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Le narrazioni (Sicilia) – IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE, I Quaderni di Antonio Bruno/IV parte

«IL BISOGNO DELL’ASSOLUTO E DI CINQUANTA LIRE».
I QUADERNI DI ANTONIO BRUNO
IV parte

di Antonio Lanza

Presentazioni

Lasci perdere, lasci perdere, dice l’uomo alla cameriera ma guardando noi, e anzi perdoni l’escandescenza, lei non ha colpe, è l’ambiente a rendervi così; e sarei stato lo stesso anch’io se non avessi avuto l’occasione di andarmene, da qui, di tanto in tanto; qui le infinite possibilità che ciascuno ha dentro di sé, si restringono: non si può che essere uno, uno soltanto, è per questo che appena torno qui mi sento subito soffocare, perché vi vedo limitatissimo e opaco l’orizzonte d’avventura morale di cui posso soltanto vivere, non so se mi capisce; e quando dico uno, lo dico non nel senso di singolare, unico, ma di come tutti. Ora lei non ha della carta perché non è previsto, qui, che qualcuno gliela chieda; ma non è colpa sua, ripeto, e io non avevo nessun diritto di alzare la voce, o di battere il pugno come un carrettiere ubriaco, e dopotutto, sa, la voglia mi è passata, di scrivere le due parole. Se i signori permettono, invece che un foglio di carta, mi piacerebbe ora far loro compagnia, li ascolto da quando mi sono accomodato: i signori sono per caso scrittori?
Parlavamo di Antonio Bruno, dico io, eludendo la domanda, ne ha sentito parlare?
Allora voi non volete capire, replica, e fa per alzarsi, ma prima facendo segno con un dito verso il nostro tavolo: allora, posso?
Io e Luigi La Rosa non abbiamo nulla in contrario.
Mentre dà istruzione alla cameriera di portare da noi il suo arancino e la sua acqua (Ma lasci stare la sedia, le dice, alla sedia ci penso io), inizia a compiere delle manovre comiche per poggiare i piedi a terra, provando a scivolare in avanti con il sedere. Quando le suole delle sue luccicanti scarpe nere dal tacco alto toccano finalmente terra, si alza di scatto come una molla, solo che la sedia che ha la spalliera con i pioli orizzontali distanti l’uno dall’altro gli rimane attaccata alla schiena, anzi, ora che vedo meglio, alla gobba.
È un numero che mi riesce sempre a meraviglia, esclama con una bocca larga, sorridente. Una volta mi è successo a casa di Primo Conti, a Firenze, nel ’17, in uno slancio di esaltazione, mentre leggevo la mia Sérenade de la Poupée. Avreste dovuto vedere la faccia mortificata di Primo e degli altri. Quando lo faccio a Catania, dice mentre si avvicina, in genere si sganasciano tutti dal ridere. Cameriera, mi aiuti a disingropparla, per favore. Vi piace, disingropparla? Mi presento, ci dice poi sedendosi. Dunque, sono io Antonio Bruno.

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Parigi, 1923

Ci guarda dritto negli occhi, con l’aria di chi vuole sfidare la nostra incredulità. Quando gira nuovamente la testa verso di me, è come se a fissarmi fosse il mezzobusto fotografico che ho sempre visto stampato sui libri di Antonio Bruno, solo che adesso ha acquistato una inedita, impossibile, tridimensionale mobilità. Sento un rombo, come di uno scooter, passeggiarmi dentro il cervello, salvo poi scoprire poco più in là, sbirciando oltre la spalla di Bruno, uno scooter vero compiere un cerchio intorno a due ragazze, che emettono dei finti scoppi di risa al centro della piazza, mentre il ragazzo in sella, senza casco, si allontana a velocità tra le occhiatacce dei padri, mentre la marmitta sputa fumo azzurro.
Non ci fu nessun impiego, sussurra allungandosi per quanto può sul tavolo. Un gesto che indirettamente ci predispone entrambi, me e Luigi, all’ascolto di una confessione.
Intende lì a Parigi?
Mio padre non intendeva più saperne di mandarmi soldi, dietro c’erano anche le trame della mia matrigna, sono sicuro, ma io d’altra canto non avevo nessuna voglia di mettermi a lavorare, prosegue, e Parigi era una distrazione continua, ero preso da un turbine quotidiano di eventi, dove lo trovavo il tempo per lavorare: teatri, mostre, musei, cene galanti, e poi le sublimi chiacchiere del salotto di madame Aurel, una folla di artisti, letterati, politici influenti, il tutto avvolto dal fumo delle nostre costose sigarette; e russe, poi, tante donne russe espatriate, bellissime. Di una di queste mi sono innamorato, si chiamava Betty, aveva i capelli alla maschietta, biondi, e due occhi azzurri, e un visino da uccellino smarrito, buona e tenera, parlava un discreto francese, disegnava, e godeva di ottima salute. Cosa molta strana per me, che me ne fossi cioè innamorato, dal momento che in genere mi faccio prendere al laccio da donne malate, squilibrate o sventurate. Era ricchissima, la madre le era morta a Mosca, e al mondo le rimaneva solo il padre, che l’adorava, ed era innamorata anche lei di me. Insomma, al buon Guglielmino ho mentito, non avevo ottenuto nessun lavoro, nella stessa lettera mi ero tenuto sul vago, per paura di non essere credibile. Per tutto il 1923, finché sono rimasto a Parigi, è stata Betty a mantenermi. Ero sempre ossessionato però da quello che si diceva di me e di papà tra quei letteratuncoli catanesi. Il Moncada, che faceva spesso la spola da Catania a Parigi, mi riferiva che alla Birreria Svizzera e al Bar Brasile gli amici gongolavano per questa mia sventura, Peppino Villaroel, Mauro Ittar, Giovanni Centorbi e anche i piccoletti, Ercolino Patti e Vitaliano Brancati, tutti dicevano che ero stato io la causa del dissesto economico di mio padre, e se la ridevano di me, dicevano che mi stava bene ora, e che ero finito a lavare i piatti nell’Hotel dove alloggiavo, per potermi comprare il biglietto del ritorno. Volevo che si sapesse invece che a Parigi vivevo onorevolmente, che mi guadagnavo lo stesso di che mangiare, anche senza i soldi di papà.

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C’era poi un nuovo progetto letterario. Non quello dei Ventimiglia e dei Chiaramonte, con quello mi ero arenato e cominciavo a pensare che sarebbe stata Catania e non Parigi il luogo adatto per scrivere quel romanzo di ambientazione siciliana. Mi ero invece messo in testa di pubblicare le lettere di Ada Novelli. Mi ero portato a Parigi, tra pochi altri libri e qualche quaderno di appunti, alcune decine di lettere che ci eravamo scambiati tra il ’16 e il ’17 quando Ada era ancora la mia amante fiorentina. Intendevo farne un romanzo epistolare, anzi avrei inserito anche alcune delle mie lettere perché il quadro fosse chiaro e completo: la psicologia di Ada, il rapporto con le sorelle, il miserevole e gretto ambiente piccolo borghese fiorentino, etc. Ma intendevo farle tradurre in francese e pubblicare il libro prima a Parigi e solo dopo in Italia. Ai miei cosiddetti amici, a Catania, avrei messo la museruola, e sarebbero schiattati di rabbia e invidia. Avevo già un titolo, 50 lettere d’amore a Dolly Ferretti, e un paio di scrittori francesi erano concordi nel ritenere che si trattasse di un buon libro. E anche il professore Guglielmino mi scrisse consigliandomi di seguire questa strada. Poi, giuro che non è stato per pigrizia mia, qualunque cosa ne dica mio padre che di pigrizia mi accusa da quando sono al mondo, giuro che non è stato per colpa mia se l’iniziativa è naufragata. Forse se avessi potuto rimanere più tempo a Parigi, se la mia salute non fosse stata sempre così cagionevole…
Bah, non rimpiango nulla, non posso rimpiangere nulla, dal momento che quel 1923 parigino fu per me anche l’anno del ritorno alla fede. Addenta finalmente l’arancino aggredendolo dalla punta. Scusatemi, dice dopo avere inghiottito il primo boccone, ma mi è venuta un po’ di fame; voi non prendete nulla? In quattro morsi l’arancino sparisce dentro la sua bocca, con un tovagliolo di carta si asciuga le labbra dall’olio lucente, beve un sorso d’acqua dalla bottiglietta tirando indietro la testa, mentre io mi ritrovo a pensare che, a differenza di quanto avessi sempre sospettato, non vi era malevolenza dietro la descrizione che Villaroel fa di Bruno in un articolo memorialistico in cui accennava alla sua «larga bocca di batrace». Possiede veramente una larga bocca di batrace, la persona che abbiamo di fronte e che dice di essere Antonio Bruno. E anche degli occhi Villaroel non sbagliava la descrizione: «occhi così grandi, così lucidi, così malinconiosi». Sono quasi sicuro che è di quegli occhi che la russa si era innamorata.

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“Tavola parolibera in bianco e nero
Per l’esposizione nazionale di Milano Genova Firenze
Autunno 1919”

«Un poeta mancato un amante deluso un lottatore vinto»

È vero che persino a Parigi, gli dico, non perdeva occasione di sparlare di Villaroel?
Ma chi diavolo gliele riferisce queste cose, sghignazza. Le risate, al ricordo, lo scuotono. Persino ai camerieri nei ristoranti, quando mi portavano il pranzo o la cena. Certo che sparlavo di Villaroel. Ma solo se erano italiani. Non mi sarei mai preso la briga di mettermi a tradurre in francese i versi di Peppino. Su un tovagliolino come questo, riportavo a memoria due tre distici da Le Vie del Silenzio, un suo libro del ’14, il buon Villaroel mi dovrebbe ringraziare per questo, e poi li leggevo ai malcapitati, che ovviamente non avevano mai sentito il suo nome e che altrettanto ovviamente concordavano con me che si trattasse di versi scopiazzati, brutti, destinati alla polvere.
Vi odiavate, dico.
Sono più io che lo odio. In ultima analisi, perché con quel mio libro di militanza letteraria, Un poeta di provincia, non sono riuscito a polverizzarlo così come annunciavo e avrei desiderato. A volte penso che vincerà lui. Che abbia già vinto, anzi. La mia idea di poesia è così alta da risultare spesso eterea. È per questo che non riesco più a scriverne. Mentre lui farà pure versi orribili, ma li fa. Lavora, si sporca le mani, ha acume, magari non farà mai l’arte vera, l’arte grande, o magari un giorno sì, chissà, comunque ci prova, è ancora giovane. Io a volte non so come riuscirò ad arrivare ai quarant’anni, mi pare che a quarant’anni sarò finito. Quando ho di questi pensieri, come ora li ho, vedo tutto il mio sogno naufragare, i grandi orizzonti che mi ero prefisso di raggiungere chiudersi definitivamente, e mi vedo poeta mancato, amante deluso, lottatore vinto. Una vita spesa dietro una Chimera.
Beve un altro sorso d’acqua, ha gli occhi lucidi.
Tacciamo. Ognuno segue il filo dei propri pensieri.
Ma ci stava parlando del suo ritorno alla fede, fa Luigi La Rosa infine.

Antonio Bruno, fototessera, inizi ‘900
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Antonio Bruno nacque a Biancavilla (CT) il 20 novembre del 1891 e morì suicida in una camera dell’albergo Italia, a Catania, all’età di 41 anni. È autore di due libri di poesie, More di macchia (1913) e Fuochi di bengala (1917), di due saggi Come amò e non fu riamato Giacomo Leopardi (1913) e Un poeta di provincia (1920) e un romanzo epistolare 50 lettere d’amore alla signorina Dolly Ferretti (1928). Nel 1915 fondò e diresse a Catania il quindicinale Pickwick, uno dei migliori esempi di rivista di avanguardia, ben recensita da Lacerba e La Voce. Suoi scritti comparvero su Lacerba, La Diana, l’Italia futurista e Il Tevere. Tradusse Baudelaire. Postuma uscì la sua traduzione de Il Corvo di Poe.

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