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L’elogio del disordine: i Fuochi d’artifizio di Corrado Govoni (1905)

Corrado Govoni esordisce a soli 19 anni con due raccolte e all’età di 25 ne ha già pubblicate sei.

Le sue opere giovanili (pre-1915) sono scritte in maniera non immediatamente decifrabile e vengono ripubblicate solo ai giorni nostri.

I Fuochi d’artifizio escono nel 1904 presso Francesco Ganguzza, uno sconosciuto editore palermitano (Moretti dirà: «Ganguzza rimarrà un editore sconosciuto prima e dopo Govoni») e rivelano una carica innovativa sorprendente. Già dalla dedica si prefigura una voluta sconnessione della realtà, che viene deflagrata nei suoi nessi logici (figure del “barbagianni buffone”, delle “tre sorelle da cercare” e dei “fiori finti in una campana di vetro”).

Si ricerca un orientamento antipoetico, ma anche ipoculturale e subentra una visione antisublime del poetabile, ottenuta attraverso passaggi disordinati.

Questa raccolta prende vita tramite forti parallelismi a distanza, in un continuo gioco col lettore, al fine di trovare simboli sempre nuovi, che consentano di intraprendere gli innumerevoli sentieri che costituiscono il labirinto del libro: il poeta cerca di depistare il fruitore (se stesso?), tant’è che sovente diversi sottopercorsi del labirinto annegano nel nulla, cioè non si scovano anche dopo la fine dell’intera raccolta. Sembra insomma che tutto sia deliberatamente caotico, lo dimostra l’assenza di sezioni in un volume che consta di ben 95 componimenti.

Alcuni esempi. “Il tubercolotico” è accostabile ai versi de “Il lamento del tisico” per ragioni testuali esplicite (termini e tematiche simili). Ancora in “Il piano”, Govoni si vede tisico per impietosire una donna e mima gli effetti fisici della febbre, finge in tal modo di perdere il controllo del proprio verso. Stordisce le aspettative del lettore in “Metamorfosi”, con un trasformismo celato nella figura di un esploratore giramondo, alter-ego del poeta stesso.

I rimandi non sono solo tematici, come avviene nella poesia “Il labirinto”, legata a “L’orologio di S. Pasquale” da connessioni puramente metriche.

In alcuni passi è Govoni stesso a chiedere spiegazione dei versi al proprio lettore, suscitando lo sbigottimento tipico di chi si sente chiamato in causa all’improvviso. Ma nel poeta, in realtà, non scema per un istante la consapevolezza lucida del proprio delirio: questo provoca una frequenza digressiva disarmante, corroborata dalla giustapposizione di versi scollegati dall’argomento principale. Il flusso anarchico delle immagini che ne fuoriesce è più simile a un ‘domino’ simbolista che ad una scelta di stampo incolto. Al lettore resta il compito improbabile di riattaccare i cocci immaginativi, pena la perdita del senso globale. E’ giusto per tale motivo che i Fuochi balbettano grammatica (impresa ardua per ogni filologo che voglia cimentarvisi quella del risistemarne una punteggiatura senza senso apparente); le parole vengono modificate a piacimento per rientrare nella rima o nella metrica, diversi sono infatti i neologismi che provocano disordini metrici (con versi anche di 29 sillabe).

Secondo Francesco Targhetta, che di recente ne ha curato la ristampa in una bellissima veste tipografica, la tensione feroce insita nel poeta lo porta a sconvolgere lo stesso caos, in un «imperituro monumento all’imperfezione». Marino Moretti dice che da Govoni ci si può attendere di tutto, d’altronde quale altra qualità vorremo noi da un poeta?

Diego Conticello

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