Calchi-di-Pompei-02

LETTURE di Gianluca D’Andrea (9): DETRATTORE E TERREMOTO

di Gianluca D’Andrea

A un detrattore

Abbaia pur di continuo contro me
e continua pur sempre a provocarmi
con i tuoi ringhi ostinati.
Ho deciso di negarti totalmente
la fama che da tempo vai cercando,
cioè di esser letto nei miei libri
e per l’intero mondo,
tu, così insignificante come sei.
Perché qualcuno dovrebbe mai sapere
che sei esistito?
Muori dunque ignoto, o sciagurato!
In Roma tuttavia non mancheranno
forse uno o due o tre o quattro
che la pelle d’un can morder vorranno:
le unghie io tratterrò da questa rogna.

M. V. Marziale
Epigrammi, Libro V, LX (trad. A. Carbonetto)

*

LX

Adlatres licet usque nos et usque
Et gannitibus improbis lacessas,
Certun est hanc tibi pernegare famam,
Olim quam petis, in meis libellis
Qualiscumque legaris ut per orbem.
Nam te cur aliquis sciat fuisse?
Ignotus pereas, miser, necesse est.
Non derunt tamen hac in urbe forsan
Unus vel duo tresve quattuorve,
Pellem rodere qui velint caninam:
Nos hac a scabie tenemus ungues.

***

«Provare nostalgia per certi periodi è una buona cosa a condizione che sia un modo per instaurare un rapporto positivo e consapevole con il presente; se invece la nostalgia serve a motivare un atteggiamento aggressivo e di incomprensione nei confronti del presente, allora bisogna rifiutarla».

M. Foucault

Provavo nostalgia per alcuni fatti della mia infanzia – e infanzia è un periodo ampio quando cade addosso la necessità di ricordare, e come avviene la selezione? – quando il mio presente, e dico pochi giorni fa, mi scaglia contro un’immagine non vista ma suscitata dal racconto di mia moglie.
Il terremoto, caro detrattore, trema in tanti modi in noi, ma poco ci tocca se non siamo immersi nell’evento. Allora l’immagine senza volto della bimba che salva la sorella proteggendola dalla caduta dei gravi, cade nella mia memoria, calcifica in uno strato già presente – Elsa, Anna, mia figlia e il lieto fine – ma senza lieto fine perché senza fine (se escludiamo queste ultime parole e la mia fine).
È la storia che trema e poi s’immobilizza. Penso ai calchi di Pompei, a strisce di testimonianza lugubre, a un individuo romantico che perde il suo eroismo nel filtro di un ricordo non avuto.
L’immagine di una bambina senza volto, morta sotto il peso di un gesto – e la sorella vive e sorride, cosa sarà del peso? – si riproduce sotto il peso strisciante di parole che faccio mie, ma non mi appartengono.
L’ha scritto qualcun altro? Sì? Allora ridirlo non guasta, anche perché l’occasione potrebbe non ripresentarsi, caro detrattore, ma non è vero.


In copertina: Calchi di Pompei (Fonte: VanillaMagazine).

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