foto-gianluca-dandrea

“Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea – Segnalazione di Gian Ruggero Manzoni

di Gian Ruggero Manzoni

transito-allombra_web

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra, Marcos y Marcos 2016

Il transito “clandestino”, nei chiaroscuri dell’essere, di Gianluca D’Andrea, diviene la grande metafora dell’Italia dagli anni ’80 ad oggi, ma non solo, anche quella di un’Italia di sempre in cui la storia d’insieme pare, di continuo, collassare e rimandare a quella di se stessi, del singolo, perché, l’insieme porta in sé ben poche verità, al contrario di ciò che invece l’individualità (l’individuo), tramite memoria, ricordo, rievocazione, linee tracciate fra l’oggi e il domani, e il domani e il trascorso, può condurci a delle autenticità di analisi che si avvicinano, molto, e infine, a quella che è stata la realtà dei fatti.

Operazione oltremodo interessante quella che D’Andrea ha condotto entro questa sua ultima raccolta in cui la dicotomia “lirismo” e “narrazione” trovano una convergenza, o, meglio, approdano a un terza via, quella del dirsi e del dire senza che canoni e neppure linee di tendenza inciampino l’andare. Perciò originale, perciò molto personale, risulta l’insieme, in cui la nostra penisola, l’essere del poeta e il nostro essere si avviluppano assieme, alla pari dei serpenti riportati in copertina, nel bel disegno di Luca Mengoni, i quali si vanno ad attorcigliare a gambe che, comunque, tentano il passo, senza che gli stessi quindi lo vadano a impedire per intero. Simbolico il tutto, come simbolico il procedere di D’Andrea, che per nulla si arrende a quello che di misterico la nostra storia ci ha consegnato e ci continua a consegnare. Poi le impennate di tono, qua e là, certe tensioni, certe rasoiate, che conducono il corso … il transito … a livelli maggiormente accusatori, oppure a planate struggenti di sentimento, ad atmosfere ritrovate, ad affetti familiari, a un sud e un nord che delineano i caratteri del poeta, siciliano di nascita ma lombardo d’adozione. Quindi i luoghi della riflessione, tipici della provincia, non certo della metropoli, i richiami diretti a personaggi, parole, lessici attuali, e di nuovo il tornare a rivangare modi esistenziali e letterari che furono e che quindi hanno dato forma al nostro presente, e ancora altre stoccate verso un futuro che s’incarna nella figlia oppure nel rapporto che egli ha, quale insegnante, coi giovani allievi che segue.

Fabio Pusterla ha scritto nella nota introduttiva alla raccolta: “Nervoso nella lingua e nello stile, nervoso nello sguardo che getta sulle cose, il Transito all’ombra di Gianluca D’Andrea procede lungo uno stretto crinale, uno spartiacque tra io e mondo, destino individuale e storia collettiva, estrema possibilità di rappresentare o narrare e verosimile impossibilità di trovare un senso, luce e buio, dovere di memoria e dimenticanza”, giusta la lettura, ma da parte mia andrei ancor più al di là, come già ho accennato sopra. Gianluca d’Andrea non demorde. Se l’ombra ha incupito le trame rendendole “occulte”, la voglia di luminosità fuoriesce tra parola e parole, fra verso e verso, fino a dichiarare tutto il suo candore in assunti come: “il cielo si perde oltre lo sguardo”, “parlerò forse / della forza immaginifica dell’aria, “nel nero trasparente avverto, / non ci sarei, / la possibilità di dire il buio / non / la sua necessità, “la luce dietro la tenda”, fino alla chiusura della prima poesia della silloge, in cui i frastuoni della guerra (di una delle tante guerre) sono ancora presenti, ma la ricerca di un altrove incalza: “ci riconoscevamo negli scoppi, in un moto cieco, nella vertigine” … in cui quella instabilità, quel mancamento, quel capogiro risultano i prodromi di un superamento che conduce fuori dalla cupa trincea del resistere per proiettarsi contro l’attuale persistente stagnazione, contro la crisi, contro la palpabile, sociale, rassegnazione. D’Andrea è di coloro che, seppure consci della difficoltà, non si arrendono, e ciò me lo rende particolarmente caro. La conoscenza della complessità del mondo non lo arresta, anzi, diventa stimolo. Il tempo non lo attanaglia, infatti lui diventa fautore del proprio tempo e si dà ritmo e tempo. La condizione non lo vince, perché né la forma né la consuetudine ne possono arginare il transito. Così che l’andare è salvo. La mutazione ritorna costante, e costanza.


In copertina: Gianluca D’Andrea (foto © Daniela Pericone)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *