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Il Baudelaire “polifonico” di Fresa e Dagnino

di Emilio Risso

 

La particolare struttura dei Fiori del Male ha indotto alcuni critici a scorgervi come una serie di precisi momenti inanellati in successione, del tutto simili ai libri o ai “capitoli” di un poema (o meglio, in un certo senso, di un vero e proprio “romanzo in versi”) in cui siano cantate, secondo un lucido schema organizzativo, le fasi della storia interiore del poeta. Così, all’esperienza personale e agli aspetti della realtà esterna, seguirebbero la tentazione dell’ebbrezza e il ricorso ai paradisi artificiali (o ad “altre vie di fuga”, quali l’Arte, la musica, il vino…) per superare l’angoscia e il tedio; la rivolta sarebbe determinata dalla rilevazione dell’essenza negativa del mondo, dalla stessa contemplazione e dal rifiuto del Male che precederebbe il sollievo estremo della Morte. Ma al di là dell’evidente e profonda organicità quasi geometrica del canzoniere baudelairiano, si dovrà ricordare che il grande Parigino ha saputo, senza alcun dubbio, creare una poesia (e un’idea della poesia) del tutto nuova, coraggiosamente spinta al di là delle posizioni romantiche e parnassiane; una poesia che trova la ragion d’essere nell’immaginazione pura, intesa non come ingenua invenzione di mondi fittizi, ma come profonda e oscura intuizione di una «surrealtà» insita nelle cose, che si manifesta soltanto allo spirito capace di cogliere, nel mondo circostante, le cose non già per come appaiono, ma quali sono rivelate dalle impreviste, magiche, inesprimibili analogie delle sensazioni e dalla misteriosa corrispondenza del sensibile con l’ideale.

Il poeta è, infatti, testimone di un mondo altro, appunto ideale, perfetto, di cui contempla e rivive in sé le immagini intuite mediante il miracolo dell’arte; ma pure, allo stesso tempo, egli non è (né vuole sentirsi) estraneo al mondo terreno e alla mediocrità umana; e, così, l’opera del poeta è frutto di un artificio, di un ben pianificato compromesso: essa deve corrispondere contemporaneamente al mondo terreno e a quello ideale, senza esprimere separatamente né l’uno né l’altro; e, contro le effusioni del sentimento e le crude e “volgari” descrizioni realistiche, essa deve attingere una magia rinnovata, capace di assommare e di fondere insieme sia il soggetto, sia l’oggetto (cioè, sia l’io del poeta, sia l’universo intero contemplato).

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Seguendo lo svolgersi e lo snodarsi della trama quasi iniziatica su cui è fondato il racconto poetico dei Fiori del Male – dalla registrazione dell’immanente fatalità del peccato alla necessità di un riscatto, di una fuga,  di un auto-annullamento da attuare per il tramite dell’Arte –il poeta e saggista Mario Fresa ha ideato un libro suggestivo, a metà tra il saggio di traduzione, l’indagine critica e il volume d’arte: egli offre, in una nuova e inedita versione, dodici poesie tratte dal capolavoro baudelairiano che rappresentano, in qualche modo, l’ideale compendio di alcuni dei principali Leitmotive che attraversano i Fiori del Male: dodici stazioni, dunque, di quel cammino, artistico e spirituale, di cui prima si parlava; dodici parole-chiave, dodici temi esemplari – Benedizione/maledizione; Città; Donna-vampiro; Esilio dell’artista; Gatto; Morte; Musica; Ribellione; Sinestesie; Spleen; Viaggio; Vino –che riescono a tessere un mosaico di singolare seduzione, perché fondato su di una visione davvero sinestetica, multiprospettica, diremmo “polifonica”, dell’universo baudelairiano; i testi, infatti, presentati nella traduzione preziosa, puntigliosa e altamente eufonica di Mario Fresa (sempre avvezzo a operazioni traslatorie di originale efficacia) sono intelligentemente accompagnati dagli splendidi disegni del poeta e pittore Massimo Dagnino: disegni dotati di una densa e vitalissima energia che non intendono “illustrare” in modo didascalico la narrazione dei versi ma vogliono, invece, porsi come echi figurativi, come vere e proprie «dilatazioni» visive che sanno ben contribuire, con tratti di grande raffinatezza, a evocare e a potenziare l’atmosfera, il timbro, le risonanze dei testi poetici mostrandone, spesso, i messaggi nascosti, gli interni riverberi, le ombre segrete. I saggi posti in appendice, scritti dallo stesso Fresa e da un altro poeta, Davide Cortese (di cui si segnala la recente monografia Fuori dalla libertà: Bas Ian Ader e i rituali dell’abbandono, Edb), concorrono a delineare la fisionomia di un volume insolito, labirintico ed elegante, che ci permette di tornare a riflettere su di un assoluto caposaldo –“classico” e ”rivoluzionario” allo stesso tempo – della storia della poesia moderna.

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Mario Fresa, Alfabeto Baudelaire. Disegni di Massimo Dagnino. Scritti critici di Davide Cortese e Mario Fresa. Milano, edizioni EDB, 2017, euro 19.

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