Pillole di poesia – Matteo Fantuzzi

di Ilaria Grasso 

C’è un aspetto nelle stragi o nelle guerre, se differenza si vuole fare tra le due, che risulta spesso a margine delle descrizioni degli eventi ed è la prospettiva di chi rimane come reduce. Come se il fatto di essere sopravvissuto e di non aver necessità di cure immediate sia cosa di poco conto o da prendere sotto gamba. Ma la dimensione psicologica del reduce, messa in risalto in questa bella poesia che Fantuzzi scrive a proposito della strage della stazione di Bologna, è assai complessa e densa. Il poeta ci descrive quasi dell’impossibilità del reduce di pensare al futuro con fiducia e anche se alcune cose riescono a contestualizzarsi (la telefonata della suocera ad esempio) per via dell’effetto shock, in ogni modo c’è una sofferenza coperta dal senso di colpa di essere rimasti vivi. Quasi come se la vita che si ha tra le mani avesse di colpo per alcuni aspetti perso valore e dunque non degna di essere vissuta appieno. Raramente la sindrome del reduce viene trattata in poesia, men che mai in maniera così puntuale e precisa come Fantuzzi ha fatto. In questi giorni dove il clima politico è assai simile a quello dei fatti di Bologna forse anche chi sopravvive al clima d’odio che è costretto suo malgrado a vivere e lavora su se stesso per non farsene infettare può ritrovarsi. Sarebbe da far leggere ancora di più agli odiatori di professione sperando apra varchi per affrontare le questioni in modo più equilibrato e costruttivo.

Quante volte (nemmeno più le conto)
Quante volte (nemmeno più le conto)
che ho sentito dire “per un niente
sarei potuto essere anche io lì sotto”:
un piccolo ritardo, un imprevisto,
la telefonata della suocera (…).
Esiste tutta una casistica, una categoria
a sé stante: chi è sopravvissuto si racconta
sempre con le stesse poche frasi,
scambia il proprio volto con qualcuna
delle vittime, piega innervosito le sue dita
mentre racconta quasi a vergognarsi
di non essere rimasto steso sull’asfalto
di non essere anche lui come quegli altri,
pure lui una cosa ferma, un corpo senza vita
cessato lì tra il cielo e le macerie.

LA STAZIONE DI BOLOGNA – Zoom Poesia Feltrinelli

Matteo Fantuzzi fotografato da Daniele Ferroni

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