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Un personaggio in cerca di poesia. Luigi Pirandello poeta

Agli inizi della propria carriera Luigi Pirandello vedeva se stesso come autore in versi più che in prosa. Ci riporta questa attitudine, che i lettori d’oggi potrebbero percepire quantomeno come inconsueta, il carteggio con Luigi Capuana il quale, non tardi, lo dissuase dal proseguire su queste strade. Tuttavia, nei primi anni di attività del nostro (fino al 1892), si rileva il preponderare quasi esclusivo del taglio poetico, diverso tempo addietro quindi rispetto alla lavorazione dei primi romanzi come L’esclusa. Ricorda lo stesso autore:

«Il mio primo libro fu una raccolta di versi, Mal giocondo, pubblicata prima della mia partenza per la Germania. Lo noto, perché han voluto dire che il mio umorismo è provenuto dal mio soggiorno in Germania; e non è vero; in quella prima raccolta di versi più della metà sono del più schietto umorismo, e allora io non sapevo neppure che cosa fosse l’umorismo». (Da una sintetica autobiografia, scritta da Pirandello probabilmente fra il 1912 e il 1913, per il periodico romano “Le lettere”, del 15 ottobre 1924)

Il filone versificatorio pare così l’humus sotteso a quello prosastico, e sfocia nel 1912 con la raccolta Fuori di chiave. La facies lirica, probabilmente mai morta in Pirandello, pervade anche l’estrema maturità, allorquando (lettera a Marta Abba del 1930) lo scrittore parla dei suoi Giganti come del <<trionfo della poesia e della fantasia in  un mondo che s’ammoderna troppo in fretta>>.

La poesia non è dunque solo accompagnamento alla fase naturalistica del giovane Pirandello, ma terreno fertile per la formazione del suo sentimento del contrario, del capovolgimento ironicamente amaro tra realtà e illusione. Questo carattere lo si vede in raccolte come Malgiocondo e Pasqua d’Igea, che ribaltano parodisticamente numerosi passi divenuti ormai classici, come certi luoghi dell’Adelchi manzoniano (episodio della vergin pia) o i carducciani Cipressi di S. Guido, che si tramutano per un istante in “alberelli vecchi e grami” nella poesia “Ante i soli” della raccolta Zampogna, e ancora i versi del componimento “Chiù”, che scimmiottano l’Assiuolo di pascoliana memoria (d’altronde le onomatopee sono rarissime in Pirandello e non giovano ad altro uso che beffeggiare Pascoli, molto avversato dal nostro). In Fuori di chiave Pirandello metterà in forte dubbio il tema, molto caro a Pascoli, del ‘contentarsi del poco’.

Esiste – è chiaro – anche una vena riflessiva e intimistica nelle poesie dell’autore dei Sei personaggi, la quale fa capo soprattutto al Leopardi della vanitas vanitatum (“vano” è il lemma più presente nella poesia pirandelliana; l’ultimo verso di “Solitaria” in Malgiocondo si chiude sulla vanità dell’essere infinito, com’era in A se stesso del recanatese) e ad un certo Carducci anticristiano, in particolare quello del ‘cruciare’ di Ode barbara in una chiesa gotica. Questi scorci tematici hanno fatto riflettere Umberto Bosco su un “pre-crepuscolarismo della vanità delle cose”, che potrebbe far pensare inoltre a certo dannunzianesimo paradisiaco ante litteram o all’Arturo Graf pre- “Rime della selva”.

Diversi ed eterogenei sono gli echi della poesia nelle opere successive secondo anche i più recenti studi di Enrico Elli. Basti pensare alle rievocazioni infantili di “Ritorno” della raccolta Zampogna (1901), permeate di un fascinoso “mare africano” o di terre che sembrano “argille azzurrine” e che ritorneranno quasi inalterate in uno scritto come “Informazioni sul mio involontario soggiorno sulla terra”. Si rifletta oltretutto sull’aspra polemica dell’ultimo Pirandello nei confronti  dei miti classici e a favore di elaborazioni moderne nel cosiddetto “Teatro del mito”: ebbene questi disfattismi trasformistici vengono desunti a piè sospinto da alcune poesie degli anni ’20 quali “Scafandro” o “Laomache”.

In Pasqua d’Igea si legge di una vecchia zia che si traveste per sedurre l’uomo della figlia e sovviene subito il sentimento del contrario; ancora in “Allegra” (Malgiocondo) si assiste ad una sfilza di personaggi, guardati passeggiare dal balcone alla maniera di Palazzeschi, ma non si sa che quasi tutti diventeranno in seguito soggetti delle numerose Novelle per un anno.

Grazie pertanto soprattutto al contributo degli studi di Enrico Elli, si stanno ritrovando parecchie poesie di Pirandello, disperse in riviste sconosciute anche di fine Ottocento: i risultati più eclatanti hanno portato alla luce una poesia come “Baleno” (consta di 6 terzine), scovata in appendice ad un saggio su Pirandello di Ugo Fleres, apparso ne “La Critica” di Palermo del 18 luglio 1895; oppure un sonetto “Agli sposi” nel quindicinale messinese “Genio e follia”, diretto da un certo Gabriele Merenda. Le ricerche, ancora in fieri, hanno già apportato nuova linfa nel delineare la figura di uno scrittore insolito rispetto al Pirandello che noi riconosciamo quale maestro indiscusso del teatro e romanzo novecentesco.

Diego Conticello

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