ungaretti

La poesia e il suo pubblico tra Otto e Novecento

Sul finire del XIX secolo l’allargamento del pubblico, dovuto ad un generale aumento dell’istruzione e dei servizi culturali offerti, genera una sorta di caccia al ‘nuovo’, inteso questo come rottura dei legami con l’irrigidita tradizione poetica nostrana, la quale sfornava ancora risultanze classicheggianti sia dal punto di vista delle tematiche che della metrica. Inoltre l’apertura degli orizzonti conoscitivi verso la poesia straniera – soprattutto d’oltralpe – non provocò altro che l’inasprimento dell’astio nei confronti dei vecchi modelli italici, sentiti adesso come paralizzanti sia esteticamente che in ragione concettuale.

Queste spinte al cambiamento si prefigurano in certi tentativi potremmo dire proto-avanguardistici, attuati sporadicamente da autori che oggi definiremmo ‘minori’, perché i futuri ‘grandi’ lavorano ancora in direzione classica (D’Annunzio, Pascoli). Si sviluppano nelle medesime direzioni anche  le fiorenti innovazioni metriche, che portano poeti come Domenico Gnoli (alias Giulio Orsini) a comporre ottonari ipermetri o novenari ipometri con accenti e sillabazioni inusitate, che poco si confanno – per fare un esempio – ad un novenario classico di foggia pascoliana. Altri tentativi sono più sfortunati, come quello della Vivanti di sfiorare le soluzioni ‘barbare’ del mentore Carducci. L’adesione allo sperimentalismo sillabistico (ahimé poco corroborato da quello concettuale) è talmente ampia in questi anni da far riflettere parecchi studiosi a venire, non ultimo il Contini di “Innovazioni metriche”, il quale parla di forti evoluzioni metriche nei minori a cavallo fra i due secoli.

La perdita del fascino estetico dei cosiddetti grandi agli occhi dei lettori è tuttavia lentissima, ma bastante a far emergere soluzioni ‘incolte’ di un Govoni o di un Palazzeschi: per alcuni si tratta di un mero impoverimento della poesia (ipotesi formulata di recente da Adele Dei), a mio avviso è invece uno slancio verso futuri sentieri ormai prossimi al percorrimento.

La stampa dell’epoca testimonia l’impensabile seguito accordato agli scrittori, con un’opulenza mai riscontrata in nessun’altra epoca. Basti pensare che nel 1916 (fra l’altro in piena guerra) un librettino, edito nella periferica Udine in sole ottanta copie, suscita proseliti, dibattiti, ampi consensi in tutta la penisola, con una rapidità e un successo sconcertanti: si tratta de Il porto sepolto di uno sconosciuto e ancora giovanissimo (allora ventottenne) Giuseppe Ungaretti. Per mio sguardo personale, da tutto questo si evince la particolare indole democratica e ‘popolare’ di certa poesia, aspetto irrimediabilmente perduto ai giorni nostri e forse in auge nel prossimo futuro magari attraverso espressioni come i poetry slam et similia, in cui questa ha ormai assunto caratteri di estrema marginalità nel sempre più disparato circuito della fruizione letteraria, che privilegia ora la easy literature all’opera curata e ‘pensata’, anche emotivamente oltre che nelle forme.

L’Italia di quegli anni è pervasa da ambienti controversi e, laddove maggiormente regna la tradizione accademico-tradizionalista, si assiste a vigorose spinte innovatrici e di ribellione culturale: è il caso della Firenze di Papini, Serra, Borgese, giovani che si dividono fra lezioni universitarie prestigiose ma vetuste e riviste rutilanti di polemismo e rottura evoluzionistica.

Queste spinte primo-novecentesche mutano le prospettive del rapportarsi con la tradizione: ad esempio il modello leopardiano si sposta sul versante poco conosciuto dei Frammenti, oppure viene accoppiato al magistero dantesco e non più a quello del Petrarca (si veda il Rebora dei Frammenti lirici).

In sostanza si pensa che il grande stile non sia mai morto (ricordo giusto a mo’ di raffronto il dibattito Mengaldo – Beccaria degli anni ottanta), ma si sia volutamente travestito sotto il manto della frantumazione, della mescolanza, tant’è che la nostalgia della lirica e della metrica chiusa pervade persino gli autori più insospettabili di un residuo legame con la tradizione, quali possono essere il primo Montale o ancora l’Ungaretti de L’allegria e viene poi di fatto riproposta anche ai giorni nostri quasi senza soluzione di continuità.

Diego Conticello

(per approfondimenti: Adele Dei, BISOGNO DI NUOVO. NOTE SULLA POESIA E IL SUO PUBBLICO FRA ’800 E ’900. In, Studi Novecenteschi, Vol. 36, No. 78 (luglio · dicembre 2009), pp. 437-446)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *