Promenade 3 : Heym, Géricault, Corelli

di Marta Cutugno

Un passeggiata silenziosa tra le fragilità dell’animo umano, tra malinconia, divertimento e rigetto, tra comprensione, baldoria e rifiuto. Tormento e delizia, smarrimento ed estasi, la follia ritrova nell’Arte la possibilità di definirsi nel bene e nel male e di operare catarsi sciogliendo angosce ed inquietudini nel segno grafico e nel colore, nella musica e nel verso.

I folli – di Georg Heym (1887-1912)

Amo tutti quelli che non sono adorati dalle grandi masse. Amo tutti coloro che tanto spesso disperano di loro stessi come a me accade quotidianamente”

Una cornice in versi che narra di folli e di follia. La poesia è contenuta in uno dei tanto preziosi Acquamarina di Via del Vento Edizioni. In “Ci invitarono i cortili” e altre poesie a cura di Claudia Ciardi, si raccolgono, in nuova traduzione, una selezione di poesie dell’ espressionista tedesco Georg Heym, la cui poetica Viereck definì quale “mistica malinconia da angelo della Slesia”. La sua vita fu breve, spezzata quando a soli ventiquattro anni tentò di salvare la vita all’amico Ernst Balcke che stava annegando durante una pattinata sul fiume ghiacciato Havel. Poeta cromatico ed intenso, nei versi che seguono, il poco conosciuto Heym racconta di anime particolari che anelano alla purezza dello sbocciare e del vivere e che sostano nel buio, spettatori di una vita che sembra non potergli appartenere. È disegno del vagabondare dell’anima, è fotografia di una dimensione solitaria ed incompresa che viaggia in parallelo e che incredibilmente evoca, in una certa misura, il reale momento del trapasso del poeta: “Dietro di noi ancora un suono va e un fragor sordo / come un mondo in acque ferme annegato”.

 

 

 

 

 

 

 

Pura è la luce sui nostri giorni,
pallido riverbero del sole.
Come fiori schiusi e nel lieto raggio
che s’inazzurra ci leviamo.
Sedevamo nel fondo di cupe stanze,
e sopra scorreva con le sue nuvolette la vita,
e noi dei tetri cieli sempre in ascolto
dintorno ai nostri sepolcri nell’assonnata landa.
Qualcuno ci ha chiamato, aspettar non potevamo,
le nostre piste a lungo eran state opache.
E i giorni erranti, quelli brevi e quelli duri,
ineffabile il nostro andare avevan reso.
Dietro di noi ancora un suono va e un fragor sordo
come un mondo in acque ferme annegato.
Talvolta le spalle giriamo, intenti,
se un grido come una pietra nella nostra quiete cade.
Ché allegri siamo e di bei panni avvolti,
nella selva campestre cantando sediamo.
Per le nostre contrade avanzar non può
chi ancor con le mani lo steccato arpiona.
Non mancherà molto che alberi saremo,
quali nel mattino del tempo eravamo,
calmi come sogni dormienti nella terra scura,
e nessuno che le nostre vene tocchi.

 

Alienata con monomania dell’invidia – di Théodore Géricault (1791-1824)

Il dipinto fa parte del gruppo di cinque ritratti di alienati che Géricault realizzò, presumibilmente, dal 1820 al 1824. In riferimento alle ossessioni patologiche che affliggono i cinque personaggi – il rapimento di bambini (Springfield), il comando militare (Winterthur), il furto (Gand), il gioco (Louvre), l’invidia (Lione) – i ritratti vennero definiti “monomani” dal critico Louis Viardot il quale affermò di averli recuperati per pura casualità a Baden Baden. Entro lo studio della fisionomia dei volti e delle espressioni di malati mentali affondano le ragioni di una ricerca consapevole riguardo le infelicità, le incomprensioni, le sofferenze di soggetti vittime di disturbi psichici. L’arte, dunque, diventa strumento di denuncia e rappresentazione scomoda della realtà. Carattere fondamentale è l’introspezione potente ed autentica di una raffigurazione che può definirsi clinica e che infrange i canoni soliti del ritrattismo. Géricault realizza l’inquietudine e l’instabilità della donna ritratta puntando sull’espressione del viso e lo sguardo allucinato e sulla cura di luci ed ombre che investono la cuffia ed il vestito.

La Follia – di Arcangelo Corelli (1653 – 1713)

Non solo disperazione e senso inquieto del vivere. “Follia” in musica può evocare atmosfere di festa ed allegria. Nel tardo Medioevo, infatti, con il termine “Folia” poteva intendersi divertimento, baldoria di danze popolari in gioviale compagnia. Un tema musicale che porta questo nome comparve attorno al XVI secolo ma, con ogni probabilità, le sue origini sono molto più antiche. La cellula, che come si evince dal trattato De musica libri septem (1577) di Francisco de Salinas pare abbia radici portoghesi, divenne fonte di ispirazione ed oggetto dell’estro di musicisti di tutti i tempi. Si trattava di un basso ostinato su cui il compositore dava origine ai contrappunti più originali mentre l’esecutore aveva libertà di improvvisazione dando vita a variazioni dette “diferencias”. La follia “impazzò” nelle corti e col passare dei secoli, probabilmente per influenza del personale vissuto dei compositori, raggiunse uno stile sempre più maestoso, più serio ed articolato. Da Frescobaldi a Jean-Baptiste Lully, Alessandro Scarlatti, François Couperin, Geminiani, a Corelli, a Vivaldi, il tema della Follia ha sorretto variazioni dalle linee melodiche e ritmiche tra le più svariate. Nel tempo, divenne sempre meno popolare ma ne ricordiamo la presenza nella Sarabanda della Suite per clavicembalo in Re minore n. 11 di Händel, nella Quinta Sinfonia di Beethoven, nella Danza Macabra di Liszt, fino ai componimenti di Rachmaninov, Ponce e Vangelis.

Una delle più celebri è senza dubbio la “Follia” di Arcangelo Corelli, dodicesima Sonata del libro delle “Sonate a Violino e Violone o Cimbalo, Opera V” del 1700. Il compositore, che fu egli stesso considerato folle perché affetto da una grave forma di depressione, è ricordato come un grande innovatore per l’imponenza del violino solista sull’intera tessitura strumentale, attraverso abili virtuosismi ed espedienti timbrico-armonici, in preparazione alla definitiva affermazione del concerto solistico ottocentesco. Nella Follia, Corelli sviluppa 23 interessanti e suggestive variazioni per sfruttare al meglio le potenzialità del famoso frammento. L’allievo Francesco Geminiani rivisitò la “Follia” corelliana tramutandola in forma di Concerto Grosso. Geminiani così raccontava: «Non pretendo d’esserne l’inventore: altri compositori, della più alta classe, si sono avventurati nello stesso tipo di viaggio; e nessuno con maggior successo che il celebrato Corelli, come si può vedere nell’opera quinta, sull’Aria della Follia di Spagna. Io ho avuto il piacere di discorrere con lui su tale soggetto, e l’ho udito riconoscere quanta soddisfazione ebbe nel comporlo, ed il valore che gli attribuiva» (F. Geminiani: A Treatise of Good Taste in the Art of Musick , London 1749).


In immagine di copertina : Arcangelo Corelli

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