“Vitae” di Mariapia Quintavalla – Le vite plurali e le “sole moltitudini”- recensione di Ivano Mugnaini

di Ivano Mugnaini

Le vite plurali e le “sole moltitudini”

recensione di Ivano Mugnaini

Mariapia Quintavalla, Vitae, La Vita Felice, Milano, 2017

Vitae, e non Vita. Sulla soglia d’ingresso del libro, ci attende, ineluttabile, questa indicazione, questa intestazione che è anche un monito, un codice di accesso, o forse semplicemente una didascalia, una descrizione delle istantanee poste in successione a creare una sequenza, una serie di sguardi e voci che diventano un racconto, storie separate e tuttavia unite, tessere di un mosaico che danno un’immagine univoca e multipla, definita e cangiante.

È polivalente anche il termine stesso, il vocabolo solitario che campeggia sulla copertina: “Vitae” è, citando le parole della stessa autrice pubblicate dal sito Pioggia Obliqua,un discorrere sulla vita, e della vita: ecco il genitivo, per tornare poi a quell’Uno – muto o parlante – che noi siamo, dalle vite plurali”. Genitivo, quindi, ma anche plurale. Parola che contiene in sé il concetto di appartenenza, di genitorialità, madre e padre, sorgente e sbocco. E al contempo la pluralità, individui che sono unici e molteplici, quella “sola moltitudine” o “l’assemblea” evocate ancora dalla stessa Quintavalla con esplicito e amorevole richiamo a Pessoa e alla Dickinson. I riferimenti, se non i modelli, qui citati, sono diversi l’uno dall’altra, ma entrambi accomunati da una sete di volti che si sazia soltanto nel momento in cui la solitudine nega se stessa generando un mondo altro che del mondo “reale” è specchio e antitesi, parte integrante e forzatamente avulsa. Il rimedio, o forse la malattia e la cura allo stesso tempo, sono le maschere, la frammentazione dei volti e dei punti di vista, l’individualità che nega se stessa replicando infinite rifrazioni del proprio io. Oppure sul fronte opposto, la solitudine tetragona, quasi da monade, che tuttavia è quanto mai fragile, aperta ad ogni fruscio, ogni foglia, ogni pensiero che riporta sempre e soltanto al desiderio e alla necessità di altri esseri umani. Il contatto con un sogno in grado di uccidere e di salvare.

Mariapia Quintavalla ha conosciuto una pluralità vasta e complessa di volti, di voci, presenze, assenze, corpi, menti, contatti reali e fittizi, passi compiuti fianco a fianco e bivi in cui si ci perde, o meglio ci si smarrisce, come nella selva dantesca. Smarriti, mai perduti, in fondo. La Quintavalla donna e la Quintavalla scrittrice si incontrano al bivio di questo libro; si guardano in faccia e decidono di proseguire spalla a spalla, senza mentirsi, senza cercare scorciatoie o vie di fuga. I racconti sono intessuti di questi nodi, di queste ambivalenze che lo rendono denso, composito ma anche saldo, composto da più strati, da solide consistenze. L’autrice conosce la necessità della maschera cara a Pessoa, ma ha anche il coraggio della sincerità. Sa denudare la propria faccia e il proprio corpo. Lo faceva in gioventù, per ribellione, per volontà di sentire sulla pelle il sole della libertà e della rivolta, quella che ribalta i tavoli in faccia ai baroni e ai loro ostentati privilegi. Lo fa anche adesso, forse con un angolo del sorriso un po’ meno accentuato, ma con gli occhi ancora vivissimi, accesi del gusto di dire e di dirsi, anche là dove altri, più prudenti, si fermano o imboccano traiettorie pianeggianti.

Questo libro è un diario di cose viste e di persone incontrate. Sono tante, disseminate in molti luoghi e molti anni. In fondo però il solo incontro, il vero appuntamento rinnovato giorno per giorno a qualsiasi latitudine e con qualsivoglia condizione meteorologica, è quello con se stessa. “Vitae” è una prosecuzione in forma di racconto (coerentemente rivolto al plurale) di una lunga serie di libri, sia in poesia che in prosa, con cui l’autrice costruisce e canta la propria mitologia personale. Non si tratta di megalomania o dell’estrinsecarsi di un io ipertrofico, sia chiaro. Questa minaccia è adeguatamente tenuta a bada da una profonda umanità e ironia. Se, come detto, la Quintavalla si ritaglia lo spazio per essere sincera, ha, allo stesso modo, il coraggio di esporre ferite, imperfezioni della pelle, nei e cicatrici. Sempre senza smettere di sorridere. Non per togliere peso alle cose ma solo per rendere tutto, il bene e il male, il bel tempo e la tempesta, più umani, più consoni alle vite che ha avuto, e alle reciproche morti e rinascite. I racconti di Vitae sono consci del male, della passione, della fame di pane e di abbracci, della consapevolezza del baratro e della volontà di camminare sull’orlo pur avendo già sperimentato molte volte quando aspra sia la caduta.

Citando di nuovo le Riflessioni scritte dalla stessa autrice per Pioggia Obliqua: “Loscrittore e poeta fa corpo con quel che scrive, anche se fa dire a Borges che nessuno conosce l’ordine alfabetico dei personaggi per riordinare le biblioteca delle voci e delle vite.” E ancora: “La narrazione apre e sbocca, da una struttura melopeica (…) negli a capo, nei bianchi dei versi, ma non ancora la piana del prosieguo, della prosa. Nessuna invidia, come ne scrive Amelia Rosselli, ma molto amore famelico di storia e di verità nuove, mi ha condotto alla prosa. Già in Corpus solum, tra Brevi e Lunghe, anche là, un corpo romanzo ricercato.  Sempre, nei dieci libri di poesia, dalla vocazione ai cantari, alla canzone al canto, sono le parole più ricorrenti nei miei titoli”.

Il corpo del racconto è il corpo stesso, quindi. Inteso come espressione più autentica dell’umanità. Proprio in virtù della sua fragilità e mutevolezza, quel suo essere costantemente esposto ai capricci di Giove e Saturno, degli elementi e del destino. Nei racconti di Mariapia Quintavalla il corpo umano comprende anche anche ciò che gli dà vita, o, più esattamente vite. Ciò che lo anima, intendendo il verbo anche come spinta motivazionale, aspirazione e bisogno, anche di difendersi, dagli altri e forse soprattutto da se stesso, dalle pulsioni e dalle limitatezze.  Come Pessoa che rinfrange ed amplifica il proprio specchio o come la Dickinson che si chiude in una casa senza specchi e con le finestre sbarrate. Entrambi, tuttavia, come la Quintavalla, vivono e raccontano una cosa sola: le vite degli altri, coloro che hanno interagito, che si sono fatti presenza ineluttabile, nelle stanze solitarie e nelle piazze gremite di gente, facendo delle loro esistenze il materiale delle esistenze narrate  e soprattutto percepite, con il respiro, il pensiero, e con quel qualcosa di indefinito che rappresenta l’essenza dell’esistere e del ragionare su un senso possibile, una direzione, se non una meta.

Ogni libro della Quintavalla ha una sua natura specifica, individuale. “Vitae” non fa eccezione. Eppure anch’esso si inquadra in una cornice di più ampio spessore, in grado di avvolgere e contenere l’intero percorso di scrittura a cui ha dato forma fin dagli esordi. L’impressione è quella di un canto solenne e lieve allo stesso tempo. La ricerca di ciò che conta, incontri, volti e parole di sostanza. Momenti vissuti nel dolore e nella gioia, sempre senza risparmiarsi, nel riso e nel pianto, mostrando il cuore, rendendolo visibile, quindi più soggetto ad essere reso bersaglio, ma anche in grado di vedere meglio e di registrare con esattezza le vibrazioni, quegli istanti in cui tutto, perfino la Storia, sembra fermarsi e darci uno spiraglio, il privilegio e la pena di sentire a fondo, senza sconti, senza  alchimie mistificanti, dilazioni e diluizioni.

Tutto ciò diventa materia del ricordo, membra di un corpo fatto di un sogno vero e immaginario, fino al punto in cui le due dimensioni si sovrappongono. Nonostante le ferite, reali e metaforiche, l’autrice non ha mai smesso di nutrire quel “famelico amore di storia” che si è nutrito a sua volta di lei, della sua carne e dei suoi entusiasmi. Osmosi poetica e narrativa, do ut des. Le vite accettano di diventare poesia e narrativa ma chiedono in cambio di nutrirsi della pelle e del sangue di chi, per scelta o per necessità, si fa cantore e cronista. Se narrare vuol dire sempre narrarsi – anche questo libro lo conferma – divorare esistenze per renderle parola scritta, poesia e racconto, richiede il sacrificio della propria stessa carne. Mariapia Quintavalla lo sa, e continua ad accettare il tacito patto. È ancora famelica. Anche in queste storie.

Come ricorda Giacomo Cerrai in un’appassionata recensione al libro apparsa su Imperfetta Ellisse, “c’è in questi racconti, una vena malinconica, un come eravamo, soprattutto quando Maria Pia ricorda un periodo irripetibile (…). È un libro rivolto al passato, e forse un libro che potrebbe apparire episodico, va però ricordato, con Paul Ricoeur, che c’è una responsabilità (tanto più in un autore) su cosa ricordare e cosa dimenticare, perché non si può ricordare tutto. E anzi c’è anche un problema di interiorizzazione, di silenzio, qualcosa cioè che si decide di tacere.”

Il libro si articola in tre Sezioni: “Storie”, “Ritratti” e “Da China in prosa”. La prima sezione esordisce con una biografia immaginaria. Quasi un ossimoro, e, sia nella forma che nel metodo, si manifesta fin da subito la specificità della narrazione: la prosa è autentica, funzionale, eppure assetata di poesia. Anche per la capacità di rendere elastica e plasmabile la grammatica, potremmo dire anche la grammatica della vita, la cronologia, la sintassi, le regole precostituite. L’autrice inventa vite e si inventa linguaggi per dirle, per dipingerle con le parole, oppure per renderle musica. Fa ricorso a tutte le arti, le evoca e le utilizza, le rende utensili. Esprime un punto di vista sul mondo, copia, incolla e modifica pagine di diario e lettere, da Recanati, luogo poetico per antonomasia, oppure dalle periferie milanesi, in cui la poesia è quella schietta e aspra del crescere in fretta.

Nella seconda parte si fa più dolce, spesso commossa, seppure mai patetica: alcuni dei volti più amati, Giovanna Sicari, Andrea Zanzotto, Nadia Campana, Antonio Porta. E nel ritratto riprendono vita. Cambiano i lineamenti, non solo dei soggetti ma anche di chi li dipinge con le parole. Non ha timore neppure di mostrare gli occhi lucidi, la Quintavalla, mai offuscati, sempre in grado di rendere la memoria esatta, anche nella denuncia di ingiustizie e nel ricordo del sangue poetico versato o misconosciuto.

China, infine, nella terza parte, nella sezione conclusiva. Ma è una fine che non chiude, il libro è circolare, come l’intera produzione dell’autrice. China è la madre, la famiglia, il luogo di origine. Quindi è partenza che è anche ineluttabile ritorno, è una storia senza fine e un ritratto mai concluso. Il tempo modifica le forme ma non l’essenza. Questa sua completezza mutevole può essere resa solo da una prosa plastica, innervata di poesia.

Siamo di fronte ad un libro forte e sincero. Indossa pagina dopo pagina un’eleganza naturale, mai sfoggiata o di maniera. La commistione tra prosa e poesia conferisce ai vari brani, alle storie e ai ritratti, una schiettezza che chiama in causa. Se chi abbiamo di fronte si mette a nudo, corpo e mente, siamo nudi a nostra volta, anche se vorremmo celarci dietro gli schermi e i filtri protettivi della finzione. Gli anni che vengono raccontati sono i nostri, e anche quelli che non abbiamo visto o percorso ce li ritroviamo davanti, e dentro, mostrati nei loro colori accesi e nelle albe livide sui palazzi milanesi o nelle ville di Parma, tra bellezza dell’arte e desiderio di un altrove che è fin da subito nostalgia di ritorno. Un iterativo assoluto, malinconia all’ennesima potenza che non spegne la sete della memoria, la gioia di avere conosciuto alcune delle menti più brillanti e tormentate del secolo scorso e di questo che scorre via, in questo stesso istante. Tutto questo, la memoria, il desiderio, la gioia e la malinconia, sono i materiali di cui è intessuto questo libro, le vicende che narra, e, assieme a loro, la pluralità di misteri che si incontrano per un istante in grado di dare senso e mancanza di senso, una sola domanda e infinite risposte, a ciascuna vita, all’infinita e multiforme pluralità di ciascun individuo.

Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto ’90, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea(canzone)Manni 2000, introduzione di A.Zanzotto, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, N.Y., China, Effige 2010, I Compianti, Effigie 2013/’015, Vitae, La Vita felice 2017. Cura dal 1985 la rassegna,e relative antologie, Donne in poesia, e le sue rubriche Scrivere al buio, Le Silenziose Book City Milano, Muse, Autori Resurrezioni (Expo cultura),Casa cultura di Milano. Ha curato il convegno naz.le Bambini in rima/La poesia nella scuola dell’obbligo,  Allfabeta 1988. Premi: Tropea, Cittadella, Alghero Donna, Nosside,Borgomanero, Montano, Città S.Vito, Contini, Metauro, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como, Europa in versi. Cinquina al Viareggio. Tradotta; collabora con Laboratori lingua italiana scritta a Lettere, Università agli studi di Milano.

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