Occhio al testo (10): Lorenzo Calogero – Vedo angeli vaganti

di Diego Conticello

Lorenzo Calogero (Melicuccà-Reggio Calabria, 1910 – ivi 1961), dopo essersi laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Napoli nel 1937, ha esercitato la professione in vari paesi della Calabria e del senese. È proprio in questi anni che inizia a scrivere versi che invia, ma senza riscontri positivi, a riviste quali “Il Frontespizio” di Bargellini e Betocchi e a premi letterari; molti di questi componimenti confluiranno poi nella prima raccolta Poco suono (1936) e verranno editi, con numerose aggiunte, a distanza di un ventennio, col titolo Parole del tempo (1956). Stringe nello stesso periodo un intenso rapporto d’amicizia con Leonardo Sinisgalli che prefarrà il suo Come in dittici (1956). Sofferente di patofobie e nevrosi, è stato spesso ricoverato in varie case e cliniche di cura tra cui Villa Nuccia, da cui prenderà il nome la sua più celebre pubblicazione del 1962: Quaderni di Villa Nuccia. Tentò diverse volte il suicidio, morendo poi nella sua casa di Melicuccà nel 1961, probabilmente in seguito all’ennesimo tentativo suicidario. L’editore Lerici pubblicherà post-mortem due volumi di Opere poetiche contenenti tutta la produzione edita; si attendeva anche un terzo volume con gli scritti inediti e sparsi, mai però pubblicato, e di cui si ha parziale contezza solo con la recente uscita di Avaro nel tuo pensiero (Donzelli, 2014).
Fortemente connotata in direzione analogica, la poesia di Lorenzo Calogero si apparenta più all’anarchia formale del Simbolismo francese che al nostro Ermetismo – per diversi anni dopo la sua morte Calogero venne definito «il Rimbaud italiano» – pur sfoggiando una spiccata impronta montaliana e un’aura classicheggiante di derivazione primo-novecentesca (Campana, Rebora). Lo stile tornito e impeccabile lasciano supporre un esercizio di rimozione delle angosce quotidiane attraverso l’ossessivo raggiungimento di un equilibrio delle forme, tuttavia cercato per mezzo di espressività spontanee ed affioramenti inconsci anche laddove si tratti di reminiscenze letterarie. La grandiosa opulenza di immagini, costruite spesso per via metaforica, spalancano nessi inequivocabili tra la caotica irrazionalità del vissuto e l’ansia metafisica. Propongo un testo tratto dal secondo volume delle Opere poetiche calogeriane, in cui la scrittura è di evidente matrice non gnoseologica, bensì tesa ad un’escatologia a cui è affidato l’immane compito di sottrarre dal labirinto delle routinarie sofferenze e dal greve senso di marginalità in cui è relegata una lingua (leggasi l’autore stesso) fascinosa, sofisticata ma, prima di tutto, visionaria.

Vedo angeli vaganti e una chiarità lunare.
S’immerge una marea e sono grappoli
i suoni sui colori. Splendente
corre l’alito nel volo assiduo. Ferma,
rimasta indietro, lenta era l’origine
della luce tacita e, se trattengo,
in un dito, il tuo moto reso vivo
e visivo dentro un cerchio di immobile
splendore, trattengo anche il mio respiro
sulla vana superficie, resa desta, che mi resta.
Informi i morti odono. Nuvole
sono qua e là distese: hanno invaso
dell’arco del discosto tremulo orizzonte
il suo impetuoso immenso giro.

Il dettato lirico si giova di un andamento vaticinante, oracolare strutturato per via di vertiginose cadenze oniriche in cui è forte l’influenza del modello dantesco, decadenti talvolta in volute privazioni di senso (e si noti il rafforzamento in questa direzione ottenuto grazie alla costruzione sinestetica continuata della parte iniziale), afasie linguistiche denotanti la vacuità sconcertante e l’inadeguatezza di un vissuto sempre attanagliato dal dolore, dalla “morte” di ogni prospettiva. Tutto ciò convoglia verso la parte centrale del componimento, in cui spicca il “moto allitterante” volto a ricavare un ulteriore effetto di spaesamento centrifugo («[…] lenta era l’origine/della luce tacita e, se trattengo,/in un dito, il tuo moto reso vivo/ e visivo […]». Viene in tal modo a configurarsi un distacco ineludibile ed irredimibile tra l’utopia di un anelito “paradisiaco”, “sognato”, “pacificato” ed una condizione “reale”, “vegliante”, “infernale” che rappresenta invece il quotidiano affanno dell’uomo (non a caso vengono richiamati lemmi quali: respiro, desta, vivo).
Una poesia che – lo si nota soprattutto nel finale “aperto”, privo di sentenze poste in chiusura tipiche invece di una ‘maniera’ greco-mediterranea – si apparenta più al misticismo visionario di poeti anglofoni quali Moore, Cummings, Hopkins, fino al Dylan Thomas di Visione e preghiera, in un esausto navigare a vista nel mare della sconfitta aventi a sola vedetta la pura illusione.

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