Appunti a margine : Patrizia Sardisco – Crivu

di Diego Conticello

Dice bene Franco Pappalardo La Rosa, scrivendo che in Crivu – ultima raccolta di poesie di Patrizia Sardisco (Bagheria, Plumelia edizioni 2016 pp. 44 € 10, libro vincitore della 42° edizione del Premio Internazionale Città di Marineo) – «[…] manca qualsiasi ammiccamento al colore esterno, al sentimento popolare, all’ambiente che adopera un dato vernacolo, al folklore: alla poesia “dialettale”, insomma. Qui il termine dialetto preceduto da “in” (poesia “in dialetto”) viene indicato per specificarne l’assunzione quale vera e propria lingua della poesia, “che non accetta folklore” – secondo la lezione di Pietro Pancrazi – “e al dialetto chiede soltanto l’espressione e il suono, la qualità intima che si richiede ad ogni altra lingua”».
In effetti queste poche poesie della Sardisco non indulgono particolarmente per figurativismo o colorismo ma si distinguono piuttosto per dei toni mesti in chiaroscuro rispetto all’esistenza quale logorio pirandelliano tra vita e scrittura (e si noti in questo senso il ricorso al parallelo metaforico ripetuto giorno=dolore nascosto=vita e notte=dolore manifesto=scrittura). E, rispetto all’arcinoto assioma del maestro girgentano messo in bocca a Mattia Pascal: «La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola», la Sardisco applica un quid di rinnovata fiducia nella scrittura, filtrata tuttavia attraverso il dolore e persino il nascondimento alla vita stessa pur di continuare ad esperirla:

[…] attintàrisi n’e discursi ‘i l’àvitri
ìnchisi ‘i coffi
d’i vrazza caruti e mùtria strania
taliari ‘o latu
ammuccari ammucciàrisi
‘a curpa ‘i tutti i curpi
aspittari ‘a china
juncu calatu
stinnicchiatu curcatu
p’un s’arruzzulari
p’un si fari attruvari

Aspettare numeri dispari/trovarsi sempre /numeri vuoti/sempre gli stessi /sommare le volte/dividere le ore e il denaro speso/far corrispondere/il tanto al giorno/e il nulla tra le braccia//ascoltarsi nei discorsi altrui/riempirsi le borse /delle braccia cadute e insofferenza estranea/guardare al proprio fianco/ingoiare e nascondere /la colpa di tutte le colpe/aspettare la piena/giunco chino/disteso coricato/per non cadere/ per non farsi trovare

Tuttavia la parte “vitale” va continuamente “alimentata” così come la scrittura ma per fare questo ovviamente non ci si può sottrarre agli effetti dolorosi di entrambe poiché: «a vita rura/fin’a quannu cci ciusci/mentr’ancora t’abbrucia» e Patrizia tenta appunto con la parola, che declinata sul versante spinto dell’oralità diventa vuci, di vivificare un’esistenza affannata e continuamente in bilico – come direbbe Ripellino – “sulla riva del nulla” («u tempu ca t’u ricu/na ntrusciata di jorna/manc’a vuci a cuntalli»). E la voce, in maniera non casuale, prende fiato soprattutto su scenografie notturne, a testimoniare quanto la parola sia resistenza dimessa e umbratile – a limite appena rischiarata da qualche raggio lunare in “controluce” (a rinsaldare il discorso allegorico della coincidenza notte-poesia-voce-scrittura) – alla gravosità della vita mal nascosta dalla “maschera” (e qui ancora una volta ci sostiene Pirandello) del giorno, della vita che non permette cali di fragilità.

u parrari è d’u jornu e s’a fissìa
comu scarta culovia
cancia peddi e viòlu a cumminienza
u scriviri è nuttata e lanza feli
senza nudda prurenza scricchia l’ossa
e dici senza mancu pipitari

parlare è del giorno e prende tempo/come uno scaltro colubro/cambia pelle e strada quando gli conviene//scrivere è notte e vomita fiele/senza alcuna prudenza rompe le ossa/e dice senza nemmeno aprir bocca

Oppure:

a vuci c’u so’ tempu
u crivaro ‘un talìa
s’iddu ntrizza e chi ntrizza
d’a me terra s’hannu nfìlatu mmivu
petri puntuti e a vucca
si ntrizza ddisa e ciatu
si ntruscia a terra modda
e un caticeddu ‘i luna
si curca e per’u lettu p’attintari
quann’asciuca sta notti

la voce con i suoi tempi/un fabbricante di setacci non guarda/se intreccia e cosa intreccia//dalla mia terra sono passate a vivo/pietre appuntite e la bocca//intreccia saracchio e fiato/infagotta la terra molle/e un secchiello di luna//si corica ai piedi del letto per sentire/quando asciuga questa notte

Eppure è proprio dal buio che si genera la luce, è proprio quando sembra che uno spiraglio al dolore non possa intravedersi attraverso le tenebre che la parola sembra compiere il miracolo, piantare il seme della speranza e germinare un appiglio. Non a caso è frequente la metafora “fisica” e floralogica a sottolineare la fatica e la ciclicità di questa talvolta insana ma necessaria proporzionalità inversa tra vita e scrittura:

s’arruzzola nta vuci
u civu tunnu e amaru
spica d’u ciriveddu
senza ciatu e nte ìrita
dici ca crisci nsutta e ‘o scuru
nun’è acqua frisca o nìviru di siccia
u ciumi nfunnu chi s’abbrazza i ràrichi
o funnu è trubbulu e allucenta ncapu
cunsola petri e alliscia
i facci i chiddi morti
c’affaccinu nte sbrizzi

ruzzola sulla voce/il nocciolo rotondo e amaro/spiga dalla mente/senza fiato e sulle dita//dicono che cresca di nascosto e al buio/non è acqua fresca o nero di seppia/il fiume profondo che abbraccia le radici//sul fondo è torbido e luccica in superficie/consola pietre e blandisce/i volti dei morti/che affiorano sopra gli schizzi

Non a caso in questo finale si assiste ad un eterno ritorno della morte quale elemento necessario e “connaturato” di questa farraginosa e sofferente ciclicità.
In un componimento sul finire della raccolta si assiste addirittura ad un’evoluzione del complesso impianto metaforico orchestrato dalla Sardisco, nel quale si innesta una variante giocata su una antinomia tra oralità e scrittura.

parola c’un si scrivi
un è di nuddu
parrari è ciumi
curri e addivinta nenti
a mari ranni
_ a rina fina
ca curri rintra u roggio sempr’a stissa
scriviri è crivu
ri ogni ura ‘ rura
ross’a passari
_ a petra mmivu
ca senza tempu fiddulìa a lingua

parola che non si scrive/non è di nessuno//parlare è fiume/scorre e diviene nulla/nel grande mare/la sabbia sottile/che scorre nell’orologio sempre uguale//scrivere è setaccio/di ogni ora dura/troppo grande per passare/la pietra tagliente/che senza tempo lacera la lingua

Un’oralità dunque che dà vita ad una parola destinata a dissolversi e a non risultare pertanto alleviante né decisiva (e si noti quanto tutto questo renda vano ogni tentativo precedente di affidare alla “voce” una soluzione anche precaria) e va, pertanto, temprata al filtro della scrittura, al fine di ottenerne almeno un barlume risolutivo laddove la voce, troppo ampia e pertanto vaga, non riesce a passare da alcuna cruna di dolore, di fatto autosilenziandosi e perdendo la sua sperata efficacia.
Nel complesso un grande ma precario equilibrio sostanzia questo impianto poetico, equilibrio di asciutta ma sofferta eleganza formale, ottenuta per via di rinunce a coloriture nel vernacolo ma ricorrendo a una lingua franta e setacciata dalla quale distillare poche ma preziose risorse per una sparuta sopravvivenza alla vita stessa.

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