Pier Paolo Pasolini – Versi di vita e di morte #poetiepoesie

42 anni senza Pier Paolo Pasolini (Bologna 5-3-1922 – Idroscalo di Ostia, Roma, 2-11-1975)

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Chi fui? Che senso ebbe la mia presenza
in un tempo che questo film rievoca
ormai così tristemente fuori tempo?
[…] E se ho trovato
di nuovo un’accorata purezza
nell’amare il mondo, il mio
non è che amore, nudo amore, senza
futuro … …

(da Poesie, Garzanti pag 74)

Pasolini al Circolo Turati di Milano (novembre 1972). Foto di Letizia Battaglia, 1972

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È impossibile dire che razza di urlo
sia il mio: è vero che è terribile
– tanto da sfigurarmi i lineamenti
rendendoli simili alle fauci di una bestia –
ma è anche, in qualche modo, gioioso,
tanto da ridurmi come un bambino.
È un urlo che vuol far sapere,
in questo luogo disabitato, che io esisto,
oppure, che non soltanto esisto,
ma che so. È un urlo
in cui in fondo all’ansia
si sente qualche vile accento di speranza;
oppure un urlo di certezza, assolutamente assurda,
dentro a cui risuona, pura, la disperazione.
Ad ogni modo questo è certo: che qualunque cosa
questo mio urlo voglia significare,
esso è destinato a durare oltre ogni possibile fine”.

(Teorema, Garzanti pag 193)

 

Un urlo tanto terribile da sfigurare i lineamenti del suo volto quando, sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia, nella notte tra l’1 ed il 2 novembre, Pasolini incontrò la morte: il corpo martoriato e ricoperto di sangue, fu ritrovato alle sei e trenta del mattino da una donna e, successivamente, riconosciuto dall’amico Ninetto Davoli. Pino Pelosi, il diciassettenne “ragazzo di vita” di Guidonia , fermato dalle forze dell’ordine quella stessa notte alla guida dell’automobile dello scrittore e regista, dichiarò di aver trascorso la serata con Pasolini, di essersi pesantemente scontrato con lui e, nel fuggire a bordo dell’auto, di averlo travolto ed investito. Ma grandi interrogativi hanno sempre accompagnato l’atroce fine di Pier Paolo, un mix confuso e letale di ipotesi legate alla sua vita notturna, alle sue inchieste, alla sua voce scomoda.

La notte tra i Santi ed i Morti, ad aspettarlo, come sempre, dietro la finestra di casa, c’era mamma Susanna. Un amore speciale, intenso, telepatico lo stringeva alla donna che lo aveva messo al mondo e che, nel 1964, mise i panni della Vergine Maria ne “Il Vangelo secondo Matteo”. Ma quel buio, affogato in un presentimento, si sciolse in un’alba di dolore: suo figlio, un ragazzo, il branco.

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Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre è il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile …

(da “Poesie”, Garzanti editore)

Pasolini e la madre Susanna. Foto di Mario Dondero

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È giunto il momento di morire (estratto da Teorema, prefazione di Attilio Bertolucci, Garzanti)

In un luogo prescelto, all’interno di un cantiere per la costruzione di nuovi palazzi a Milano, la terra sollevata da una scavatrice ricopre Emilia, distesa supina nel fondo della grande buca. Le lacrime della Santa continuano a colare, creano una pozzanghera che va ingrandendosi, un’acqua miracolosa che guarisce.

Dal più sotterraneo dolore, dalla voragine più tormentata, il pensiero e la voce di Pier Paolo Pasolini sopravvivono nella sua opera e si propagano, ancora oggi, con lo stesso impeto, zampillo di libertà, espressione del suo essere che resiste al vuoto ed all’incertezza di questo tempo.

 

È prestissimo. Il sole, quasi, deve ancora nascere.
Il casolare, coi suoi grandi cortili, è tutto deserto. Al massimo, c’è qualche passerò che cinguetta nel gelo. Solo Emilia è là, seduta come sempre sulla sua panca.
Ma dal portone grande, che dà verso la strada, ecco avanzare, incerta, una figura nera: è una vecchia, una vecchia sdentata, dolce, incerta come una bambina, che arriva di soppiatto, intimidita dai suoi stessi passi.
Ha addosso il suo vestito più buono, quello che mette per la festa, per andare alla prima messa: e tuttavia entra come una ladruncola sotto il portone, dove è ancora piena notte – e ricompare sull’orlo della corte, sempre più incerta, sempre più disorientata. Forse ha paura di aver capito male, di essersi sbagliata, di aver commesso qualche errore: è così scruta, piena di apprensione, là in fondo, dove la santa sta seduta eretta e inanimata. Solo dopo molto tempo, Emilia dà segni di essersi accorta di lei.
Si alza, allora, per la prima volta dopo tanto tempo, dalla sua panca; e, col passo lento e invasato con cui mesi e mesi prima era tornata, raggiunge la vecchia, che l’aspetta, ora, con aria rassicurata di complice.
Così, insieme, le due donne, senza dirsi una parola, cominciano il loro viaggio.
[…] Il sole è sull’orizzonte, come un triste disco sulla nebbia. Per i campi ancora scoloriti, le due donne, silenziose e nere, camminano a passo svelto, come se andassero a un mercato lontano.
Emilia sta piangendo disperatamente e silenziosamente: ma lascia che quelle prorompenti lacrime le colino giu ininterrotte lungo le guance, senza asciugarle.
[…]Ed ecco che da là di dietro […] escono in gruppo degli operai. Vengono avanti sul terriccio molle a passo affrettato, continuando a parlare concitatamente. Tra loro, uno avanza a stento sorretto dai compagni, che gli tengono un braccio è insanguinato, e il ferito si guarda intorno, camminando sgomento.
Come – quasi correndo – il gruppo è giu ti vicino alla pizzetta delle lacrime, uno dei soccorritori, la vede, si ferma, e vi porta accanto, sospingendolo, il ferito: vi tuffa le mani a scodella, e con quell’acqua, senza pensarci su troppo […], lava la ferita al polso e alla mano del compagno.
Ma ecco che, non appena l’acqua comincia a lavare la carne dal sangue, comincia anche a guarirne le ferita: in pochi istanti il tagli si chiude, e il sangue cessa di scorrere.
Prima che gli operai, com’e naturale, comincino ad alzare le loro grida di stupore […] c’e un momento di profondo silenzio. Le loro povere facce, scavate, dure e buone, sono volte verso quella piazzetta, che scintilla, inconcepibile, sotto il sole”.

Immagine di copertina: opera di Milo Manara, illustrazione per un libro su Pasolini, 1991.

(a cura di Marta Cutugno)

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