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[Poiesis]: Edoardo Sanguineti legge quattro sue poesie

Edoardo Sanguineti legge quattro sue poesie

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Io penso rose e vedo musiche di rose e sento colori di rose rosa (con qualche punta di garofani, forse di dalie: ma molto in secondo piano) sarà un effetto specifico qui di Tashkent, immagino: (e sarà un sintomo di un tasso alcolico che cresce, lo so, dentro le mie mature vene vane):
questo vale a) per il tè verde senza succhero: b) per spostare la saponetta della doccia:
e persino c) per il caffè: (per quello semiturco, al minimo, di martedì mattina, sorbito nell’atrio di una specie di casa della cultura): e vale
di (per le runò e) per le rossiiskie:
e poi vale (potrebbe valere, cioè) f) per questa
rosa tropicale nera (parlo di tutto questo pasticcio, sempre, notevolmente sin estetico): se soltanto, però, io potessi attirarmela tanto da annusarmela, in uno di questi giardini da gazzella, quella, un momento): (parlo di una gazzella fatta bene, con il fuoco e con l’acqua): (e con le rose):

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno

ora pesta la ghiaia, ora scuote la propria ombra, ora stride,

deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,

la forma del tetto, il colore della paglia: senza rimedio il tempo si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse;

saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?

non queste forbici veramente sperava, non questa pera,

quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache.

(Da Erotapegnia, poesie 1956/1959)


nella mia vita ho già visto le giacche, i coleotteri, un inferno stravolto da un Doré,
il colera, i colori, il mare, i marmi: e una piazza di Oslo, e il Grand Hôtel
des Palmes, le buste, i busti:
ho già visto il settemmezzo, gli anagrammi, gli etto-
grammi, i panettoni, i corsari, i casini, i monumenti a Mazzini, i pulcini, i bambini,
Ridolini:
ho già visto i fucilati del 3 maggio (ma riprodotti appena in bianco
e nero), i torturati di giugno, i massacrati di settembre, gli impiccati di marzo,
di dicembre: e il sesso di mia madre e di mio padre: e il vuoto, e il vero, e il verme
inerme, e le terme:
ho già visto il neutrino, il neutrone, con il fotone, con l’elettrone
(in rappresentazione grafica, schematica): con il pentamerone, con l’esamerone: e il sole,
e il sale, e il cancro, e Patty Pravo: e Venere, e la cenere; con il mascarpone (o
mascherpone), con il mascherone, con il mezzocannone: e il mascarpio (lat.), a *manus
carpere:
ma adesso che ti ho visto, vita mia, spegnini gli occhi con due dita, e basta:


Il meno peggio ragnettino, qui, praticatesi un rude rinopiercing, mi hanno ammonito
d’urgenza, era piuttosto saffico: (una cosa sottile, scura: congiunta, pare, a un’acre
e molto asprigna indonesiana piatta:
non è il caso di ridere, così (anche se ridono
i remoti semiti medesimi), se hanno singolarmente scaricato, dentro la singola 69,
il mio singolo me:
ho assunto un brodetto di tartaruga, adesso, qui all’Alexander,
in memoria di Popa: ho pianto i giorni delle crude aringhe, che masticammo lentamente
insieme, in questo porto, da queste parti:
(ma il paesaggio è in biodegradabile degrado:
sono più cupe le strade, più frigide e fragili: questo però è pure il mondo, e mi piace,
che è un dappertutto ormai dovunque, in cui ti manifesti e ti comunichi, quando un po’
tu riesci, con afrogesti e anglogemiti):
succhiami in blocco, mia tarantola eterna:

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