Carteggi Inediti : un racconto di Nicola Bozzo

Per Carteggi Inediti, proponiamo un racconto di Nicola Bozzo.

 

Yanez

Mi chiamo Jose Calandrino, mi faccio chiamare capitano Yanez.
 Abito qui nella panchina ad angolo nell’androne della stazione marittima – Il ragazzo del bar ogni mattina mi chiede “dove andiamo adesso comandante Yanez?” – Gli rispondo “andiamo a Lisbona su un aeroplano rosso fiammante, andiamo a trovare Anna” – L’ho conosciuta lì, nel 1955, ci sfinivamo di baci rubati alla tristezza e ci siamo dati appuntamento per un giorno importante -Si, ci rivedremo al centro della terra, ecco qui, lo sto segnando su queste carte geografiche piene di cerchi e linee colorate che torturo con le mie matite, quelle che mi ha regalato un mio amico, si chiama Pietro e fa il pittore.
In fondo Anna non esiste ma è un dettaglio considerando che non esisto neppure io.
Sono esistito fino ad un venerdì, in un gennaio del 1945 – Ero sbattuto in una cella d’isolamento del carcere speciale di massima sicurezza. La sera prima mi avevano fatto il loro trattamento.
Ancora avevo le ossa che mi sembravano sfarinate, quasi che – se le potevo guardare – si sbriciolavano come sabbia dentro una clessidra. Il sangue sul volto si era raggrumato e le ferite erano profonde e taglienti: schegge di vetro conficcate dentro la carne viva. Nella bocca sentivo ancora quella spugna di acqua e d’aceto che mi premevano sul volto per non farmi svenire. Adesso dalle grate strette vedo uno spicchio di cielo nero e capisco che cade della neve, silenziosa, cade per coprire tutto, per ammantare di bianco l’inferno, farlo dileguare, svanire come un trucco, un artificio di un chiromante incattivito. Sento quel rumore agonico della cella che si schiude, quello stridere di chiavi e di sbarre arrugginite.
Non sopporterei più nulla, mi copro il volto con le mani e sento un rumore secco di un accendino e un fumo di sigaretta che si propaga nella cella attenuando per un istante quel sentore di marcio e di morte che mi assale a partire dalla bocca fino al diaframma ed oltre – L’ispettore dei servizi di sicurezza, mi dice che adesso mi sta per liberare. Così, senza aggiungere nulla. Capisco che stanno per uccidermi e gliene sono perfino riconoscente. Ancora un giorno ed avrei tradito, lo so, non sono un eroe, lo avrei fatto. Un agente carcerario mi solleva e mi spinge fuori dalla cella, l’ispettore mi aspetta in un ufficio rabbuiato e illuminato dai bagliori di luce di alcune lampadine attaccate al soffitto alto. Dalla finestra ampia alle spalle dell’ispettore vedo la neve che cade a fiocchi, penso alla spiaggia e al mare innevato, ai tetti, mi viene una specie di nostalgia che subito però si attenua fino a diventare una specie di puntura d’insetto, una sensazione di un passato vago, senza quasi nessuna consistenza. Credo che poi in fondo è così che si muore. L’ispettore si alza, le due guardie entrano nella stanza, l’ispettore mi ripete che sta per liberarmi, mi intima di andare da Emilio l’orologiaio a nascondermi, fino a quando tutto non è finito, mi farà avere dei documenti falsi, quando tutto sarà finito, dovrò scomparire dalla faccia di questo punto nel mondo che è la città, sarei un uomo morto se tornassi. Ecco, mi spiega che sarei un delatore per i miei compagni e sarebbe lui un collaborazionista del nuovo regime per i suoi superiori – Dice così, sottintendendo che sta facendo un gesto di dedizione a quella che immagina sarà la nuova autorità, quando tra un po’  tutto, come ripete, sarà finito –
Mi fecero uscire –
In quell’istante il cielo sembrò dissolversi in in un caos di filamenti argentati e la luna in una gelatinosa macchia velata – Ogni cosa perse consistenza come se un principio di dissoluzione stesse disarticolando qualunque sostanza, trasformando tutto in un oceano pulviscolare che tracimava sul mondo. Avevo bisogno di vedere la donna con la maglietta gialla, quella del tram e della casupola con le imposte riverniciate di rosso sgargiante, e le pareti increspate di umido con la pittura che si sbriciolava come pomice bianca – Mi misi a correre – La città affogava nella solita cappa, le case erano perfino ombrate da quell’aria spessa e compatta, solo oltre, nelle cime intermittenti delle colline si intuiva il riflesso vermiglio degli ultimi raggi di sole – Oltre il quadrivio iniziai a percorrere quella salita di terra battuta, ai cui bordi si trovavano pochissime case vecchie animate da un chiarore algido di neon appesi a soffitte alte –
Sentii alle mie spalle una macchina che procedeva lenta con fari spenti – Sentii il rumore metallico dello sportello ed i passi geometrici che mi si avvicinavano. Presi a correre sentendo i muscoli irrorati da sangue abbondante, prima di cadere tra fili di sterpaglia, foglie rinsecchite e rami aguzzi misti a resti di lavatrici bruciate.
Mentre aspettavo, sperando che mi sparassero subito, senza sbudellarmi sino a lasciarmi a finire dissanguato. Sentii il sapore di mandorla della donna con la maglietta gialla che si chinò su quel groviglio tenendomi la testa immobile tra le mani appena tremanti –
Un refolo di grecale schiuse solo un angolo di cielo azzurrato che pensai mi fosse dovuto prima di vedere l’uomo dalla coda volgare che estraeva la pistola con meccanica destrezza, ma poi voltando le spalle e sputando al cielo rientrò nella macchina che — violando il silenzio assoluto con il rumore del tramestio di pietre e ghiaia che solcava — si allontanò …
Sollevai gli occhi cercando il chiarore verde opaco di quelli della donna con la maglietta gialla e vidi un volto di una anziana con i solchi del volto che sembravano bruciati, pronti a disfarsi come brace incenerita, polvere nera come la notte –
Mi disse “ salvati almeno tu, uccidila dentro quella vecchia guerra”
Mi accarezzò quieta prima di svanire…
Eccomi qui, adesso sono il clochard Yanez, registrarmi in un albergo sarebbe stato incauto, eccomi a dover capire cosa è accaduto quella notte di 35 anni fa, anche perché un glioblastoma al cervello mi sta facendo morire e prima devo capire qual è stata la vita che mi è toccata in sorte, ecco in sorte mi sembra una parola precisa, sento appunto un bisogno di precisione…

 

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