Il nulla ha gli occhi azzurri, Caterina Davinio – Il fascino micidiale della bellezza : di Ivano Mugnaini

nota di lettura di Ivano Mugnaini

 

Lo sguardo di Tamara de Lempicka, il tributo in forma di immagine a lei dedicato, ci scruta dalla copertina di questo libro. Ed è ineludibile. Rivela la sua natura essenziale, tutt’altro che accessoria o decorativa. Ci introduce alla storia, le impone un clima e un sapore. Fascino e paura, attrazione, sete di vita e una malinconia lacerata di falena. La stessa luce che la attira irresistibilmente la distruggerà. La volontà di purezza si scontra con un languore esangue e vivissimo, mai sazio, neppure di esplorare il male che la corrode e la chiama a sé. La bellezza dei lineamenti è soggetta a dettagli in apparenza minimi che tuttavia la mutano di segno, dalla meraviglia si giunge al timore, perfino alla repulsione, per poi ricollocare le coordinate visive e mentali, arrivando alla visione d’insieme, a quegli occhi profondi cerchiati di nero, a quelle dita innaturali e sottili, capaci di accarezzare o di lacerare o di compiere entrambi i gesti insieme.

Tutta la narrativa è fatta di conflitti. In questo romanzo Caterina Davinio ha saputo condurre questa tendenza innata del racconto verso territori che le sono propri e che ha esplorato a lungo, con passione, anche nei suoi lavori poetici. Il romanzo della Davinio indaga sulle dicotomie esistenziali con una “naturalezza costruita”, con una “spontaneità frutto della tecnica”. Questi accostamenti non rispondono alla volontà di aggiungere altri ossimori alla lista di quelli che le pagine del romanzo già contengono. Esprimono, piuttosto, una sensazione che si fa strada fin dalle prime pagine, per poi diventare sempre più nitida e presente con il prosieguo della lettura. Il tema di base è uno dei topoi di tutte le narrazioni: il contrasto tra il bene e il male. Ma il modo in cui la Davinio lo tratta dimostra una serie di cose. La prima è che non vi si è accostata in modo occasionale, tanto per confezionare un romanzo accattivante. Questa dicotomia, in realtà, le sta a cuore da sempre. E il riferimento al cuore non è casuale. Il cuore è tenace, ribadisce la sua ineluttabile presenza. Anche quando vorremmo essere solo corpo o solo cervello. Il cuore ti tiene vivo. Abbastanza vivo per importi anche di pensare agli effetti dei gesti, delle scelte. Il cuore pensa più del cervello e prova piacere o dolore (o entrambe le sensazioni) più della pelle e della carne.

Caterina Davinio ha riflettuto su questi contrasti una vita intera. O, meglio, li ha vissuti, interiorizzati, provati in prima persona prima di scriverne. Questa condizione rende la sua scrittura assolutamente individuale e riconoscibile. Non si appoggia a modelli precostituiti, non scimmiotta e non ammicca. Perché nessun modello potrebbe fornirle quella sincerità che cerca, quel materiale concreto con cui intessere trame che hanno tutta la plasticità del fittizio e tutta la ruvida consistenza del vero. Questo romanzo è esemplificativo, in tale ottica: ciascuna pagina rivela in modo chiaro la sua natura di racconto, tramite la scelta del linguaggio, il punto di vista, le digressioni e mille altri meccanismi atti a confermare che stiamo leggendo una storia inventata, frutto dell’immaginazione. Eppure, con forza uguale e contraria, ci accorgiamo o meglio percepiamo che ciò accade è verosimile, anzi, in qualche dimensione, in qualche anfratto, in uno degli infiniti chiaroscuri dell’esistenza, è reale. È accaduto, o potrebbe accadere. Anche a ciascuno di noi. O alle persone a noi vicine, a coloro che conosciamo, o crediamo di conoscere.

In tale ottica anche un altro fondamentale binomio, quelle tra arte e realtà,  inteso in questo contesto anche come coesistenza tra letteratura e vita, assume nella narrativa della Davinio aspetti e sfumature del tutto specifiche. Subito dopo la nota introduttiva dell’autrice il romanzo si presenta al lettore con un titolo, “Elogio della mitezza”, e con una citazione dall’Uomo senza qualità di Musil. La prima frase del romanzo vero e proprio è: “Ma che ci trovi in me? Non aveva saputo rispondere, o avrebbe dato risposte letterarie, che quell’altro non poteva comprendere. Di lui amava il buio che si portava dentro senza vederlo”. L’arte è una cosa e la vita un’altra. Questo è sicuro. Eppure anche l’arte è qualcosa di concreto, nelle maglie di questo romanzo e nei tessuti, nei muscoli, nel cervello, nei battiti cardiaci. L’arte, e la letteratura, sono quel niente che diventa un tutto, quella voragine che divora e crea, quell’elogio della mitezza che contiene tutte le follie di cui sono piene le pagine anche di questo libro. La letteratura è che quel qualcosa che separa e unisce, quel modo di vedere le cose che fa sì che un dialogo possa essere scambio assoluto di emozioni oppure vuota emissione di suoni pronunciati in sequenza. L’arte è quel giorno di festa di cui parla Musil, quello da cui, si dice, derivano i rimasugli di migliaia di giorni feriali. E, anche, e forse soprattutto, è il buio che ci portiamo dentro senza saperlo. Il buio e la voglia di tramutarlo in luce. Oppure, come accade in questo romanzo, la sete di buio anche quando vorremo elogiare e respirare la nitida e soave mitezza di una dimensione arcadica, serena, in apparenza innocua. Il mito della campagna, della provincia, del mondo piccolo, appartato.

Se il nulla ha gli occhi azzurri, ci sarà sempre una parte di noi disposta a rinunciare a tutte le quiete certezze per rimirarsi in quello specchio, pur sapendo che contiene un abisso risucchiante. Il romanzo della Davinio è una lunga escursione su terreni accidentati, con un piede costantemente sospeso nel vuoto e l’altro, tenace, sul terreno, deciso ad andare avanti per testimoniare  passo dopo passo ciò che vede e ciò che sente. Non cerca sensazionalismi e colpi di scena, l’autrice. Sa che la materia della narrazione è già di per sé densa e tagliente. Non ha neppure bisogno di calcare la mano con metafore ardite o iperboli a ripetizione. Narra con linearità ricca, elegante. La frase spesso è tornita, rotonda, lucida anche nei momenti di massima tensione e di fronte alle scene di degrado assoluto, là dove l’uomo incontra la sua miseria, la bestialità, ciò che lo rende il più infimo degli esseri. Anche in quei frangenti lo sguardo della voce narrante resta preciso, cristallino. La Davinio sa farsi reporter precisa e coraggiosa di questo suo ritratto in forma di racconto di alcuni esemplari di maschi e femmine della razza umana colti nell’atto di rivelare azioni e pensieri, interazioni sociali e di coppia, aspirazioni, sogni e il dissidio assoluto tra ciò che vorrebbero essere e ciò che realmente sono.

Nessuna classe è esclusa, tutte le condizioni sociali ed economiche sono coinvolte, assoggettate a questa necessità di assecondare le proprie autentiche pulsioni, la tirannide del sesso, del narcisismo, o semplicemente della volontà di provare ad essere, non solo esistere. Ecco allora che mondi diversi si attraggono e collidono, spesso con effetti micidiali. Il benzinaio Bernard, il manager dello spettacolo Skodras e l’ermafrodito Dorian sono accostati gli uni agli altri dal destino e dalla trama del romanzo, fino al punto in cui le due dimensioni coincidono. Dorian è il diverso, il mostro. Ma anche questo romanzo, come la vita, ci insegnano a guardare con maggiore attenzione nelle pieghe dei volti e nelle piaghe dell’animo. Il richiamo a Wilde e al suo Ritratto è un riferimento di partenza. Ma anche in questo caso la Davinio senza forzature va oltre, in un gioco di riflessi e chiaroscuri ulteriore. Il mostro è dentro ciascuno, anche nei miti, perfino nell’elogio della mitezza con cui esordisce il romanzo. La trappola è nascosta nei luoghi più impensabili, così come il male ha bisogno della carne più tenera del bene per vivere e prosperare.

I personaggi di questo romanzo si incontrano per caso, per necessità, per scelta. Interagiscono tra di loro, spinti da motivazioni specifiche, da impulsi torbidi e dalla più semplice e crudele delle leggi: la necessità umana di trovare nell’altro l’appagamento, fisico e mentale, l’immagine di ciò che si cerca, ciascuno dentro di sé, in meandri spesso inaccessibili agli altri. Ed è questo con ogni probabilità l’elemento di maggiore interesse e fascino di questo romanzo: la capacità di far sì che, pur nell’atmosfera fittizia a cui si è fatto cenno, pur nella distanza geografica, pur nella dimensione immaginaria costantemente confermata, il lettore ad un certo momento si trovi a diventare personaggio della vicenda narrata. Accade alla voce narrante ed accade in ugual misura al lettore. Il fittizio assume natura realistica, anzi reale, imponendo un’immedesimazione, portando a riflettere, a sentire, a confrontare il proprio bene e il proprio male con la volontà di luce e di annientamento che attraggono i personaggi del libro. Senza trucchi da prestigiatore o da ciarlatano la Davinio realizza questo illusionismo. In fondo non troppo distante dalla realtà tout court. Ci porta in una dimensione in cui possiamo allo stesso tempo osservare la vita ed esserne parte, valutare le azioni, i desideri e le pulsioni finendo per evocare e dare forma a ciò che ci appartiene nel profondo, a ciò che possediamo e ci possiede. Coerentemente, il finale del libro è aperto. Non ci sono risposte assolute né strade a senso unico. C’è solo uno squarcio di azzurro in un cielo scuro. Azzurro come quegli occhi che hanno dentro il fascino della vita e la consapevolezza di rincorrere un micidiale e fascinoso mistero.

Caterina Davinio, Il nulla ha gli occhi azzurri, Effigie, Pavia, 2017

Un pensiero su “Il nulla ha gli occhi azzurri, Caterina Davinio – Il fascino micidiale della bellezza : di Ivano Mugnaini

  1. L’acribia preoccupata di “dire” più di celebrare mi sembra la nota – saliente e preziosa – nel lavoro critico di Ivano Mugnaini . Destinataria una Autrice che pone l’Altro – il Mondo – al centro della sua narrazione , nella misura partecipata e umana che merita . Il bene e il male , i malesseri e i veleni : uno sguardo onnicomprensivo e coinvolgente per il lettore disposto ad essere chiamato per nome , con la problematicità del bene e del male che lo occupa . Nella dicotomia chiaro/scuro del cielo , l’azzurro di Caterina Davinio è un segnale di vita e di durata , segnatamente del coraggio di esistere .
    Grazie ad entrambi .
    leopoldo –

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