Frédéric Chopin: la vita, gli amori e la fragile salute #CornicidArtista

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Le prime due cornici racconteranno di Frédéric Chopin (1810-1849), maestro dell’epoca romantica: da Varsavia agli anni parigini,  agli amori e la fragile salute; si proseguirà in febbraio con lo stile compositivo, le opere e l’immenso amore per la Polonia.

di Marta Cutugno

Da Varsavia a Parigi
Fryderyk Franciszek Chopin, nacque a Zelazowa Wola, Varsavia, il 1 marzo del 1810 (naturalizzato francese come Frédéric Francois Chopin). Il padre Mikołaj Chopin (Nicolas, 1771 – 1844), era un musicista di origini francesi che, trasferitosi in Polonia, divenne dapprima governante, poi professore di liceo ed infine amministratore di un istituto frequentato dai figli dell’aristocrazia polacca provvedendo con estrema dignità alla famiglia e a quattro figli insieme alla moglie Tekla, pianista, donna saggia, operosa, capace di nascondere la sua immensa essenza dietro un’ apparente semplicità da persona comune.
Frédéric bambino prodigio fu avviato precocemente allo studio del pianoforte. A soli sette anni (risale al 1817 la composizione della sua prima Polacca in Sol minore) iniziò ad esibirsi presso i salotti aristocratici e già dai nove cominciò a convivere con una terribile tosse che gli camminerà al fianco fino all’ultimo giorno di vita. Terminò il liceo con un anno di anticipo e subito si iscrisse al Conservatorio. Dal 1821 al 1826 aveva composto pochi pezzi tra cui il Rondò in do minore pubblicato successivamente a Varsavia con numero d’opera 1. Il maestro Josef Elsner seguì i suoi studi di teoria e composizione al Conservatorio di Varsavia e gli anni tra il 1829 ed il 1831 furono densi di attività concertistica pubblica a Vienna. Tra i corsi universitari di letteratura polacca e di estetica e gli incontri intellettuali alla caffetteria Dziurka, si avvertiva ormai vicina l’insurrezione dell’autunno 1830. La repressione russa della rivolta di novembre fu miccia della sua definitiva partenza; l’Allegro con fuoco dello Studio op.10 N 12, poi ribattezzato “La caduta di Varsavia”, è componimento della memoria e celebra il sangue della resistenza polacca versato per mano dello zar Alessandro I. Il 2 novembre del 1831, Chopin partì da Varsavia, passando per Vienna e si trasferì a Parigi dove – ad esclusione di brevi soggiorni in Germania, a Majorca ed in Inghilterra – rimase fino alla morte.

I salotti parigini, le lezioni private
Il 26 febbraio del 1832 fu il giorno dell’esordio presso la Salle Pleyel, sala da concerto della omonima ditta di pianoforti.
Nei diciotto anni parigini è possibile contare soltanto diciannove apparizioni pubbliche chopiniane, tutte alla Salle Pleyel con la media di una volta all’anno e tra tutte, solo quattro concerti da solista. Il compositore si sentiva molto più a suo agio nei salotti aristocratici e dell’alta finanza, covi di artisti ed élites intellettuali. Tutti sapevano quanto fosse poco incline ad esibirsi in concerto:

“… suono volentieri solo per gli amici, quando voglio farlo, quando mi viene l’estro di farlo. E allora penso soltanto alla musica, e sono felice e fatico persino a smettere. Se c’è il pubblico mi sento come se avessi delle scarpe nuove, strette. Eleganti, lucide, ma strette: non vedo l’ora di togliermele”.

Riuscì a mantenere un tenore di vita agiato: si sostentava con la vendita delle sue composizioni ma soprattutto grazie alle lezioni private di pianoforte con quattro/cinque allievi al giorno per quarantacinque-sessanta minuti ciascuno. Fu un maestro dall’alto onorario, il più caro di tutti al suo tempo e signori facoltosi gli versavano salati compensi perché impartisse l’arte pianistica ai dilettanti figli (e soprattutto alle figlie).

Chopin e le donne
Frédéric era pienamente consapevole del suo elevato ascendente sulle donne e fu corteggiato da un elevatissimo numero di cantanti:

“nei primi tempi della mia residenza a Parigi conobbi diverse canterine che…avrebbero tanto voluto gorgheggiare con me in duetti non canori”. 

Delphine, Laure Cinti-Damoreau, Pauline e la sorella Maria Malibran, Sabine Heinefetter, nota per i suoi ruoli en travesti e la prima fidanzata, Henriette Sontag. Dal punto di vista estetico, non si considerava brutto ma piacente e si chiedeva il perché di così tanta attenzione: magro, di media statura, dai tratti delicati e il naso affilato e pronunciato, per nulla prestante. Se Liszt incarnava l’Amante perfetto – e a lui, in fondo, andava bene così – Chopin portava l’etichetta di eterno fidanzato e “dongiovanni del flirt“. Un grande amore platonico lo vincolò a Konstancja Gladkowska, un sentimento profondo e nascosto che lei mai minimamente sospettò e che gli aveva ispirato il secondo movimento del Concerto in fa minore.

“Di Kostancja non mi incantava soltanto l’aspetto…mi incanta anche la voce, la sua voce scura di contralto. Era allieva di Carlo Soliva, compositore italiano di un certo nome… La sua immagine è continuamente davanti ai miei occhi; mi sembra di non amarla più, e tuttavia non esce mai dalla mia testa”.

Si ricorda un breve fidanzamento con Maria Wodzinska e le insistenti e ripetute avances della contessa Marie d’Agoult che prima di lasciarsi travolgere da una feroce passione per Liszt, lo aveva spudoratamente corteggiato senza risultati e che troncò ogni tipo contatto anche amichevole quando sopraggiunse la complicata relazione con George Sand, pseudonimo della scrittrice Aurore Dudevant (1804-1876) incontrata a Parigi nel 1838. Per ironia della sorte, lui che aveva anelato alla saggezza amorosa di Mendelsshon e si era tenuto sempre lontano dalle follie passionali alla Liszt, era divenuto “pubblico concubino” e divideva la vita con un’adultera. Aurore Dudevant, infatti, era fuggita dal tetto coniugale, aveva lasciato il marito barone ed era risorta come scrittrice, accolta nel girone degli artisti ed intellettuali.

“Aurore, essendo di sinistra, è molto disinibita, fuma il sigaro, porta i pantaloni, la domenica non va alla messa e talvolta usa un linguaggio da scaricatore di porto”.

La Sand ottenne il divorzio nel 1836 e le nozze, agli occhi del mondo, avrebbero legittimato quel rapporto. “Ma Aurore disprezzava l’istituto del matrimonio che, diceva, era sancito da una legge civile che consacra la dipendenza, l’inferiorità e la nullità della donna”.

Dopo la morte del padre, Nicolas Chopin, l’amante compagna di vita decise di uscire allo scoperto ed inviò una lettera alla suocera per porgerle le condoglianze.

“Signora, non credo di poter offrire altra consolazione all’eccellente madre del mio caro Frédéric se non con l’associazione del coraggio e della rassegnazione di questo ragazzo ammirevole. Voi sapete quanto profondo è il suo dolore e quanto è accasciata la sua anima; ma, grazie a Dio, non è malato, e noi partiamo fra qualche ora per la campagna in cui prenderà infine riposo dopo una così terribile crisi. Egli non pensa che a voi, alle sue sorelle, a tutti i suoi che ama tanto ardentemente e la cui afflizione lo inquieta e lo preoccupa quanto la sua… Io non penso affatto di sollevarlo da questa pena così profonda…ma posso per lo meno darmi cura della sua salute e circondarlo d’affetto”.

Il loro legame si incrinò già a partire dal soggiorno a Majorca nell’inverno a cavallo tra il 38 e il 39:

“nell’estate del 39 Aurore prendeva molto sul serio, ed assolveva splendidamente, i suoi molteplici compiti: di mia innamorata, di madre, di istitutrice, di padrona di casa, di scrittrice e, se necessario, anche di infermiera…il suo idealismo si stava convertendo in programma politico, ma della politica capiva poco, come me del resto. Lei sognava una Francia socialista, io una Polonia libera: la rivoluzione dello scorso anno non ha aperto le vie per la realizzazione ne del l’una né dell’altra”.

A causa di continue incomprensioni alimentate anche dai difficili rapporti del compositore con i due figli della Sand, Maurice e Solange per la quale provava una malcelata attrazione, i due si lasciarono definitivamente nella primavera del 1847 e si incontrarono l’ultima volta, per caso, nel marzo 1848.

La fragile salute, gli ultimi anni
La salute di Chopin era sempre stata minata da continui acciacchi e dal 1936 combatteva contro una malattia tubercolare. Sempre in balia di sfoghi ipocondriaci, era assalito da inquietanti fantasie sulle morti apparenti e spesso esprimeva la volontà che il suo corpo venisse aperto dopo il decesso. Diceva di sentirsi vecchio e considerava la vecchiaia una benedizione; non per oggettive ragioni di età (morì nemmeno quarantenne) ma per quel modo – diverso e migliore, secondo lui – in cui si poteva osservare l’essenza delle cose: la preziosità dell’esser vecchi e non canuti. A Parigi, il 22 febbraio del 1848 scoppiò il sisma rivoluzionario che mise in subbuglio l’intera Europa alimentando la speranza di un cambiamento nei polacchi in esilio. Una sua allieva scozzese gli suggerì di allontanarsi da Parigi e il 19 aprile partì per l’Inghilterra con la paurosa consapevolezza che Londra avrebbe potuto guardare a lui “con anglica sufficienza”. La duchessa di Sutherland lo introdusse nell’alta società inglese e non mancarono i confronti e le conoscenze con intellettuali del tempo, uno fra molti Charles Dickens. Tosse, nevralgie, gonfiori, asma ed insonnie scandivano il suo tempo da malato e gli impedivano di fare lezione per sostentarsi, così decise di rientrare a Parigi. In tempi seguenti, per accertarsi sulle sue condizioni di salute, Aurore scrisse spesso ad amici in comune ed anche alla sorella, Ludwika Chopin che, a settembre, quando il suo stato non faceva altro “che andare su e giù come una altalena, ma ogni volta meno su e ogni volta più giù”, lo aveva raggiunto nella capitale francese, insieme al marito e alla figlioletta. Afflitto dai sintomi della tubercolosi polmonare morirà il 17 ottobre del 1849.

“Morirò come mia sorella Emilia. La morte vorrebbe dire la fine delle sofferenze, e io non la temo, come non la temeva Emilia. Ricordo la sua ultima poesia: ” Morire è la mia sorte / io non temo la morte /ma temo di morire/ nel vostro sovvenire”. Mia madre e mio padre, Ludwika, Izabela ed io non abbiamo mai dimenticato Emilia. I miei familiari, i miei amici non mi dimenticheranno. Grazie a Liszt, che ha inventato il recital, non periranno le mie musiche, anzi, spero che vivano, che vivano in eterno”.

Bibliografia:

Piero Rattalino “Chopin racconta Chopin”, Laterza 2011

Gastone Belotti, “Chopin”, EDT

Jaroslaw Iwaszkiewicz, “Chopin”, Edizioni Studio Tesi

Elvidio Surian, “Manuale di storia della musica”, Rugginenti 1991

 

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