“Arrival”: lo stile di Denis Villeneuve

Arrival

Un altro cinema è possibile. Già autore apprezzato di sette film, gli ultimi “Enemy” e “Sicario”, il canadese Denis Villeneuve realizza un film di fantascienza introspettivo. Con la sceneggiatura di Eric Heisserer, la fotografia di Bradford Young, il montaggio di Joe Walker, la scenografia di Patrice Vermette e le musiche di Jóhann Jóhannsson, “Arrival” possiede un’atmosfera e un respiro interiore che lo tiene lontano dai prodotti fantascientifici usa e getta.

Si colgono echi del cinema di Kubrick, Spielberg e Malick, nello stile visivo di Villeneuve. In primo piano il suo modo di rendere ogni inquadratura inquietante e dolorosa, collegata con i colori cupi e le domande che in ogni fotogramma il racconto per immagini sollecita sul piano emotivo e razionale.

Tratto dal racconto “La storia della tua vita” di Ted Chiang e presentato all’ultima Mostra di Venezia, “Arrival” descrive l’incontro della linguista Luisa Blanks (Amy Adams) e del fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), sotto la direzione del colonnello Weber (Forest Whitaker), con imponenti alieni, dotati di sette arti, mentre il mondo si prepara a un possibile conflitto tra i  terrestri e gli esseri singolari provenienti dallo spazio. Adams (“American Hustle” e “Animali notturni”) e Renner incarnano figure che cercano di trovare scientificamente ponti con il “diverso“, scongiurando il conflitto.

Su tutti la sensibile Amy Adams nei panni di un personaggio fragile e misterioso, centrale in un film che indaga su temi come l’elaborazione del lutto, i limiti e le potenzialità del linguaggio verbale, l’importanza della comunicazione in una realtà internazionale dove prevale la logica amico-nemico. Le incomprensioni e gli equivoci che possono condurre alle guerre sono un rilevante spunto di riflessione. A prevalere è una dimensione narrativa politica, scientifica e allo stesso tempo esistenziale, che si sviluppa violando le regole della linearità temporale e non smettendo mai di interrogarsi sulle fragilità della vita, sulle irrazionalità e gli interrogativi, annidati soprattutto nell’inconscio.

Alle prese adesso con l’impegnativa regia di “Blade Runner 2049”, sostenuta dallo sguardo vigile di Ridley Scott come produttore esecutivo, Villeneuve qui trasmette visivamente suggestioni e inquietudini frutto della macchina da presa, delle luci, le scenografie, i colori e gli occhi tesi della protagonista. Otto le candidature all’Oscar per un film che impone una seconda visione per un’analisi più approfondita.

Forse, nel raccontare gli eserciti e i governanti del mondo, “Arrival” sfiora il manicheismo, ma si mantiene sempre su un piano realistico e fantascientifico, filosofico e analitico, che lo preserva quasi sempre da una lettura semplificata.

Marco Olivieri

La recensione è tratta, in buona parte, dalla rubrica “Visioni” del settimanale “100nove Press” del 26 gennaio 2017.

Immagini dalla pagina Facebook del film.

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