Promenade 2 – Baudelaire, Munch, Schönberg

di Marta Cutugno

Una passeggiata tra le sofferte pieghe dell’anima, nel muto abisso di un Urlo.

Spleen, Les Fleurs du Mal – Charles Baudelaire

Dal greco splēn, in inglese traduce “milza”, in francese indica malinconia e tristezza meditativa. Il concetto di Spleen, partito in epoca romantica, trovò giusto humus nel decadentismo francese per indicare uno stato di profondo disagio esistenziale dell’uomo, di inadeguatezza ed incomprensione rispetto alla natura ed al mondo circostante, mai accompagnato da riflessione su tale condizione paralizzante, senza scampo alcuno.
Nei Fiori del Male, sono quattro i componimenti che vanno sotto il nome Spleen, tra questi l’ultimo è, sicuramente, il più noto. Una gabbia senza uscita, la terra, sotto un cielo che pesa e occulta come fosse un coperchio, metafora asfissiante che narra del malessere, del rifiuto, dell’impotenza. L’orizzonte è stretto, nessuna proiezione futura, nessuna prospettiva si apre alla Speranza. Anche la pioggia, nella sua fitta corsa al terreno, assume sembianze di sbarre. Vivere è stagno umido e madido. Ed ecco l’Urlo, straziante, spettrale e peregrino che Baudelaire affida alle campane, voci di gemito e angoscia.

(da “I Fiori del Male” e tutte le poesie di Charles Baudelaire, a cura di Massimo Colesanti, traduzione di Claudio Rendina, Newton Compton Editori)

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;
Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l’Espérance, comme une chauve-souris,
S’en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D’une vaste prison imite les barreaux,
Et qu’un peuple muet d’infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,
Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

– Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l’Espoir,
Vaincu, pleure, et l’Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir. 

Skrik, L’Urlo – Edvard Munch

Una sera camminavo lungo un viottolo in collina nei pressi di Kristiania con due compagni.
Era il periodo in cui la vita aveva ridotto a brandelli la mia anima.
Il sole calava, si era immerso fiammeggiando sotto l’orizzonte. Sembrava una spada infuocata di sangue che tagliasse la volta celeste. Il cielo era di sangue sezionato in strisce di fuoco, le pareti rocciose infondevano un blu profondo al fiordo scolorandolo in azzurro freddo, giallo e  rosso.  Esplodeva il rosso sanguinante lungo il sentiero e il corrimano, mentre i miei amici assumevano un pallore luminescente.
Ho avvertito un grande urlo, ho udito, realmente, un grande urlo, i colori della natura mandavano in pezzi le sue linee, le linee e i colori risuonavano vibrando, queste oscillazioni della vita non solo costringevano i miei occhi a oscillare, ma imprimevano altrettante  oscillazioni alle orecchie, perché io realmente ho udito quell’urlo e poi ho dipinto il quadro L’urlo”
.
(da Edvard Munch, Frammenti sull’arte, Abscondita)

Dai diari di Munch: “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.

Sono quattro le versioni dell’Urlo, realizzate da Munch dal 1893 al 1910. La prima, pastello su cartone, è una prova tecnica della seconda e più conosciuta versione, oggi conservata nella Galleria nazionale di Oslo. Terza e quarta sono in pastello su tavola e tempera su pannello. Il nostro occhio, oggi, si sofferma sulla più popolare delle quattro, risalente al 1893 circa (Dimensioni: 91 x 73,5 cm). Sono gli anni di Berlino, anni in cui la sensibilità artistica di Munch plasma un suo stile personale, sofferto, riflessivo. Un volto emaciato, tanto da non essere riconoscibile, dal colorito mortale, gli occhi scavati, il naso assente sopra due punti scuri che alludono alle narici, la forma del capo scheletrica, la bocca aperta allo stremo che si abbandona al terribile urlo. Il corpo non ha sembianze umane ma piuttosto suggerisce le forme sinuose e ondulate di uno spettro che comprime le braccia al busto e schiaccia le mani sul viso per amplificare e spingere quello strazio il più lontano possibile. Come un sasso nell’acqua, l’Urlo genera un’onda d’urto che investe la natura alle sue spalle e contamina mare e cielo, l’uno vorticoso e bruno, l’altro imponente e tramonto fuoco. Alla fine del sentiero in salita sulla collina di Ekberg sopra la città di Oslo, compaiono due figure umane in abiti borghesi, estranee, inermi, assolutamente dissociate dallo smarrimento e dal dramma esistenziale in primo piano.

A Survivor from Warsaw, op. 46
(Ein Überlebender aus Warschau Op. 46)
Arnold Schönberg

4 novembre 1948,  teatro Albuquerque – Nuovo Messico: “Al termine della prima esecuzione il pubblico non applaudì rimanendo in un silenzio pieno di turbamento”.

La seconda guerra mondiale giunge al termine. Schönberg, fuggito dapprima in Francia poi negli Stati Uniti, fa i conti con le struggenti notizie sull’abominevole sterminio degli ebrei, tra le vittime anche un suo parente prossimo, un nipote. L’angoscia ed il senso di impotenza lo spingono, tra l’11 ed il 23 agosto 1947, a comporre un oratorio per voce recitante, coro maschile e orchestra dal titolo “A Survivor from Warsaw – Un sopravvissuto di Varsavia”. In pieno stile dodecafonico, la musica suggerisce le immagini dolorose ed aspre del ghetto di Varsavia ed accompagna queste sfortunate anime sino al momento del massacro. L’atmosfera è truce, pregna di rassegnazione e terrore al tempo stesso. L’opera, dal testo in inglese con brevi incursioni in lingua tedesca, da voce al racconto di un giovane ebreo che, in una mattina del 1944, riprende conoscenza dopo le forti percosse e riesce a sopravvivere fingendosi morto.

Nell’oratorio schönbergiano, l’urlo non è lampo improvviso ma si manifesta in crescendo, ha origine dalla terrificante conta dei condannati ed esplode nel canto finale che è “Shema Ysroël – Ascolta Israele”, la preghiera ebraica antica intonata all’unisono dai condannati prima di essere condotti alle camere a gas.

Then I heard the sergeant shouting: “Abzählen!”
They started slowly and irregularly:
one, two, three, four – “Achtung!”
the sergeant shouted again, “Rascher!”
“Nochmal von vorn anfangen!
In einer Minute will ich wissen,
wieviele ich zur Gaskammer abliefere!
Abzählen!”.
Then began again, first slowly: one,
two, three, four, became faster
and faster, so fast that it
finally sounded like a stampede
of wild horses and all of a sudden,
in the middle of it
they began singing the Shema Ysroël.

*

Fu allora che udii il sergente che gridava: “Contateli!”.
Cominciarono lentamente e in modo irregolare
Uno, due, tre, quattro – “Attenzione!”
il sergente urlò di nuovo, “Più svelti!”
“Cominciate di nuovo da capo!
Fra un minuto voglio sapere
quanti devo mandare alla camera a gas!
Contateli!”.
Ricominciarono, prima lentamente: uno,
due, tre, quattro, poi sempre più presto,
sempre più presto tanto che
alla fine risuonò come una fuga precipitosa
di cavalli selvaggi, e tutto ad
un tratto, nel mezzo del tumulto,
essi cominciarono a cantare lo Shema Ysroël.


Shema Ysroël
Adonoi, Elohenu,
Adonoi echod;
Vehavto et Adonoi elohecho
bechol levovcho,
uvchol nafshecho
Uvchol meaudecho.
Vehoyù had e vorim hoéleh
asher onochi metsavacho
hajom al levovechò
veshinantòm levonechò
vedibarto bom
beschitechò, bevetecho
uv’lechetecho vadérech
uvshochbecho
evkumechò.

*

Ascolta Israele,
il Signore è il Dio nostro,
il Signore è uno.
Amerai il Signore tuo Dio
con tutto il tuo cuore
con tutta la tua anima
e con tutte le tue forze.
e saranno queste parole
che io ti comando oggi,
sul tuo cuore
le ripeterai ai tuoi figli
e ne parlerai con loro,
stando nella tua casa
camminando per la via,
quando ti coricherai
e quando ti alzerai.

Nel video che segue: Maximilian Schell (Narrator), Claudio Abbado conductor, European Community Youth Orchestra, Salzburger Festspiele, 1979. La registrazione segue e scorre la partitura autografa di Schönberg.

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