Nina Nasilli Belgioioso 2

al buio dei nodi anfratti, di Nina Nasilli

di Daniela Pericone

copertina Nina Nasilli Al buio dei nodi anfratti

Nina Nasilli, al buio dei nodi anfratti, Book Editore, 2016

 

L’incontro con un’opera letteraria impone alla percezione una varietà di traiettorie d’ascolto, e l’innesco di un’attitudine simpatetica ad accoglierne i segni e le diversioni. Quando la scrittura poetica proviene da un’artista come la pittrice Nina Nasilli il coinvolgimento di più piani espressivi complica e semplifica allo stesso tempo l’esperienza di avvicinamento alla radice dell’atto creativo. “Se intervengo tra le cose […] risalgo alla loro notte e alla loro nudità prime. Dono loro desiderio di luce, curiosità d’ombra, avidità di costruzione”, sono le parole che René Char fa dire al pittore Georges Braque in uno dei suoi mirabili dialoghi tra arte e poesia (in Alla ricerca della base e della vetta). Parole che potremmo ascoltare dalla stessa Nasilli se le chiedessimo di spiegare il suo sentimento dell’arte, un unico battere di palpebra che ora si volge in pittura ora in poesia.

Il libro al buio dei nodi anfratti (Book Editore, 2016) è il suo ultimo lavoro poetico e subito si pronuncia nella duplice tensione conoscitiva: il disegno in copertina, opera anch’essa di Nasilli, ha un titolo che basterebbe da solo a indicare una poetica, E se fosse l’origine del mondo?. Poi la direzione impressa dall’apertura in minuscolo del titolo della raccolta, come a inseguire un pensiero generato chissà dove o chissà quando, sintagma tripartito che va a riunire in sé i titoli delle prime tre sezioni, al buio, dei nodi, anfratti, e pure riprende un verso della poesia eponima.

La sezione iniziale è una prima descensio verso il buio delle origini o di qualcosa che vive e scorre e dà linfa senza necessità di emersione per rifulgere, perché la luce è interna e bastevole a sé stessa: “dal blu buio notte / che l’universo figura // nel punto esteso dovequando l’astrazione / piana del bianco / è nota dalla scolpita solidità di un candore / che nel centro traluce in trasparenza / […] / nel vuoto apparente dovequando un punto purpureo / quasi sperso / vira al viola / spiccando dal centro del piuccheperfetto / profondissimo nero” (l’estremo ci unisce).

Benché siano nominati con calibrata frequenza un’ampia gamma di colori e variazioni tonali, sembra tuttavia prevalere una velatura transitiva tra bianco e nero: “[…] dopo un’alba bianca / più bianca d’ogni altra alba / senza le ore del giorno fatto / per imbrunire” (ci parleranno una sera gli anni). Una rapsodia di chiaroscuri è il movimento ritmico e visuale che anima queste tracce, un continuo alternarsi di luce e buio incede “indossando la coltre di silenzio / che adesso giace / sulla neve che ammanta / (per conservarle intatto il verso del candore) / – e come cappello / la notte buia” (all’estremità del vecchio e del nuovo), e anche il tempo è assimilato al “silenzioso calare” della neve, alla sua “lentezza immateriale che illude”, fino a farsi grido dei morti in un “silenzio bianco opale”.

Molti dei temi/termini fondativi sono apparsi in questa prima scansione, acqua, fiume, radici, vento, foglie, terra, neve, inverno, a prefigurare i motivi correlati dell’assenza, dell’errore, del dolore, del rimpianto, ma anche a circoscrivere, pur presenti e pervasivi, “i luoghi della tenerezza”, “i luoghi della dolcezza”.

È questa di Nasilli una poesia di forti aspirazioni e sommovimenti del pensiero, guidata, o trasportata quasi malgré soi, da potenti attrazioni intellettuali, che spaziano tra pittura, musica, filosofia, letteratura, in rimandi che emergono dai versi in modo esplicito o li percorrono per vie ctonie, e si incarnano di volta in volta in presenze numinose di molteplici àmbiti (Courbet, Bonnard, Cezanne, Kokoschka, Mahler, Chopin, Catullo, Dante, Pessoa, Apollinaire, Proust, Celan, Kafka, Bernhard, Mandel’štam, Bachmann, Eliot, Sanesi, Buzzati, Ottieri, ecc.).

La tensione filosofica e l’istanza gnoseologica s’infittiscono nella sezione dei nodi, la più corposa e cruciale per stile e contenuti, a modulare il discorso poetico anche nell’andamento ampio e allocutivo, innervato da continui slanci del pensiero: “ma tu sai / come sa chi ha scelto d’essere prole / del Nulla / quanto di quel Nulla / immobile / ci appartenga e ci sostanzi / il gesto – perché / se Moto e Immoto / convergessero in Parola sarebbe / un neutro omen di Verbum / […] / ogni affanno allora si consuma / consumandoci / – restano tracce / brevi quanto l’orma sulla neve / finché non sgela, e noi / che le imprimiamo ancora: poi / ci cullerà l’oblio / contro cui lottiamo” (neve).

Tutto il senso di questa poesia e le incursioni nell’estetica di ogni forma d’arte (sotto l’egida dell’assunto rilkiano che il bello non è che il tremendo al suo inizio) sembrano convergere in un punto, nel culmine di una rivelazione-risoluzione, “stai cercando la fuga luminosa senza indugiare / con gli occhi nel turbinare indistinto dei corpi / coi corpi / ma – per un istinto quasi di sopravvivenza // tu corri – e corri // si precipita sai, anche verso l’alto // tu corri – e corri / ed è sprofondare capovolto // il canone inverso del nostro tramonto” (uomini e topi). Ecco una delle intuizioni più originali della visione di Nina Nasilli, la sua ricerca della base e della vetta (mutuando ancora il dire da René Char) sfocia nell’agnizione che “non è dietro il baratro // ma alto”, tra necessità di sviare la “rupe capovolta che ti insegue” e invertire l’ordine di ogni conoscenza, del dato acquisito per giungere all’essenza scarnificata del reale, perché solo “essere disadorni avvicina all’eterno”.

Si delinea dunque il télos interno a ogni evento individuale o collettivo, rispecchiato nello spirito dell’atto creativo, in una indicazione esplicita valevole per ogni concezione artistica come per la vita stessa: “dare forma all’informe / del sogno / che è ciò che del sogno non ricordiamo / come notare della colomba / un arco non visto / del volo / e non il suo colore sul ramo” (cognizione dell’indolore). La visione interiore supera il contingente, la percezione inconscia assume per il poeta maggiore pregnanza rispetto al reale manifesto, poiché il non visto è la dimensione più vicina al vero. Il vivente pulsante sotto la superficie, l’inverso di ogni illusiva apparenza respira al riparo dell’ombra, al buio dei nodi anfratti, ossia nel luogo dove riunire e vegliare ogni energia, il fuoco vivo del nostro stare al mondo, del nostro essere tra gli esseri e di sé farsi dono.

Come una sorta di preghiera laica s’innalza – e s’inabissa – il testo fulcro della raccolta: “portami i rami / tutti / anche quelli disossati / buoni solo per il principio della vampa // accatastiamo tutto / anche l’aria / un filo per volta / compresa tra la frasca rinsecchita / e gli avanzi di resina / indurita / al buio dei nodi anfratti” (al buio dei nodi anfratti).

Tale intonazione amorosa e creaturale, tale ansito e ritrovamento di un legame forte con la terra e il suo respiro si conferma e affina nelle successive poesie della sezione anfratti, “avremo bisogno di giorni / e ore per chiedere ai tronchi il loro mistero / e all’erba / alle stelle e all’alba // lunghi minuti / anni / per interrogare il mattino e la sera / e – senza piummai parole – lasciare al buio / il compito immenso di insegnare / il silenzio all’universo” (meditazioni alla magnolia). Ecco che l’interrogarsi della voce, il suono finora levato verso l’alto o precipitato al fondo – forse dopo aver troppo sentito, o avvertito l’insufficienza dello sforzo, l’inadeguatezza della parola a esprimere l’esistente – vorrebbe ora approdare a un nuovo stato, aspirare alla durezza della pietra, fino al suo tacitamento, se “il dolore grida o è muto / non ha le parole // dovremo essere il nostro silenzio” (exit).

Il discorso poetico sembrerebbe a tal punto aver conseguito una sorta di pacificazione, ma la sapiente varietà di registri della poesia di Nasilli trova ulteriore estuario in una seconda partizione del libro, che sotto il titolo sim-metrie include tre gruppi di versi, definiti “esercizî di metrica ed eros” e scanditi in madrigali, sonetti e strambotti. La discontinuità con il dettato precedente è solo apparente e circoscritta alla scelta formale, poiché i temi affrontati si ripropongono in modernità e complessità, persino più distillati o intensificati in virtù dell’adesione alle regole della lirica tradizionale.

La perizia compositiva e l’eleganza del linguaggio di Nina Nasilli si traducono nella raffinatezza musicale di metri e rime, così che motivi e scelte lessicali già noti ed esplorati nella misura del verso libero vanno a rinnovarsi, per citare un esempio tra i tanti, nello schema di un madrigale: “se agli alberi dicessi – e ai rami – / come del tuo nome / ogni angolo aspetto e risuono io ami // sarebbe tutto uno stormir di foglie / e agli uccelli il come / suggerirei del volo e delle voglie // apri allora in un grido / ampio’l tuo provvido nido” (madrigali, 4).

È affidata ai versi in epilogo al libro l’ostensione del senso ultimativo della scrittura di Nina Nasilli, il suo richiamo indefettibile all’esercizio di bellezza, l’invito ad accoglierne il fragile e insidiato abbraccio, ben sapendo che “in fondo a tutto, sulla cima / capovolta d’ogni cosa, siamo / sempre a cercare l’ombra di niente / che non si allunga, non si accorcia / non esiste // o, forse, soltanto / non resiste”.

 

*

all’estremità del vecchio e del nuovo

all’estremità del vecchio e del nuovo
l’intravedi
una sottile linea blu
d’un blu ormai regale
vago d’indaco
e carne
che, senza interrompere
guada
il fiume lento
dell’esser costerno?

su quel solco d’azzuro
a passi certi e incatenati
da una rima di passaggio
noi lo attraverseremo…
indossando la coltre di silenzio
che adesso giace
sulla neve che ammanta
(per conservarle intatto il verso del candore)
– e come cappello
la notte buia
per un sapere d’abisso
senz’acqua

in fondo alla cima
un bacio
avrà forma di croce
(e quella sarà d’aprile la nostra prima voce)

 

*

il cielo oggi non sta in piedi

il cielo oggi non sta in piedi

e tu provi ad ingannare
la rupe capovolta che ti insegue
scartando di corsa
il passo
su un piano che non inclina

non è dietro il baratro

ma alto

l’asino che mola
intorno la pietra
scava un solco
di terra battuta
(e qui, e in ogni limitar di Portogallo):
c’è spessore nell’uso

e morale
è spinta alle stelle
in proporzione perfetta
a quel grado
d’humiltà che piega
piega il ginocchio
profumato d’erba e fieno
o calice amaro

 

*

la vedovanza di Dio

la vedovanza di Dio
rende noi sposi
spenti
e disadorni dell’eterno:
sul nostro capo
(chino e collettivo)
le ghirlande disattendono il tempo
né trattengono
più fragranza d’incenso, o il candore
vivo delle rose

gravide invece
di loro
cenere, e di polvere
si depongono come uova
smesse sopra le pietre
grigie e porose
con cui immaginiamo esser segnato il sentiero
che inclina verso il tumulo
improvvisato
della nostra fragile storia

(a Est dell’universo)

nessuno saprà mai
dire se filosofia stia al sasso
come carta alla poesia – forse
solo convenzione di lingue
e codici di segni
traducono ogni visione che intuisca il vero
al di qua del fluire
ora quieto di fiume
ora gonfio di tempesta, fin quasi odoroso di terra
dell’essere, ineffabile essere:
su questa riva
ogni cosa che tocchiamo
con le mani e con la bocca
udendo e respirando
resta in ascolto
della risposta
al suo desiderio d’essere nota

ogni cosa: grida

 

*

per le rose di Ingeborg

di luce in luce
porta il cielo sulla terra
felicità che opprime il petto
e un fiore puro
di ciliegio albeggia
oltre il lago dove si specchia
e – prima dell’incendio –
anche le rose silenziose di Ingeborg

se Felician può saperla
nuvola
tra le nuvole sopra i boschi

 

*

strambotti

7.

non ritornarmi in rimorso o rovina
oh tu del mio dritto il mio verso torto
disceso spietato lungo la china
che ti ha comportato peso d’un morto
– un paladino di legge divina –
che non conosce il suo bene risorto

 


In copertina: Nina Nasilli (foto © Daniela Pericone)


Nina Nasilli è nata a Rovigo nel 1968; vive e lavora a Padova, dove si è laureata in Lettere classiche e ha avviato il laboratorio-studio “Atelier Interno 7”. Ha tenuto importanti mostre in Italia e all’estero; collabora con poeti e scrittori alla realizzazione di volumi e edizioni d’arte. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni: dalle edizioni di “Pulcinoelefante” ai libri artistici So che sei bella, anima mia! (Il Prato, 2008) e Uovo nudo (Book Editore, 2013); dalla cartella d’arte Il cielo oggi non sta in piedi (Book Editore & Stamperia Barbato, 2014) ai libri di poesia Imperfezioni Moleste. E oltre (Il Prato, 2008), TRA.DIS.CO trame di disprezzo coerente e licantropo (Book Editore, 2010), Oasi criptate (con M. Gadez e P. Garofalo, Il Foglio Letterario, 2012), Parabola d’amore (racconto in versi per il teatro, Book Editore, 2012) e al buio dei nodi anfratti (Book Editore, 2016).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *