basilio reale

Basilio Reale (o della non sicilitudine). Un archetipo chiamato “Isola”

<<Ho con la Sicilia rapporti d’amore, di pietà e di rabbia>>: non basta certo questo inciso di Basilio Reale[1] (Capo d’Orlando 1934) per innestare il poeta nel solco di quella tradizione di scrittori in eterno conflitto con la patria. Il nostro forse non fa in tempo a comprendere le sozzure insite nel profondo di questa terra (di primo acchito essa appare paradisiaca ai più, splendida anche a detta di Goethe che vi soggiornò); appena diciottenne, decide di trasferirsi nella Milano che preparava già il boom economico, seguendo alla lettera questi dettami tomasiani: << Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta>>[2].

I componimenti in cui Reale scrive della Sicilia sono talmente esigui che – a parte alcune prove giovanili, poi confluite nella prima raccolta Forse il mare[3] e una silloge in vernacolo e lingua dal titolo emblematico Isola isole[4] – sarebbe quasi risibile parlare del poeta in termini di “sicilitudine” o – ancor peggio – di “isolitudine”. La prima categoria venne formulata da Crescenzio Cane, autore del cosiddetto ‘nuovo impegno’ e affiliato all’Antigruppo palermitano, ed era tesa a dire di una “Sicilia al negativo”, secondo la formulazione che ne diede Zagarrio, con tutto quel bagaglio drammatico, di sofferenza, denuncia e di eclatante protesta che ne segue e su cui non mi soffermerò oltre[5]; la seconda è di Gesualdo Bufalino, che la descrive come: <<il trasporto di complice sudditanza che avvince al suo scoglio ogni naufrago>>[6]. Nulla di tutto questo in Basilio Reale che, già dalla seconda sezione dell’opera prima[7], tralascia le descrizioni insulari, concentrando l’inchiostro sulla grande città caliginosa (vedi le liriche: Il Naviglio fluiva e Ascoltavo la città) per fermare – parecchi anni dopo – tutta la sua amarezza nei versi: << Terra di tutti i frutti/ terra di tutti i lutti.// Di zolfo e sale/ di intrighi e male.// Terra di terrore, Isola.>>[8] e in alcuni componimenti de La balena di ghiaccio[9]. Da questa diaspora (leggasi dissociazione?) prende le mosse l’itinerario poetico realiano che, << attraverso gli strumenti della fuga, e tuttavia d’una fuga che si garantisce dalle soluzioni evasive nella misura in cui si tiene stretta ai propri connotati ironici>>[10] approda, con le raccolte successive La vita attiva e soprattutto I ricambi, verso i congeniali lidi di una anceschiana “linea lombarda” carica, in quei primi anni sessanta, dei toni dell’urbanismo, e del tecnologismo linguistico: dunque ciò che di più lontano possa esservi – forse per rigetto – da quella Sicilia mitica, arcaica, agreste  insita nei Lirici greci di Quasimodo o nei Canti barocchi di Lucio Piccolo. Il percorso di sradicamento da quello che Lucio Zinna ha felicemente definito “Sesto Continente”[11], è tuttavia abbastanza accidentato; notevoli assestamenti verranno attuati nelle prime due sillogi (la già citata Forse il Mare e Le quotidiane abitudini) in favore di una cifra asciutta e meno incline a puerilismi di qualsiasi genere. Risulterà adesso limpido quel motivo del viaggio e della fuga:

[…] psicologico e insieme linguistico, che il poeta siciliano è costretto a fare necessariamente nella sua ricerca di autoliberazione, appunto come siciliano oltre che come poeta. E dico “viaggio complesso” nel senso che lo vedo perlomeno duplice:

1) perché si tratta di raggiungere acquistare e adoperare gli strumenti più agili della cultura, quelli che operano e si adoperano appunto nell’Italia continentale e soprattutto centrosettentrionale, in ogni caso fuori dall’Isola per secolari motivi di divaricazioni; 2) perché si tratta di procedere in un lungo sondaggio del proprio essere profondo, […] per approssimare appunto quella propria condizione di autenticità che strutture e sovrastrutture opprimono col pesante fardello dell’alienazione.[12]

Affiorano talvolta blandi cenni residui di frustrazione e dissenso, come in Messina[13], poesia dalle suggestioni cattafiane[14] (eguale non a caso il titolo e similare la tematica): << […] Di Messina ricordo le banchine/ col carico d’aranci e di limoni,/ la folla d’emigranti scura in volto/ (le nostre merci d’esportazione). […]>>, ma la martellante protesta di un Antigruppo è davvero ben distante.

In definitiva, mi pare più ragionevole parlare di una Sicilia insita nel ricordo, quasi nell’intimo del poeta, dove rinverdisce inesausta come una sorta di archetipo della memoria, di condizione onnipresente e tuttavia velata, che preferisce mostrarsi magari in una pietanza piuttosto che in una poesia[15].

Scartate per eccesso le etichette succitate direi dunque, con Renato Minore, che una presenza siciliana in Reale sussiste come “categoria dell’Anima”[16], da intendersi junghianamente quale versante femminile dell’inconscio maschile e istanza creatrice (soprattutto delle opere poetiche): un afflato incessante perché interno.

Diego Conticello

***

[1] Tratto da un’intervista rilasciata a Salvatore Ferlita, per la rivista “Stìlos”, 1° febbraio 2000, col titolo: “Reale: Capo d’Orlando, Consolo, Piccolo e la Sicilia”.

[2] Frase storica de Il Gattopardo citata da Matteo Collura, L’isola senza ponte. Milano, Longanesi 2007  pag. 18.

[3] Forse il mare. Milano, Schwarz 1956.

[4] In, Travasare il miele. Milano, All’insegna del pesce d’oro – Scheiwiller 1996.

[5] Si veda, per una conoscenza generale, almeno il fondamentale saggio di Giuseppe Zagarrio, Linguaggio e categorie della sicilitudine, in Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea 1970-1980.  Milano, Mursia 1983.

[6] Vedi nota 2, ivi pag. 19.

[7] Qui non approda il sole,  in Forse il mare, op. cit., vedi nota 3.

[8] Vedi nota 4, ivi pag. 23.

[9] Basilio Reale, La balena di ghiaccio. Poesie (1955-1999). Torino, Aragno 2000.

[10] Giuseppe Zagarrio, Sicilia, poesia e aree d’intervento, in “Salvo Imprevisti” 4, 1974. Ora in, Quartiere e dintorni. Discorso sulla poesia italiana degli anni Sessanta. Foggia, Bastogi 1986.  pag. 179.

[11] Cfr. <<[…] appartati/ per altrui desiderio e nostro in parte/ nel sesto continente del pianeta/ piccolo e clandestino.>>. Da Frammenti di una lettera,  in Saganà. Palermo, Il punto 1978.

[12] Vedi nota 5, op. cit., pag. 284.

[13] Vedi nota 3, op. cit., pag. 30.

[14] Si veda la raccolta Lo stretto, in L’aria secca del fuoco. Milano, Mondadori 1972. Ora in Poesie (1943-1979) con introduzione di Giovanni Raboni. Milano, Oscar Mondadori 2001.

[15]Basilio Reale, oltre che raffinato cultore gastronomico, è autore di un prezioso volume contenente diversi cenni storici sulla cucina isolana e le sue ricette, La cucina disattenta. I primi piatti della cucina siciliana fra tradizione e creatività spontanea. Milano, Scheiwiller 2002.

[16] Renato Minore, Grande madre pensaci tu. <<Il Messaggero>>, 16 luglio 1986.

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