenziale e che nonostante tutto si tinge di speranza. 

La scena è cinta in prevalenza di oscurità e vede impiegate esclusivamente due sedie su due spazi opposti e lontani come lo sono i personaggi che le occuperanno. Sono in tanti , infatti, ad essere richiamati all’azione dallo scritto di Corso anche se a muoversi ed a narrare c’è lui solo, l’autore – attore, e quello scoglio avvolto nel suo mistero. Il tutto scenico converge alla percezione sottile di una spiaggia, con il suono delle onde del mare, i sibili del vento, ed un solo caratteristico passo strisciato sul pavimento a scandire un tempo che fu, in sospensione eterna. In apertura, u cuntu – che si fa sfiorare dalla rima ma e a lei mai si abbandona completamente – apre un capitolo antico e nuovo nell’immaginario dello spettatore, con la sua gamma di colori e dinamiche che vanno dal pianissimo al fortissimo e viceversa. Un notevole esercizio di scrittura quello di Simone Corso, sempre pronto a stabilire un contatto tra le diverse dimensioni temporali e narrative presenti nel testo, versatile nel proporsi in toni e vesti diverse e che si lascia attraversare profondamente dalle personalità della vicenda come forse solo l’autore del testo avrebbe saputo fare. A tenere alta l’attenzione e a snodarsi tra gli eventi, dall’arrivo dei saraceni all’indagine dello scrittore Hutton, un costante stato di allarme (che non è inquietudine ma contemplazione piena ed assoluta) riconduce a quello scoglio isolato dal mondo “casa e galera pi du mannaru“: la scelta della luce lunare a picco sul mare ed il lieve gioco di ombre e di suoni che accompagnano il racconto denota uno studio minuzioso del perimetro narrativo che è pittorico, altamente descrittivo alla maniera caratteristica siciliana. Hutton affronterà personalmente il mito e le sue fondamenta, alla scoperta di una solitudine pacata che l’umanità, come fanno i pattisani, deve nutrire ed alimentare perché non sparisca ma sopravviva: quell’essere isolato dal mondo per il quale “non si chiama chiù campari, si chiama scumpariri” (non si chiama più vivere, si chiama scomparire) aveva un’unica e salda motivazione: proteggere il mito da chi al mito aveva tentazione di non credere più. Sciolto ogni mistero, lo spettacolo si abbandona ad un “ululato carico di ridente speranza“.  

Prossimo appuntamento ai Magazzini del Sale sarà “Il fetido stagno” il 17 e 18 novembre, con Lorenzo Praticò e Biagio Laponte, regia e drammaturgia di Santo Nicito.

Foto In Scena di Giuseppe Contarini

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