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FLASHES E DEDICHE – 36 – TRANSITARE NON ARRIVARE – GIANLUCA D’ANDREA

Non è semplice flashare sull’ultimo libro di Gianluca D’Andrea. Qua si possono trovare aggiornate, le notizie e recensioni riguardo al testo https://gianlucadandrea.wordpress.com/transito-allombra/
Qualcosa si può aggiungere, c’è sempre un più in ogni pensiero. Devo riconoscere che il libro è stato ben criticato e sviscerato da penne più nobili di questa. Diciamo, a mio avviso, che siamo davanti ad una costruzione poetico-architettonica ben riuscita, anzi perfettamente riuscita. Le tre grandi suddivisioni non ingannino, il progetto è unico, fortificato e saldo-saldato. Dispiace inflazionare il dibattito critico sul testo con interventi quasidandrea giornalieri. Il libro è importante ovvio, pubblicato per  la Marcos y Marcos nella collana diretta da Fabio Pusterla, ma e qui c’è il ma che getto, non è un punto di arrivo o di raccolta. Non è la somma esperienziale del vissuto-viaggio dell’autore, un girovagare nervoso tra Messina e l’ultimo luogo-non luogo. Sono sicuro che D’Andrea utilizzerà questo testo base, come punto di inizio del travel-poetico, dove le zone recintate sono ancora da visitare e raccontare anche alla piccola Sofia.

 

Un luogo cui fu offerta una promessa
rifiutata dal luogo; contingenze,
si narra, che portarono al grigio
delle fabbriche chiuse, ai primi freddi,
a una popolazione in affanno.
Oggi un attrito di odori ci accompagna,
le vostre difficoltà sotto mura incomplete
e sotto lo sguardo volatile di questo umile nord,
più tiepido, vibratile…
l’origami disegna gru, s’immilla.

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Acquisimmo, assorbimmo, attraversammo
il passaggio del millennio e il livello
si ridusse in esplosioni nere,
i grattacieli, gli uccelli, figure
disegnate come rondini nel cielo cupo,
fissi a un dislivello in cui le frontiere
e gli impatti ebbero il dissapore
del dubbio. Da allora niente,
una scomparsa, idee allusive:
mura tra virtù fibrose,
connesse all’impaccio di un’agricoltura di ritorno.
Il campo è coperto di residui,
la polvere aspetta l’acqua che la copre.
Poi, un po’ di sopravvivenza della luce
senza il coraggio della presa,
volte e architravi e solchi
e tranci di cielo rosa.
Parlavamo minimale o tronco,
in astratto, di traiettorie interstellari,
membrane, lacci e buchi,
quante soluzioni per le mani,
proteggemmo persino i liquami
che intanto scorrevano nei parchi,
nei campi.
Per anni osservammo le nuvole
accompagnando ai pronostici
le previsioni meteo e uscivamo
cercando di portare a casa la pappa;
un padre torna con un sacchetto,
nell’altra mano la figlia
stringe (o è stretta),
accanto un’auto calpesta le foglie.
Ci accampammo per alcuni giorni
tra le macerie, ai margini di altre dimensioni.

 

 

 

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