terzago lotter

“L’uomo è una nube”. Sulla poesia di Maddalena Lotter e Francesco Terzago

di Damiano Sinfonico

El hombre es una nube de la que el sueño es viento.

(Luis Cernuda)

I libri d’esordio di Maddalena Lotter (Verticale) e di Francesco Terzago (Caratteri), usciti rispettivamente nell’estate del 2015 e del 2016, costituiscono due prove di valore di due autori quasi coetanei (nata nel 1990 lei, nel 1986 lui). Spicca nella loro scrittura la volontà di raccontare e dire le cose pianamente, senza strappi e giochi di prestigio, senza appellarsi a teorie esterne al testo: il lettore giudicherà muovendosi tra quei versi e valutando se quello che stringono tiene. Se i versi funzionano, non c’è bisogno di sconfinare in talvolta oscure e sempre autoassolutorie discettazioni, come invece altre epoche ci hanno abituato, producendo tanto materiale già deperito.

In Lotter e Terzago si apprezza la ricerca della parola precisa, esatta, musicale; la capacità di invenzione e di reinvenzione che getta sul reale una luce personale; la volontà di scrivere un verso aderente al proprio vivere. Questo tratto di duratura limpidezza innerva i loro libri, benché con misure differenti: poesie brevi, a volte epigrammatiche, quelle di Lotter; molto lunghe, quasi mini-poematiche, quelle di Terzago. Entrambi esprimono un modo originale di porsi di fronte alle cose, ragionando sulla propria condizione e sul proprio destino, con una voce che mescola sapienza e fragilità. Sia Lotter sia Terzago spesso raccontano degli avvenimenti in sottotono, filtrandoli con il loro sguardo ma senza bucarli con la loro presenza, e assistendo attoniti agli intricati intrecci che affiorano nelle loro vite.

La natura dell’io è continuamente interrogata da Terzago, che matura una coscienza greve della propria levità: “Mi sono sentito senza peso”, “Ciò che so di me stesso è poco”, “Ero … sollevato dal mondo”, “l’elasticità di esserci, di esserci a metà / e di non esserci del tutto, come stare in bilico sul trampolino”. Mentre Lotter ragiona sulla propria posizione in relazione agli altri: i suoi testi sono gremiti di altre persone, a volte indistintamente confuse in un pronome plurale, altre specificate come presenze amiche o familiari o sintetizzate in una seconda persona singolare. Chi si è in mezzo agli altri? Come comportarsi, che cosa trattenere e che cosa dare? Queste domande sembrano ispirare i moti di avvicinamento e nascondimento, la ricerca di fusione e di distanza, che alternamente scattano nei suoi testi (e che giungono alla confessione: “restarsi dentro / non vuol dire chiudere fuori, / è l’ascolto del mondo, l’apertura”).

Anche la riflessione intorno al tempo è persistente in entrambi i libri e viene svolta in relazione al soggetto. Terzago sottolinea lo scorrere sofferto del tempo storico (visibile per i brutali mutamenti urbani) e di un tempo tout court, come nella lunga metafora della lavatrice che con la sua azione restituisce i vestiti al loro pulito originale: “Dopo avermi dato un bacio sulla guancia / mi dici che stenti a credere nell’esistenza / di questa macchina, capace di riavvolgere, / due clic, ammorbidente, detersivo, / il tempo, che ci appare allora inesauribile”. Versi preceduti da un’immagine molto bella: “Il Mare del Nord sta / per esondare dalla fotografia alle tue spalle / e la mia speranza è che ci trascini lontano”.

In Lotter il tema del tempo è anche un principio strutturale che organizza il libro in tre parti (Da dove veniamo, Chi, Verso dove), con l’ultima sezione intitolata appunto Gli anni. I ricordi dell’infanzia, le diverse fasi dell’io a venti poi trenta anni e poi in un più in là imprecisato, si snocciolano restituendo sulla pagina il mutare dell’io e la sua metamorfosi ascendente. Ma in questa geometria è presente anche l’eccezione, “l’età del nulla”, con “il mondo in attesa di noi”: età già così lontana e appena risarcita dal ricordo: “ma ci sono ancora io a ricordarti / magra e sedicenne nel frutteto / quando cantavi Moon River / raccogliendo i fichi”.

Le immagini sono ben visibili e profondamente partecipate. “Volevo sostituire quel ricordo / con uno piovoso di luce” è un incipit di Lotter, o “spero un giorno di somigliare all’aria, / allo spazio tra due cose o a un’idea che nasce” è una sua chiusa. “Per le strade non / sarebbe andato nessuno ancora per alcune ore, / la stanza, la casa, il quartiere, la città e noi soli / addormentati come annegati; è un abisso / ora inaccessibile, quello degli annegati ricongiunti”, scrive in una poesia Terzago.

Un ulteriore pregio che accomuna i due autori è la volontà di descrivere e raccontare i luoghi abitati o gli spazi attraversati. Lo fa per esempio Lotter in una poesia dedicata a Venezia, dove una descrizione quasi di un quadro, vivo però per le attività commerciali, sfocia in uno speculare piano interiore  (“Si fa buio a Venezia, / i tetti antichi delle case si affacciano / rossi e rosa sull’acqua mentre chiude / il mercato del pesce / e d’oro son le nostre voglie mute”); lo fa Terzago prima in una poesia dedicata a una macelleria marocchina, costruita come un piano sequenza e legata dalle premure nei confronti di un’ospite alternate alla descrizione della macelleria, delle sue decorazioni e dei suoi sapori, lo fa poi in una poesia dedicata a un viaggio in aereo, dove il tono avvolgente e solare, la precisione di emozioni e di dettagli tecnici, la sintesi tra esperienza e meditazione si fondono in un flusso ipnotico (“E fu forse troppo facile, in quei / minuti euforici, dimenticare che c’era un altro mondo / in attesa, al disotto delle sconvolgenti nubi, un mondo / spaventoso e amato…”).

I due libri offrono una bell’esempio della ricerca poetica di questi anni, orientato a una trasparenza della lingua e a una verticalità dell’esperienza. La loro scrittura, quasi sempre impeccabile, può essere un’ottima compagna in questo periodo di sperimentazioni e riassestamenti.

 

 

Maddalena Lotter, Verticale, Lietocolle-Pordenonelegge, Faloppio, 2015

 

Francesco Terzago, Caratteri, s.e., Carrara, 2016

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