sirene siciliane

Lighea e le “Sirene siciliane” di Basilio Reale

L’altra faccia di Basilio Reale è quella dello psicoanalista junghiano[1] e su questo versante il suo capolavoro è senza dubbio l’interpretazione analitica del suggestivo racconto La Sirena (o Lighea)[2] di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, dal titolo Sirene siciliane[3]. Il poeta si fa qui critico letterario, abbracciando la tesi di James Hillman, secondo cui, <<la pratica analitica non è altro che poiesis>>[4], nello scrutare la potente liaison tra il celeberrimo personaggio lampedusiano Rosario La Ciura e la Sirena Lighea, avvenuta sulle sponde dello Ionio, in un’ottica pervasa da: “inconscio collettivo, Anima esiliata, processo d’individuazione, archetipi, ecc.”; tutti concetti inerenti alle teorie promosse da Carl Gustav Jung, ‘eretico’ eversore della psicoanalisi freudiana[5].

Ci si chiederà a tal punto: per comporre in poesia il Reale applicherà le medesime propedeutiche? Una risposta potrebbe venire dalle parole dello stesso autore:

Occorre dunque credere con Jung e la scuola junghiana al valore trasformativo dell’immaginazione, privilegiarla in quanto componente psichica fondamentale nella decostruzione e nella costruzione dell’analisi. Un processo in cui conoscere, inventare, produrre sono una cosa sola, che si sviluppa per tentativi, come avviene nell’attività artistica, tesa a plasmare una forma che ha una propria organicità. Una propria verità interna.[6]

Dico potrebbe. Se dovessimo infatti fermarci a questa asserzione, il nodo sarebbe presto sciolto: la poesia si sviluppa tenendo in estremo rilievo il prodotto psicoanalitico. Non tutto però combacia. In primis perché non vi è traccia  – nelle liriche – di tutte le elucubrazioni junghiane concernenti il mito (tranne lievi sfumature in alcune poesie di Travasare il miele), gli archetipi (eccetto quello in absentia dell’Isola, su cui peraltro lo zurighese aveva taciuto) o taluni aspetti della memoria, che affiorano come virgulti dall’inconscio collettivo. Nel processo creativo Reale sembra altresì tralasciare, coi suoi versi fulminei, sferzanti nella loro istantanea corrosività, quegli strumenti che Augusto Romano ha individuato, nella “pazienza” e nell’ “atteggiamento artigianale”, come fondamentali sia al poeta sia all’analista per <<trovare una forma in cui l’emozione possa essere contenuta ed espressa>>[7]. Al pari dell’amante laciuriana il nostro rifiuta il vino della poesia dionisiaca[8] (disertando fralaltro le proprie origini nebroidée), abbracciando un poetare apollineo, più propenso alla razionalità immediata, meno intriso di stilemi esoterici e slegato da radici ebbre di mitologismo: tenta la mimesi della sua voce chiara[9] e ‘prosciugata’. Predilige dunque la “seirazein” (prosciugare, bruciare) alla “seirein” (arte di conquistare affascinando), il solido quotidiano alle rischiose ‘impalcature’ di una meraviglia senza posa. Vuole somigliare insomma alla limpidezza di Lighea, senza apparentarsi a sondaggi orfici nei regni inferi della parola[10]: si fa sedurre ma non si lascia avvincere.

Se la sirena è sovrapponibile al concetto di poesia, essa rappresenta inoltre – come scrive Reale – l’idea di “Grande Madre”,  diremmo ancora: un “archetipo chiamato Isola”; immagine della genitrice terrena a cui ogni figlio rimane avvinghiato per la vita. Questa madre/matrona è proprio la Sicilia, pesante e oppressiva “regressione” – perché troppo fascinosa – dalla quale bisogna perciò liberarsi, a riscattare la propria esistenza. Slegarsi da questa millenaria “seira” (laccio da presa) diviene impresa ancora più ardua, altro risvolto della fuga e del viaggio, che è possibile realizzare unicamente attingendo allo slancio creativo connaturato nel gesto lirico. Per usare le parole di Marco Gay

una cosa è certa: ed è che lo sviluppo psicologico del siciliano in particolare e dell’italiano meridionale in genere non può affrancarsi dalla voluttà infantile legata al mondo della madre, se non con un libero accesso alla voluttà ‘divina’, che trova nell’espressività teatrale e lirica la sua visibile manifestazione.[11]

Ennesimo abbandono questo del poeta orlandino, corroborato in senso fisico anche dal trasferimento a Milano, che lo ‘slontana’  ulteriormente dalla morsa riduttiva e faziosa dell’ambito analitico;  in ogni caso l’indole isolana permane quella di <<un’anima adolescenziale  e narcisistica; ecco perché si esprime più attraverso la creatività poetica che attraverso la creatività sociale>>[12].

Viene così a ribaltarsi quel pregiudizio che vuole Reale “junghiano ad ogni costo”, in una prospettiva che lo delinea invece come perennemente votato al post-moderno, all’estemporaneità cittadina (tematico-linguistica) quantomeno in veste di poeta.

Diego Conticello

***

[1] Basilio Reale si è formato al C. G. Jung Institut di Zurigo ed è membro dell’International Association for Analytical Psychology e del Centro Italiano di Psicologia Analitica. Ha fondato e con diretto per anni le riviste di psicologia analitica: “Pratica analitica” e l’eclettica “Immediati dintorni”.

[2] Giuseppe Tomasi di Lampedusa, La Sirena,  in I Racconti. Milano, Feltrinelli 2006. pag. 93.

[3] Basilio Reale, Sirene siciliane. L’anima esiliata in <<Lighea>> di Tomasi di Lampedusa. Prefazione di Vincenzo Consolo. Palermo, Sellerio 1986. Ora ristampata da Moretti & Vitali, Bergamo 2002.

[4] Ibidem pag. 14. (cito dalla prefazione di Consolo). Ora in Di qua dal faro. Milano, Mondadori 1999.

[5] Per una conoscenza generale si veda il saggio di Enrico Mangini, Carl Gustav Jung: L’eretico, in Lezioni sul pensiero post-freudiano. Maestri, idee, suggestioni e fermenti della psicoanalisi del Novecento. Milano, Led 2003. pag. 87 e ss.

[6] Cito da Basilio Reale, Analisi come costruzione di un racconto,  in AA.VV.,  Lucio Piccolo, Giuseppe Tomasi. Le ragioni della poesia, le ragioni della prosa. Atti del convegno per il centenario della nascita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Capo d’Orlando 4-6 ottobre 1996 (organizzato dalla fondazione “Famiglia Piccolo di Calanovella”) a cura di Natale Tedesco. Palermo, Flaccovio 1999. pag. 241 e ss.

[7] Augusto Romano, La principessa nascosta, in La pratica analitica. Bergamo, Moretti & Vitali 1987.

[8]Cfr. <<[…] Una volta le diedi del vino … Disse che era buono, ma, dopo, lo rifiutò per sempre. […]>>. Da Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Vedi nota 2, op. cit., pag. 121. Reale formula questa interpretazione in Sirene siciliane secondo l’equazione “vino = poesia dionisiaca”. Vedi nota 3, op. cit., pag. 68.

[9] Lighea significa appunto: “colei che ha la voce chiara”.

[10] Ricordo che Orfeo era fratello delle Sirene e figlio della Musa Calliope (ispiratrice della poesia).

[11] Cfr. Marco Gay, Anima in Sicilia, in Immediati dintorni. Bergamo, Moretti & Vitali 1989. pag. 197.

[12] Raffaele Crovi, Mito della madre e fuga nel sonno, nell’anima isolana. <<Il Giorno>>, 30 luglio 1986, ora Sirene siciliane, in Diario del Sud. Lecce, Manni 2003. pp. 271-272.

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